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Estate 2021, attese 22 milioni di presenze in più

Sarà un’estate positiva, almeno stando alle previsioni. I numeri, rispetto all’analoga stagione del 2020, sono tutti in crescita: si stimano infatti oltre 23 milioni di presenze in più rispetto al periodo giugno-settembre 2020. È quanto emerge da un’indagine realizzata da Demoskopika in collaborazione con l’Università del Sannio. In particolare, l’analisi rivela che oltre la metà degli italiani (53,4%) ha deciso di andare in vacanza nei prossimi mesi anche se solo il 4,1% ha già prenotato. Tuttavia, esiste una larga fetta di nostri connazionali, il 46,6%, che ha deciso di non partire: di questi, circa 4 milioni, dovranno restare a casa per problemi economici (8,2%).

Puglia, Toscana, Sicilia, Emilia-Romagna e Sardegna le regioni preferite

Per quanto riguarda i flussi turistici, si attendono in Italia 39 milioni di arrivi (tra nostri connazionali e stranieri) che generano quasi 166 milioni di presenze, con un incremento rispettivamente pari all’11,9% e al 16,2% sullo stesso periodo del 2020. Ad incidere positivamente sulla tendenza in crescita dei flussi turistici, anche l’introduzione del pass vaccinale annunciato dal Governo. Il green pass, accolto con favore da ben 10 milioni di italiani quale azione prioritaria per una vacanza in sicurezza, alimenterebbe la spesa turistica per oltre 1,7 miliardi di euro. Cinque le regioni più gettonate per l’estate 2021: Puglia, Toscana, Sicilia, Emilia-Romagna e Sardegna. Prevale la tradizione con poco meno di 6 italiani su 10 che opta per il mare, ma va bene anche il prodotto “Città d’arte, cultura e borghi” (12,7%) e “Montagna e naturalistico” (9,1%).

Stimate quasi 166 milioni di presenze per i mesi estivi, +16,2%

Da giugno a settembre dell’anno in corso, Demoskopika stima oltre 4,1 milioni di arrivi in più rispetto allo stesso periodo del 2020 con una crescita pari all’11,9%: 38,8 milioni di arrivi nel 2021 a fronte dei 34,7 milioni di arrivi dello scorso anno. L’aumento dei turisti si ripercuote positivamente anche sull’andamento dei pernottamenti. L’Istituto di ricerca stima in 165,7 milioni le presenze per l’estate alle porte rispetto ai 142,6 pernottamenti del 2020: poco più di 23 milioni di presenze turistiche in più con una crescita pari al 16,2%. 

Vacanze nel segno della tradizione

Poco meno di 9 italiani su 10 concentreranno la loro vacanza nel mese di luglio (32,3%) e, soprattutto, in agosto (54,2%).   Quasi 7 italiani su 10 sceglieranno la tradizione, scegliendo di passare le ferie al mare (68,9%), preceduta dalla scelta delle “città d’arte e dei borghi” (13,2%) e dalla linea di prodotto turistico “montagna, campagna e agriturismo” (12,4%). Le ferie saranno, inoltre, preferibilmente “familiari”. Ben il 66,7% del campione interpellato, infatti, non ha dubbi: andrà in vacanza con il partner (31,4%) o con altri componenti del nucleo familiare (35,3%).  

Mal di meteo per la metà degli italiani

Che tempo farà domani? E nel weekend? Se in generale a tutti è capitato di controllare le previsioni – magari per sapere in anticipo se è meglio munirsi di ombrello o meno – adesso si scopre che italiani sono un popolo di appassionati di meteo. Anzi, di più: sono metodipendenti. Per 2 nostri connazionali su 3 – il 66% della popolazione, più o meno – leggere o ascoltare le previsioni del tempo non è un semplice passatempo, ma una vera e propria attività quotidiana. Se il 96% si informa sul tempo almeno una volta a settimana, per un altro 20% questa è un’autentica ossessione, quasi un “tic”, che porta a controllare le previsioni più volte durante la giornata. Si tratta di un’inedita fotografia del nostro Paese che emerge dall’indagine ”Gli italiani e la meteorologia”, realizzata da Bva-Doxa su un campione di 1.000 persone tra 18 e 64 anni su tutto il territorio italiano.

Che tempo farà?

In base alle risposte degli intervistati, si scopre che il sistema preferito per scoprire se ci sarà il sole o la pioggia è rappresentato dalle app, seguite dai siti Internet, dai programmi tv e dalla radio. Nel dettaglio l’app sul proprio smartphone è preferita nel 56% dei casi, seguita dai siti Internet dedicati (34%), dalla tv (8%) e dalla radio (2%).Tra le app e i siti il più utilizzato è iLMeteo.it, che totalizza quasi 5 milioni di utenti medi per giorno e quasi 10 milioni di utenti sulla sua app. L’interesse alle previsioni degli italiani diventa ancora più forte in vista di weekend, ponti o vacanze: “non esiste nessun caso in cui non siano stati messi al vaglio del controllo del meteo. Il 42%, infatti, le controlla sempre in queste circostanze e solo il 3% non si preoccupa”. E, in tempi di smartworking, il 25% guarda il meteo per scegliere quale giorno lavorare da casa, dato che al Sud e nelle Isole, precisa la ricerca, “è doppio (29%) rispetto al Nordovest con il 14%, forse per il tempo meno soleggiato e l’assenza di mare”.

Malati di meteo

I “malati di meteo”, ovvero le persone che controllano continuamente le previsioni, sono circa la metà degli italiani. Si tratta di soggetti che non si muovono mai senza verificare le previsioni. Però è vero che le condizioni meteorologiche possano avere un riverbero sull’umore: a oltre il 60% dei nostri connazionali generano disturbi come stress, ansia, mal di testa, apatia e sbalzi d’umore. Colpiti sono soprattutto i giovani under 34 e le donne.

B2B digitale: 12mila miliardi di transazioni. In Italia è ancora solo il 14%

L’Italia è pronta per l’interazione digitale business-to-business? Il B2B Digital Commerce di Netcomm chiarisce che si tratta di un mercato che a livello mondiale vale 12mila miliardi di dollari. In pratica, il valore lordo delle merci scambiate online vale sei volte quello del B2C. L’80% di questo mercato online si sviluppa in Cina, Giappone, Sud Korea e in Usa. In Europa il suo valore è di 355 milioni di dollari, di cui solo una parte ridotta viene generata in Italia: il 14%. In ogni caso, secondo DHL Express, entro il 2025 l’80% della quota delle interazioni fra acquirenti e fornitori passerà su strumenti digitali. Se già prima dell’inizio della pandemia le aziende stavano già lavorando per digitalizzare i processi di pagamento B2B, il periodo di distanziamento fisico ne ha fatto salire la priorità, tanto che la questione è passata da utile a necessaria.

I Millennial spingono sull’acceleratore della transizione

Insomma, il modo in cui le aziende effettuano o ricevono pagamenti, o conducono operazioni di fatturazione, in questi ultimi mesi ha percorso una strada senza ritorno. Un fattore che produrrà ulteriore accelerazione a questo processo risiede nell’età raggiunta dai Millennial per poter ricoprire ruoli decisionali all’interno delle aziende. Tanto che il 73% delle decisioni di acquisto B2B sono già prese da membri di questa generazione, considerata la prima nativa digitale, e quindi già abituata a effettuare transazioni B2C pienamente digitali.

Agevolare i meccanismi di relazione commerciale

Un altro fattore è quello connesso alla globalizzazione: i pagamenti transfrontalieri rappresentano circa il 26% delle vendite annuali delle imprese del Regno Unito e degli USA, ma portare a termine questi pagamenti è spesso un processo lungo e complesso. Sfruttare la digitalizzazione potrebbe agevolare i meccanismi di relazione commerciale e aiutare a rimuovere alcuni ostacoli connessi ai pagamenti fisici. Ma la digitalizzazione dei processi di pagamento B2B richiede qualcosa di più del semplice passaggio dagli assegni cartacei ai metodi elettronici di pagamento.

La difficoltà di abbinare infrastrutture aziendali obsolete a strumenti emergenti

Il problema infatti può essere rappresentato dalle difficoltà di abbinare infrastrutture aziendali obsolete a strumenti emergenti, come le carte virtuali. In Italia ciò avviene a causa di problemi ormai largamente conosciuti, come i tempi di pagamento lenti, un credito bancario scarso e complesso, servizi finanziari digitali ancora non pienamente sviluppati.

Rispetto al fatturato totale delle imprese italiane, di oltre 3.600 miliardi di euro, riporta Adnkronos, il B2B pesa quasi il 75%, ma di questi solo il 14% è digitale.

Gli effetti della pandemia sul mercato del lavoro

La media 2020 è la sintesi delle dinamiche trimestrali del mercato del lavoro, fortemente e diversamente influenzate dalla pandemia. Alla crescita tendenziale dell’occupazione nel primo trimestre segue il consistente calo del secondo trimestre, proseguito, seppur a ritmi meno sostenuti, anche nel terzo e nel quarto trimestre 2020. Secondo gli ultimi dati rilasciati dall’Istat in media annua si osserva un calo dell’occupazione senza precedenti (-456 mila, -2,0%), associato alla diminuzione della disoccupazione e alla forte crescita del numero di inattivi. Inoltre, la diminuzione delle posizioni dipendenti (-1,7%) e del monte ore lavorate (-13,6%), così come l’aumento del ricorso alla Cig (+139,4 ore ogni mille lavorate), sono più marcati nel comparto dei servizi rispetto a quello dell’industria.

Nel quarto trimestre 2020 contrazione del Pil del -6,6% rispetto al 2019

Nel quarto trimestre 2020 le dinamiche del mercato del lavoro sono ancora influenzate dalle misure di contenimento dell’emergenza sanitaria. Secondo l’Istat l’input di lavoro, misurato dalle ore lavorate, registra una diminuzione di -1,5% rispetto al trimestre precedente e di -7,5% rispetto al quarto trimestre 2019, mentre il Pil subisce una contrazione rispettivamente del -1,9% e del -6,6%. E se il numero di occupati cresce dello +0,2% rispetto al trimestre precedente contestualmente si registra una riduzione del numero di disoccupati (-122 mila) più consistente di quella degli inattivi di 15-64 anni (-10 mila).

In termini tendenziali l’occupazione è ancora in calo

In termini tendenziali, però, l’occupazione è ancora in calo (-414 mila unità, -1,8% rispetto al quarto trimestre 2019), nonostante i dipendenti a tempo indeterminato aumentino di 98 mila unità (+0,7%). A diminuire sono soprattutto i dipendenti a termine (-383 mila, -12,3%), ma continuano a calare anche gli indipendenti (-129 mila, -2,4%). La riduzione interessa sia gli occupati a tempo pieno sia quelli a tempo parziale, tra i quali l’incidenza del part time involontario raggiunge il 65,2% (+1,3 punti). Il tasso di occupazione (58,2%), cresce in termini congiunturali (+0,3% rispetto al terzo trimestre 2020), ma è ancora inferiore di -0,8 punti a quello del quarto trimestre 2019.

Dal lato delle imprese rallenta il recupero dell’input di lavoro

Dal lato delle imprese, l’adozione di nuove misure di restrizione dell’attività economica nel quarto trimestre 2020 ha rallentato il recupero dell’input di lavoro che aveva caratterizzato il trimestre precedente: la crescita congiunturale per le posizioni lavorative dipendenti si ferma a +0,3%, sia per la componente a tempo pieno, sia per quella a tempo parziale. Aumenta il ricorso alla cassa integrazione, che si attesta su 92,5 ore di Cig ogni mille ore lavorate, mentre il costo del lavoro per unità di lavoro diminuisce dello 0,6% in termini congiunturali, ma cresce in termini tendenziali (+0,5%), dovuta a un aumento dell’1,5% della componente.

Etichette più dettagliate spingono l’acquisto di cibi più sani

I prodotti che compriamo al supermercato cambiano e diventano sempre più sani, e la nostra scelta è dettata da ciò che viene segnalato sull’etichetta. Caramelle, biscotti, e acque aromatizzate arricchiti di zinco, carni bianche con iodio, würstel, salumi e formaggi senza polifosfati, oppure senza latte o senza uova. Come orientarsi verso i prodotti considerati più sani? Ci pensano i produttori, che appongono etichette sempre più dettagliate segnalando la presenza o l’assenza di alcuni minerali o alimenti. Lo sostiene un’analisi dell’Osservatorio Immagino GS1 Italy, che ha “scannerizzato” le etichette di oltre 115 mila prodotti venduti in Italia rilevando non solo le indicazioni più diffuse e consolidate, ma anche i claim emergenti che si stanno affermando sugli scaffali dei supermercati.

Due panieri e stili alimentari, il free from e il rich-in

A crescere maggiormente, nei 12 mesi analizzati, sono stati soprattutto i claim relativi a due panieri e stili alimentari, il free from e il rich-in. Nel mondo del free from la tendenza è quella di un aumento dei prodotti che si presentano come privi di polifosfati, oppure di latte o di uova. Invece nell’area del rich-in a emergere sono soprattutto i prodotti che segnalano di apportare iodio, zinco oppure magnesio. In particolare, le vendite dei prodotti senza polifosfati sono cresciute del +8,9% su base annua, soprattutto in affettati, würstel, salumi a cubetti e formaggi fusi a fette.

Crescono i prodotti senza latte, uova, o arricchiti di iodio

Incremento consistente del sell-out anche per i prodotti che segnalano sull’etichetta di essere privi di latte (+11,9%), in particolare insaccati, gelati vegetali multipack e panini per hamburger o hot dog. Quanto alla categoria “senza uova” (+2,0%), coinvolge soprattutto pasta senza glutine, biscotti salutistici e maionese. Sul versante del rich-in, le referenze che sottolineano in etichetta la presenza di iodio hanno registrato un balzo annuo delle vendite di +9,5%, grazie soprattutto a carni bianche elaborate (come cotolette e cordon bleu), passate di pomodoro e fette biscottate.

Le performance di zinco e magnesio

Buone performance anche per i prodotti che segnalano il contenuto di zinco (+5,1%), in particolare per integratori, caramelle, biscotti, acque aromatizzate e frutta secca. Andamento a due velocità per i prodotti che segnalano la presenza di magnesio, riporta Ansa: il calo del fatturato annuo (-1,7%) si deve alla flessione degli integratori solo in parte compensata dalla interessante crescita degli alimenti con il claim “fonte di magnesio”, come biscotti integrali o multicereali, e semi.

Aziende islandesi sul podio per migliore reputazione. Italia, 32esima

Il Paese in cui le imprese possono vantare la migliore reputazione è l’Islanda. Sul secondo gradino del podio la Norvegia, seguita da Svezia, Nuova Zelanda e Svizzera. Dei 35 Paesi analizzati da Zwan, azienda specializzata in corporate reputation, l’Italia occupa il quart’ultimo posto della classifica. Almeno, durante il triennio 2017-2020. Per stabilire il ranking Zwan ha utilizzato l’algoritmo del Reputation Rating, che certifica una serie di parametri attraverso la tecnologia blockchain. Di fatto lo studio ha preso in esame i diversi aspetti che compongono la reputazione, intesa quindi non solo come immagine del brand percepita dagli stakeholder, incrociando tra loro caratteristiche quali work-life balance, qualità dell’ambiente di lavoro, gender gap, culture & diversity, sicurezza sul lavoro & cyber-security, qualità percepita dei prodotti Made-in, reputazione (più strettamente connessa all’immagine), gestione delle carriere, innovazione e stipendi medi.

Italia fanalino di coda per gestione delle carriere e della diversità, e stipendi medi

Dopo la Svizzera (5°) dal 6° posto in avanti la classifica di Zwan prosegue con le nazioni già note per l’alta innovazione e qualità della vita, ovvero, Finlandia, Danimarca, Germania, Olanda, e Canada. L’analisi di Zwan sembra provare quindi una relazione tra qualità della vita, digitalizzazione e reputazione delle Imprese. E se dallo studio non emergono risultati positivi per le imprese del nostro Paese va un po’ meglio per la Gran Bretagna, posizionata al 12° posto, ma non benissimo per gli Stati Uniti, fermi al 21° posto della classifica.

Al 7° posto per la percezione della qualità dei prodotti Made-in Italy

“L’Italia, purtroppo, è risultata essere quasi fanalino di coda al 32° posto, registrando performance negative in gestione delle carriere, stipendi medi e gestione delle diversità”, spiega Joe Casini, cofondatore di Reputation Rating.

L’Italia però registra anche qualche parametro positivo: il nostro Paese si piazza infatti al 7° posto per la percezione della qualità dei prodotti Made-in Italy.

“C’è molto da lavorare anche per quanto concerne la qualità dell’ambiente di lavoro, dove l’Italia ricopre il 28° posto – aggiunge Casini -. A stupire, però, è la posizione degli Stati Uniti, solo 21°, principalmente a causa del Gender Gap e del Work-life balance, asset che hanno controbilanciato di molto in negativo le performance positive riscontrate per le altre caratteristiche”.

Le imprese devono adeguarsi: la reputazione è ormai un capitale imprescindibile

Secondo Davide Ippolito, ceo di Zwan, cofondatore di Reputation Rating, e autore del libro Reputazione Capitale del Terzo Millennio, “le imprese devono adeguarsi ai nuovi criteri di sviluppo, che vedono la reputazione come capitale imprescindibile del Terzo Millennio. Per un profitto a lungo termine bisogna guardare oltre il profitto e avere comportamenti sostenibili e accettabili. Servono perciò regole più severe affinché anche il nostro Paese si adegui agli standard delle altre potenze mondiali”. Reputation Rating è un progetto indipendente, superpartes e brevettato, che si basa sulla comparazione di certificati pubblici e ricerche statistiche ufficiali (Bloomberg, Ocse, Oecd, ILO, e tanti altri enti e istituzioni mondiali).

A cosa sono disposti a rinunciare gli italiani per il clima?

A cosa è più facile rinunciare per combattere i cambiamenti climatici? Nel complesso, il 34% degli italiani afferma di mettere in atto correttivi radicali al proprio stile di vita per contrastare i cambiamenti climatici, una percentuale superiore di quindici punti alla media europea (19%). I genitori di ragazzi minorenni (39%) e gli abitanti delle città (35%) sono particolarmente rappresentati in questo gruppo. Ma se rinunciare ai voli aerei è la scelta che pesa meno per il 38% degli italiani quella che costa di più al 46% è rinunciare all’uso del proprio mezzo. Sono alcuni risultati della seconda pubblicazione per il biennio 2020-2021 diffusa dalla Banca europea per gli investimenti (Bei).

Viaggiare, l’impatto della pandemia

Il 33% degli italiani afferma anche che una volta superate le restrizioni di viaggio non prenderà l’aereo per considerazioni legate ai cambiamenti climatici, e il 43% intende trascorrere le vacanze in Italia o in un Paese limitrofo per ridurre al minimo le emissioni di carbonio. Solo per il 12% le abitudini di viaggio in aereo resteranno invariate rispetto a quelle pre-Covid, riporta Adnkronos. Alla domanda sull’uso dei trasporti pubblici al tempo del Covid, il 77% afferma di essere meno disposto a farne uso poiché teme per le conseguenze sulla propria salute. Per il 66% poi la paura di un contagio preoccupa più dell’impatto dei cambiamenti climatici sul lungo termine.

Le differenze tra europei, americani e cinesi

Indipendentemente dal Paese di residenza, gli intervistati affermano che la scelta meno pesante per contrastare i cambiamenti climatici sarebbe rinunciare agli spostamenti in aereo (40% europei, 38% americani, 43% cinesi). Anche le risposte in merito alle preoccupazioni sulla salute hanno un andamento trasversale: il 75% degli americani, il 71% dei cinesi e il 67% degli europei sono meno inclini a utilizzare i trasporti pubblici. Sebbene per la maggior parte degli intervistati prevalga il timore di contrarre il coronavirus rispetto all’impatto del proprio stile di vita sui cambiamenti climatici (79% cinesi, 67% americani, 58% europei), i cittadini credono ancora che le scelte e le azioni dei singoli possano contribuire alla lotta contro i cambiamenti climatici. È il parere espresso dall’82 % degli italiani. Una percentuale dieci punti superiore alla media europea e a quella americana (entrambe al 72%), e di due punti inferiore alla media cinese (84%).

Per i giovani il proprio comportamento può fare la differenza

In generale, ma soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, i giovani sono notevolmente più propensi a credere che il proprio comportamento possa fare la differenza rispetto agli intervistati più anziani. Un divario che non è invece rilevato in Cina. L’indagine mostra che nella Ue il 77% dei cittadini compresi nella fascia di età 15-29 anni ritiene che il proprio comportamento possa fare la differenza, rispetto al 64% di quelli di età pari, o superiore, a 65 anni Negli Stati Uniti, le percentuali sono rispettivamente del 75% per la fascia di età 15-29 anni, e del 56% per la fascia 65 anni o più.

Più del 95% dei giovani pensa al benessere della Terra

I rappresentanti della Generazione Z hanno ben presente quanto sia urgente mettere la Terra al sicuro il prima possibile. Su 3.500 giovani tra i 10 e i 25 anni il 96% è spaventato per la salute del Pianeta, ma la maggior parte di loro (54%) non vede una soluzione nell’immediato, e il 36% benché preoccupato resta fiducioso. Solo il 6% pensa che la situazione sia ancora sotto controllo. È quanto emerge da un sondaggio effettuato da Skuola.net in collaborazione con Sorgenia, che evidenzia come difendere l’ambiente sia ritenuto dai giovani un compito complesso, di cui però i ragazzi sembrano volersi fare carico. Tanto che oltre 9 su 10 di loro dà la sufficienza al proprio spirito ecologista.

Mezzi pubblici, fonti rinnovabili e km 0

Tra i giovani sono molto diffusi i comportamenti virtuosi, dalla raccolta differenziata a un limitato uso delle plastiche, la gestione attenta di acqua ed elettricità, e l’acquisto di prodotti a scarso impatto ambientale, adottati quotidianamente da 1 ragazzo su 4. Un approccio costruttivo che li porta a vedere di buon occhio le soluzioni alternative per inquinare il meno possibile e risparmiare risorse preziose, come usare trasporti pubblici e veicoli elettrici, o energie rinnovabili. Per quasi 7 ragazzi su 10 tutto infatti dovrebbe essere alimentato da fonti rinnovabili, mentre per il 13% sono utili, ma quelle tradizionali restano più efficienti. Anche le buone pratiche alimentari sembrano trovare terreno fertile nella GenZ, con il 50% che riconosce nel rivolgersi a contadini e produttori diretti il modo più ecologico per fare la spesa.

Le città del futuro e le nuove tecnologie come fonti di informazione

Proiettandosi tra dieci anni, 2 giovani su 3 immaginano le città di domani più o meno uguali a quelle di oggi, se non addirittura più inquinate. Solo gli under14 appaiono fiduciosi: per 6 su 10 tra un decennio potremmo già vedere pannelli solari ovunque e fabbricati ricoperti dal verde. Ma come hanno sviluppato questa sensibilità i più giovani? Circa 8 su 10 si informano soprattutto tramite le nuove tecnologie, il 48% preferendo motori di ricerca web e social network, il 30% puntando su documentari e serie tv in streaming. Qualche tradizionalista (14%) ha approfondito su riviste e giornali specializzati, mentre meno di 1 su 10 si è affidato a insegnanti e familiari.

Greta e Leonardo Di Caprio, i modelli di riferimento

E poi, ovviamente, ci sono i modelli da seguire. Quasi scontato che in cima alla lista ci sia Greta (la mette al primo posto il 42%), più sorprendente, invece, Leonardo Di Caprio (16%); che si piazza immediatamente alle sue spalle. Anche la scuola, però, ora è pronta a fare la sua parte. Infatti l’educazione alla sostenibilità è uno dei tre capisaldi dell’educazione civica, da quest’anno obbligatoria in tutti gli istituti di ogni ordine e grado. Una novità assoluta anche per i docenti, che su questo tema dovranno mettersi al passo con i loro alunni.

La pandemia spinge il consumo di video streaming, +16% in un anno

ll mercato del video in streaming nell’ultimo anno è aumentato del 16% a livello globale. Sostenuto dalla pandemia e dalla maggiore permanenza a casa, il consumo di video streaming ha raggiunto una media globale di sette ore e 55 minuti alla settimana, quasi otto ore, e la media italiana è di oltre 7 ore.

Quasi la metà delle persone in tutto il mondo (47%, e il 46% in Italia) negli ultimi sei mesi si è infatti abbonata a un nuovo servizio di streaming video, soprattutto perché passava più tempo a casa a causa del Covid-19. Lo confermano i dati dello State of Online Video 2020, la ricerca commissionata da Limelight Networks per comprendere le percezioni e i comportamenti dei consumatori riguardo i video online.

YouTube e Facebook i più gettonati

Il secondo fattore che ha determinato la sottoscrizione di nuovi abbonamenti è stato la disponibilità di nuovi contenuti che le persone desideravano vedere: il 25% a livello globale e il 23% in Italia. YouTube, con il 65% delle preferenze a livello globale, domina come la piattaforma preferita per la visione di contenuti generati da altri utenti, mentre in Italia la preferenza per la piattaforma è del 41%. Al secondo posto si piazza Facebook (16% a livello globale e 31% in Italia). Ma ad aumentare è anche il consumo di contenuti generati da altri utenti, raddoppiato nell’ultimo anno, raggiungendo una media di quattro ore alla settimana a livello globale e di 3,5 ore in Italia.

I consumatori sono attenti al prezzo

A livello globale, quasi la metà degli utenti, il 47%, (51% in Italia) cancellerebbe però l’abbonamento al servizio di streaming a causa dei prezzi elevati. Più di un terzo (37%) degli utenti a livello globale ammette poi di condividere l’account o di utilizzare l’account di qualcun altro. L’Indonesia è il Paese con il più alto numero di persone (58%) che ammette di condividere le credenziali altrui, mentre in Italia è il 37%.

I ritardi nella trasmissione sono un elemento critico

La maggior parte delle persone a livello globale, il 64% e il 77% in Italia, afferma poi che sarebbe più incline a vedere un evento live in streaming se non ci fossero ritardi nella trasmissione in diretta, riporta Ansa. La ricerca State of Online Video 2020 si basa sulle risposte di 5.000 consumatori provenienti da dieci Paesi (Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Singapore, Corea del Sud, Regno Unito e Stati Uniti), di età pari o superiore ai 18 anni, che guardano un’ora o più di contenuti video online ogni settimana.

Cresce il digital banking, i numeri lo dimostrano

L’utilizzo del digital baking si consolida sempre più, e se i clienti attivi su mobile sono cresciuti del 37% nel 2019 nel primo trimestre del 2020 hanno compiuto un ulteriore balzo del 16%. In crescita del 56% anche il volume totale di operazioni dispositive su mobile banking, tra cui bonifici e giroconti, che hanno registrato un incremento del 75%. A trainare l’aumento sono gli utenti che accedono al mobile banking da smartphone con app dedicata. I dati emergono da un’indagine contenuta nel nono Rapporto annuale realizzato da Abi Lab, che ha coinvolto un campione di 25 banche operanti in Italia rappresentativo dell’83% del mondo bancario nazionale in termini di dipendenti.

Il cliente medio accede circa 10 volte al mese da mobile e 5 da pc

Lo studio evidenzia come tutti gli istituti offrano servizi tramite Internet Banking e applicazioni (app) per smartphone. Il 64% offre app anche sui tablet, e il 36% sui dispositivi indossabili (wearable). Secondo il Rapporto però in termini di volumi le operazioni dispositive da personal computer rimangono superiori del 25% rispetto al mobile, anche se in oltre 1 caso su 3 per le banche che hanno risposto al sondaggio il numero di utenti che accede al mobile con smartphone e tablet supera gli attivi via Internet. In particolare, riporta Agi, il cliente medio accede circa 10 volte al mese da mobile e 5 da pc.

Un’offerta in continua evoluzione

L’offerta bancaria fruibile sui canali digitali è in continua evoluzione. Nuovi servizi si affiancano a quelli esistenti, e nuove modalità di erogazione rispondono alle esigenze di un cliente sempre più tecnologico. Mediamente ogni banca offre quasi 3 app (il 50% ha mantenuto invariato il numero, il 19% lo ha aumentato e il 31% lo ha diminuito). Relativamente ai sistemi operativi, il 98% delle app censite è fruibile sia da IoS sia da Android. Per quanto riguarda i servizi offerti, oltre che con app “classiche” di mobile banking, le diverse funzionalità possono essere offerte anche con app ad hoc. Alcuni esempi sono i servizi di compravendita di strumenti finanziari (trading), offerti con applicazioni dedicate dal 24% delle banche, i servizi di pagamento diretti tra persone (P2P), offerti dal 20%, e il Mobile POS, offerto dal 16% delle banche.

Le funzionalità legate a mutui e prestiti sono proposte da circa il 40% delle banche

L’area del comparto del credito si conferma l’ambito in cui l’offerta via Internet Banking è più sviluppata rispetto a quella tramite app: le funzionalità collegate a mutui e prestiti sono proposte da circa il 40% del campione. Inoltre, si evidenzia l’attenzione crescente verso i servizi online che forniscono informazioni aggregate relativamente ai saldi e movimenti di uno o più conti di pagamento online detenuti dal cliente (Account Aggregation, Aisp), e un’estensione dell’offerta relativamente agli strumenti di gestione finanziaria personale (Personal Financial Management).

Soprattutto gli strumenti  che consentono di integrare le informazioni derivanti da più conti di pagamento del cliente, e i servizi di assistenza tramite chat.