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Si ritorna a scuola, e gli acquisti si fanno online

Gli acquisti in rete ormai sono considerati affidabili, economici e comodi, si sceglie seduti sul divano di casa per farsi recapitare il pacco in tempi brevi. E tra acquisti online di zaini, diari, astucci emerge una grande voglia di normalità e di ritorno a scuola in presenza. La prima campanella ha suonato, e le famiglie hanno quindi attrezzato figlie e figli per l’inizio dell’anno scolastico. Se la tipologia di ricerche per gli acquisti scolastici sembra voler mettere la pandemia alle spalle, un dato conferma un trend in forte ascesa. Quello appunto di utilizzare l’e-commerce come canale privilegiato da parte dei genitori italiani. 

Più zaini e diari meno mascherine

Sono seicentomila gli zaini acquistati su Amazon per questo ritorno a scuola ancora segnato dagli strascichi della pandemia. Un dato, questo, che rende al meglio l’idea di un ritorno a scuola in presenza. Nella classifica delle ricerche per gli acquisti online più in voga fra il mese di agosto e l’inizio di settembre i diari per la scuola si piazzano all’11° posto della classifica generale dei prodotti più venduti online, seguiti dagli zaini, al 14° posto, e dagli astucci, al 31° posto. Si tratta di prodotti che nel 2020 erano in fondo alla classifica, o nel caso degli zaini, neanche comparivano. A calare è invece l’acquisto di mascherine. Un anno fa erano al terzo posto oggi scendono al 24°.

La classifica dei più cercati su Amazon

Ma oltre ai prodotti per la scuola, cosa si vende online? Grazie all’analisi compiuta su Amazon è possibile analizzare la top ten delle ricerche più frequenti sulla piattaforma, ovvero i prodotti che precedono proprio i diari, saliti fino all’undicesima posizione. E al primo posto si piazza una nuova moda, quella dei “pop it”, il gioco antistress del momento. A seguire, nell’ordine, smartwatch, cuffie bluetooth, calzature Birkenstock da donna, e monopattini elettrici, in forte crescita.
Al sesto posto si posiziona Xiaomi, il produttore di smartphone, seguito dalla playstation Sony, e dalle ricerche generali con parola chiave “smartphone”. Gli ultimi due posti della top ten sono occupati dalla ricerca di iPhone 12 e quella di friggitrici ad aria.

I consigli per i venditori

Come sfruttare al meglio il periodo del back to school? Il blog di Marketplace Mentor offre cinque consigli proprio per i venditori. Il primo è quello di compiere l’analisi del settore alla ricerca dei prodotti top seller. Nella propria vetrina virtuale, infatti, conviene avere gli oggetti più di moda nel periodo scolastico. Essenziale poi è ottimizzare keyword e catalogo prodotti, oltre a incrementare e personalizzare l’advertising: dal Pay per Click alle campagne più specifiche, tutto deve catturare l’attenzione di studenti e genitori. La gestione delle spedizioni e dei resi gioca poi un ruolo molto importante, così come la costruzione di una strategia multi-goal, creando campagne pubblicitarie con finalità diverse a seconda del periodo promozionale. Questo, per intercettare gli utenti nel momento giusto.

Trovare lavoro con il cv? L’Europass non sempre è la soluzione ideale

Il cv è lo strumento più importante per chi cerca un nuovo lavoro. Per questo motivo deve essere pianificato nel dettaglio, corretto con estrema attenzione, e aggiornato regolarmente. Quando si decide di creare un nuovo curriculum la prima decisione è quella relativa all’organizzazione dei contenuti. È possibile creare un nuovo cv a partire da zero, oppure affidarsi a modelli standard o predefiniti. Il più diffuso è senza dubbio il cosiddetto formato europeo, anche detto Europass. Si tratta dello standard per la redazione dei cv proposto da circa 20 anni dalla Commissione Europea, allo scopo di creare una struttura condivisa per i curricula circolanti nell’Unione.

Un cv preimpostato per una presentazione del candidato a livello internazionale

Ma l’Europass è davvero efficace? Non è forse meglio creare il proprio cv a partire da un formato più originale? A queste domande risponde Carola Adami, co-fondatrice della società di selezione del personale Adami & Associati. “Il cv in formato europeo presenta indubbiamente dei vantaggi: è stato creato appositamente per garantire una presentazione strutturata e intuitiva delle informazioni del candidato a livello internazionale – spiega Adami -. La peculiarità di questo formato è di presentare un layout preimpostato a colonne, con i nomi delle diverse sezioni che occupano circa 1/3 della pagina nella colonna sinistra, per lasciare quindi alle informazioni sul candidato i restanti 2/3 della pagina”.

Gli svantaggi del cv in formato europeo

“I vantaggi dell’Europass sono chiari: questo formato facilita la compilazione al candidato, ed è immediatamente intuitivo per il selezionatore – aggiunge l’head hunter -. Va peraltro detto che al giorno d’oggi il formato europeo presenta tre impaginazioni possibili”.
Questo formato presenta però anche alcuni svantaggi.
Se “lo scopo del candidato deve essere quello di spiccare sopra agli altri, di distinguersi – commenta Adami – in che modo un formato standard, volto a uniformare i vari profili, può aiutare?” Di fatto, secondo Adami, “l’impaginazione dell’Europass, per quanto presente attualmente in tre versioni differenti, risulta piuttosto noiosa e superata dal punto di vista della grafica”.

Quando usare il formato europeo e quando sarebbe meglio farne a meno?

“Senza di dubbio è sempre bene avere a portata di mano una versione del proprio curriculum in formato europeo, per il semplice fatto che molti annunci continuano ancora oggi a chiedere in modo specifico questa impaginazione. Detto questo – sottolinea ancora Adami – può essere un buon modello per chi ha poche informazioni da inserire: i giovani con una o due esperienze professionali possono infatti trarre vantaggio dallo spazio ‘occupato’ dalla colonna di sinistra per presentare un cv leggermente più lungo. Viceversa, chi ha tante informazioni da riportare rischia di presentare un documento troppo lungo”.
L’Europass è inoltre sconsigliato per chi vuole farsi notare e mettere in luce la propria creatività. Inoltre, rappresenta una scelta poco saggia per chi vuole mettere in evidenza le proprie competenze, relegate nella parte bassa della struttura.

Mutui, risalgono le richieste nel secondo semestre 2021

Nella prima metà del 2021 il mercato dei mutui mette a segno un andamento positivo: l’importo medio delle domande e degli importi erogati è aumentato, la domanda si è spostata dalle grandi città ai piccoli centri ed è cresciuto anche il numero di giovani che si rivolgono alle banche per acquistare casa. Sono alcune delle principali evidenze dell’Osservatorio Congiunto Easy.it-Mutui.it, che analizza il trend dei mutui per l’acquisto della casa.

L’importo medio si assesta a 137.626 euro

L’analisi evidenzia che l’importo medio richiesto nei primi sei mesi del 2021 ha raggiunto i 137.626 euro, con un incremento del 2% rispetto all’analogo periodo del 2020. L’aumento della richiesta media è è stato un processo sostenuto dalle banche, che da un lato non hanno inasprito i criteri di selezione, dall’altro hanno aumentato l’importo medio erogato a una media di 136.480 euro, con un incremento di 1% rispetto al 2020. Anche senza considerare l’impatto della pandemia e del lockdown, il valore è in crescita: rispetto al primo semestre 2019, la richiesta media è cresciuta del 3,3% e la cifra erogata del 4,6%.

Scende il valore medio degli immobili

In questo contesto di segni “più” c’è però un valore in decrescita: è il prezzo medio degli immobili che gli italiani vogliono acquistare, sceso del 5% rispetto a un anno fa a 209mila euro. Questo scarto, a detta degli esperti che hanno condotto l’indagine, è da ricercare nel fatto che i nostri connazionali hanno “spostato” le compravendite dai grandi centri a quelli di provincia, dove il costo al metro quadro è tendenzialmente inferiore.

Sale invece l’appeal della provincia

A riprova di queste affermazioni, ci sono i dati di Facile.it in merito al cambiamento della domanda di mutui rispetto ai due periodi pre e post pandemia. I numeri parlano chiaro: nel primo semestre 2021 è aumentata in maniera significativa la richiesta per finanziamenti finalizzati all’acquisto di case situate in provincia.  Ad esempio, la domanda di finanziamenti per immobili ubicati in comuni con meno di 250.000 abitanti è stata pari al 77% del totale, in aumento del 7% rispetto al 2017. E anche guardando ai mutui effettivamente erogati, è cresciuta del 6%, arrivando al 74% del totale, la quota di quelli ottenuti per abitazioni ubicate in piccole città. Lo spostamento al di fuori dei grandi centri urbani ha determinato un aumento dell’LTV, il rapporto tra mutuo richiesto e valore dell’immobile da acquistare, che nel primo semestre 2021 è arrivato al 71%. 

La Pandemia segna una svolta per i viaggi sostenibili

L’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia ha condizionato le nostre abitudini, anche nei viaggi, e se ora il mondo ricomincia a viaggiare con cautela le persone vogliono impegnarsi molto di più rispetto al pre-Covid a spostarsi in modo consapevole. La pandemia ha infatti segnato un punto di svolta nel modo di viaggiare, che ora diviene più sostenibile e rispettoso del territorio e delle comunità dei luoghi visitati. L’81% dei viaggiatori italiani pensa che si debba agire ora per poter preservare il pianeta per le generazioni future, e il 57% afferma che la pandemia li ha spinti a voler viaggiare in modo più sostenibile anche in futuro. Si tratta di alcuni risultati emersi da una ricerca pubblicata da Booking.com sui viaggi sostenibili.

Evitare le destinazioni più popolari e rispettare le comunità locali

Anche il rispetto per le comunità locali è in cima alla lista: durante i viaggi il 79% degli italiani vuole vivere esperienze autentiche e rappresentative della cultura locale, e il 92% pensa sia cruciale aumentare la comprensione culturale e la conservazione del patrimonio culturale. Inoltre, l’88% vorrebbe che l’impatto economico del settore fosse distribuito equamente a tutti i livelli della società. Inoltre, il 76% degli intervistati afferma di voler evitare le destinazioni e attrazioni più popolari per non contribuire al sovraffollamento. In questo modo pensa di aiutare le destinazioni meno visitate e le relative comunità a trarre beneficio dagli effetti positivi dei viaggi.

I buoni propositi diventano realtà

Molti di questi buoni propositi stanno diventando realtà. Il 44% dei viaggiatori italiani negli ultimi12 mesi in vacanza ha scelto di spegnere l’aria condizionata o il riscaldamento nel proprio alloggio quando non era presente, e il 41% ha portato con sé una borraccia riutilizzabile per non acquistare acqua in bottiglia. O ancora, il 30% degli intervistati ha svolto attività a sostegno della comunità locale. Il 68% ammette poi di sentirsi a disagio se il posto dove soggiorna gli impedisce di essere sostenibile, ad esempio, negando la possibilità di fare la raccolta differenziata.

Soggiorni sostenibili: permangono ancora alcuni ostacoli

Anche se l’87% dei viaggiatori afferma di voler soggiornare in un alloggio sostenibile nel prossimo anno, con un aumento del 7% nel 2020, sono ancora presenti alcuni ostacoli, segnala Askanews. Secondo la ricerca infatti il 57% dei viaggiatori italiani ha affermato di non aver soggiornato in una struttura sostenibile nell’ultimo anno, il 31% non sapeva nemmeno che esistessero questo tipo di opzioni, il 34% non ha trovato opzioni sostenibili nella meta del proprio viaggio, e il 28% non sapeva come trovarle. E il 59% dei viaggiatori crede che nel 2021 non ci siano ancora abbastanza opzioni di viaggio sostenibili disponibili.

Microsoft presenta il Work Trend Index 2021

Per aiutare le organizzazioni nella propria transizione verso il lavoro ibrido Microsoft presenta i risultati del Work Trend Index 2021, dal titolo The Next Great Disruption is Hybrid Work – Are We Ready? Lo studio, che ha coinvolto oltre 30.000 persone in 31 Paesi, Italia inclusa, si basa sull’analisi di migliaia di miliardi di dati aggregati, relativi alla produttività e alle modalità di lavoro raccolti in modo anonimo tramite Microsoft 365 e LinkedIn. Il Work Trend Index analizza l’evoluzione degli ambienti di lavoro nel corso dell’ultimo anno, e mette in luce sette trend che tutte le aziende dovrebbero conoscere per prepararsi alla nuova era del lavoro ibrido. Inoltre, evidenzia la necessità di ripensare alcune pratiche ormai consolidate per prepararsi al nuovo mondo del lavoro.

La rivoluzione del mondo del lavoro

Lo studio di Microsoft ha evidenziato l’importante evoluzione degli ambienti di lavoro nel corso dell’ultimo anno. Il tempo trascorso nei meeting, ad esempio, è più che raddoppiato a livello globale, e nel mese di febbraio 2021 sono state inviate oltre 40 miliardi di e-mail in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dall’indagine è inoltre emerso l’approssimarsi di una vera e propria rivoluzione del mondo del lavoro, con il 73% dei lavoratori che afferma di desiderare che le opportunità di lavoro remoto proseguano anche in futuro. E se le offerte di lavoro da remoto su LinkedIn sono aumentate di oltre 5 volte durante la pandemia, più del 40% della forza lavoro globale intende lasciare il proprio datore di lavoro attuale nel corso dell’anno, mentre il 46% prevede di trasferirsi cogliendo l’opportunità di lavorare da remoto.

Sette trend

L’indagine ha messo in luce sette trend da prendere in considerazione che ogni dirigente aziendale deve considerare per prepararsi a una nuova era del lavoro ibrido. Il primo è che secondo Microsoft il lavoro flessibile non potrà essere abbandonato, ma i leader rischiano di perdere il contatto con i dipendenti e hanno bisogno di essere sensibilizzati su questo fronte. Inoltre, un elevato livello di produttività nasconde una forza lavoro esausta, e i lavoratori della Generazione Z sono in difficoltà e hanno bisogno di nuove energie. I gruppi di lavoro sempre più ristretti mettono poi a rischio l’innovazione, e se l’autenticità spronerà la produttività e il benessere, in un mondo del lavoro ibrido, il talento è ovunque.

Cinque strategie

Il nuovo Work Trend Index, riporta Italpress, ha evidenziato anche cinque strategie che le imprese dovrebbero adottare a supporto della propria evoluzione. Quali? Definire un piano per garantire alle persone la massima flessibilità, investire negli spazi e nelle tecnologie per unire il mondo fisico a quello digitale, contrastare dall’alto la sensazione di “spossatezza digitale”, dare priorità al capitale sociale e alla cultura aziendale, ripensare l’esperienza dei lavoratori per supportare i migliori talenti e promuovere la diversità.

Pet mania, le città italiane più pet addicted

La spesa per gli animali da compagnia rappresenta una voce importante nel carrello degli italiani. E a conferma dell’amore incondizionato che nutrono verso i propri amici a quattro zampe i prodotti per animali sono al 15° posto fra i più acquistati, subito dopo i generi alimentari primari, come frutta e verdura, o i prodotti per l’infanzia. La conferma arriva anche da Everli, il marketplace della spesa online, che ha analizzato gli acquisti effettuati online negli ultimi dodici mesi e ha stilato la classifica delle 10 città italiane che hanno registrato i maggior volumi di acquisti dedicati alla cura dei pet.

Lombardi e liguri al top della classifica

Secondo i dati di Everli gli appassionati di animali si concentrano soprattutto al nord della Penisola, in particolare in Lombardia e Liguria. Sono infatti ben quattro le province lombarde che nel 2020 hanno registrato il maggior numero di acquisti pet online al supermercato. In testa Mantova, che detiene il primato a livello nazionale, seguono la provincia di Varese (3°), Bergamo (4°), Brescia (6°). Due, invece, le città liguri in questa classifica, Savona (2°) e Genova (7°). La top 10 delle città italiane con la percentuale più alta di acquisti pet comprende anche Torino, al 5° posto, Livorno (8°), e Udine (9°).
I prodotti più acquistati sono per i gatti

Complici anche la comodità del servizio di spesa online con consegna a domicilio, nella classifica dei prodotti per animali più acquistati online gli alimenti per cani e gatti (80%) risultano i più acquistati in assoluto, seguiti da lettiere e deodoranti (14%), e giochi e accessori (6%). Ma sono i proprietari di gatti i più tecnologici, ormai habitué della spesa online. Infatti, oltre la metà degli acquisti (62%) riguarda articoli per mici. Gli amanti dei cani sono invece pari a un terzo di coloro che acquistano online prodotti per gli amici pelosi (37%), mentre è molto bassa la percentuale di acquisti dei possessori di roditori e piccoli animali: la loro spesa è pari all’1% del totale della categoria pet.

Non solo food

Dai dati relativi ai prodotti dedicati ai pet emerge quali siano le città che preferiscono fido ai felini e viceversa. E se Varese (44%) è la città dove si registra il volume maggiore di spesa per la categoria di alimenti per cani, per quanto riguarda il cibo per i gatti i volumi più alti si concentrano a Mantova (67%). Ma lo shopping per gli amici a quattro zampe non è solo food. Molti utenti sono infatti particolarmente attenti al tempo dedicato al gioco e alle coccole dei loro amici da compagnia, soprattutto in Liguria, dove Genova e Savona detengono rispettivamente il 1° e il 2° posto nella classifica delle città in cui si sono acquistati più giochi e accessori per animali nel 2020. Chiudono la top 5 le province di Bergamo (3°), Torino (4°) e Brescia (5°).

La pausa pranzo in smart working è più complicata e meno varia per un lavoratore su due

La pausa pranzo in smart working è più complicata da gestire rispetto al pranzo in ufficio. Che sia presso la propria postazione di lavoro, in mensa, al bar o al ristorante, meglio mangiare al lavoro che a casa, anche se la propria abitazione per chi lavora in smart working è diventata il luogo di lavoro. Secondo una ricerca condotta da Praxidia per Elior, la multinazionale francese attiva nel settore del catering e della ristorazione collettiva, il 50% dei lavoratori dipendenti italiani ritiene infatti che gestire il break lavorando da casa sia più difficile. In particolare, perché il 42% percepisce il momento della pausa pranzo meno rilassante, data l’impossibilità di staccare davvero dal lavoro.

Difficile mantenere un menu bilanciato, e manca il tempo per se stessi

Sempre secondo la ricerca, il 49% denuncia una minore possibilità di fare movimento, il 39% degli intervistati perché risulta più complesso mantenere un menu vario e bilanciato, mentre il 30% pensa di avere meno tempo per se stesso. Ma allora come dovrebbe rispondere al nuovo stile di vita dei lavoratori italiani il break durante il turno di lavoro tra le mura domestiche?

L’acquisto di cibo e bevande dovrebbe essere digitalizzato

Secondo l’indagine, la soluzione è nel digitale. L’acquisto di cibo e bevande dovrebbe infatti essere digitalizzato. Dal momento della scelta fino all’ordine e al pagamento, il cibo dovrebbe essere semplice da acquistare, ma anche da scegliere, con una chiara lettura delle ricette, degli ingredienti e dei loro apporti nutrizionali. Inoltre, dovrebbe essere personalizzato, ovvero garantire flessibilità e rispetto dei diversi regimi dietetici. Con un punto fermo, però: l’italianità. La genuinità e la tradizione degli ingredienti, riporta Ansa, sono infatti imprescindibili per il 55% degli intervistati.

Il lockdown ha costretto a rivedere le modalità di fruizione del servizio mensa e della pausa pranzo

In evoluzione però appare anche la pausa pranzo in mensa. La tendenza alla maggiore velocità nella fruizione della pausa pranzo, e una maggiore differenziazione delle esigenze alimentari, oltre alla crescente flessibilità dei modelli organizzativi, è rilevata anche dall’azienda di acqua minerale San Benedetto. Relmi Rizzato, Direttore HR San Benedetto, ha sottolineato come tra esigenze di evitare gli assembramenti e presenza al lavoro l’esperienza del lockdown abbia costretto a rivedere le modalità di fruizione del servizio mensa e della pausa pranzo. Ma secondo Relmi Rizzato la necessità di consumare il pasto alla scrivania ha fatto emergere anche un altro bisogno. Quello di volersi garantire pasti più leggeri e più diversificati.

A maggio -34% italiani connessi. Ma è cambiato il metodo di rilevazione

Ad aprile la presenza online media per persona in Italia arrivava a più di 4 ore, precisamente a 4h38’32’’. Un dato in linea con quello di marzo (4h35’’18), registrato da Audiweb in piena emergenza, ma non lontano nemmeno da febbraio (4h25’24’’). A sorpresa, a maggio però risultano connessi il 34% di italiani in meno che ad aprile. La fotografia Audiweb relativa a questo mese, infatti, svaluta pesantemente il tempo connesso di 35 milioni di italiani, che risultano essere un terzo in meno rispetto al mese precedente. Una svalutazione tanto ampia da far riflettere sul principale sistema di rilevazione dell’audience digitale del nostro Paese. Che di fatto ha ricorso a un nuovo sistema di rilevazione per i dispositivi Android.

A marzo più utenti che italiani

La rilevazione di maggio in media determina per ogni persona poco più di 3 ore di tempo trascorso online (3h01’03’’). Quindi, secondo Audiweb, ad aprile il lockdown non ha sortito alcun effetto sul digitale, se si considera che il dato di quel mese era indicato come sostanzialmente uguale a quello di novembre, e che entrambi i dati erano sovrastimati, come dimostra la nuova misurazione.

Non è tutto. A marzo l’esame dei dati aveva evidenziato che nelle fasce d’età 18-24 anni e 35-44 anni il numero di utenti online era più alto rispetto al numero di individui censiti dall’Istat nella popolazione italiana 2019. In sintesi più utenti che italiani.

Messi in discussione i dati dei 12 mesi precedenti

Le ultime rilevazioni sembrano testimoniare un nuovo colpo di magia, che risulta ancora più evidente tornando indietro nel tempo, riporta Adnkronos.

A partire dal mese di aprile 2019 è stata infatti rilasciata una nuova versione del meter per la rilevazione dei device dotati di sistema operativo Android. Prima della modifica, il tempo medio online per persona a marzo 2019 si attestava a 3h34’46’’, poi, dopo il cambiamento, è schizzato a 4h22’48’’. Un incremento notevole, captato da uno strumento cui ci si è affidati per un anno. Ora, però, nuova inversione a U: a maggio di quest’anno secondo Audiweb si trascorre online meno tempo rispetto a marzo 2019. Un salto indietro in controtendenza, scandito da un cronometro nuovo, che mette in discussione i dati dei 12 mesi precedenti.

Nel 2019 Agcom ha bocciato la metodologia di Audiweb

Non è la prima volta che qualcosa non torna nel metodo delle misurazioni di Audiweb. Nel luglio 2019 l’Agcom ha acceso i riflettori sulla non completa coerenza della metodologia Audiweb 2.0, che prevede il passaggio di dati dei lettori da Audiweb a Nielsen e a Facebook. Quest’ultimo un diretto concorrente degli editori nella raccolta pubblicitaria. Proprio per questo, il colosso social di Mark Zuckerberg non può certo essere equiparato a un misuratore indipendente. E proprio per questo, Agcom ha bocciato la metodologia di Audiweb.

Milano, Roma e Kuwait City le tre città peggiori per gli expat

Milano e Roma sono fra le 3 città peggiori per chi vive e lavora all’estero. Secondo l’Expat City Ranking 2019 Milano si posiziona all’80° posto su 82 città, mostrando risultati poco brillanti nell’Urban Work Life Index (77°), posizionandosi fra le ultime 10 in tutte le sue sottocategorie. Mentre Roma è nuovamente votata come la peggiore città europea per gli expat, posizionandosi all’81° posto, solo davanti a Kuwait City su scala globale. L’Expat City Ranking si basa sul sondaggio realizzato da InterNations, analizzando cinque aree della vita di un expat, la qualità della vita urbana, lo facilità di ambientamento, la vita lavorativa urbana, situazione finanziaria e abitativa, costo della vita locale.

Zurigo, l’Aia e Basilea sono le città in cui trasferirsi nel 2020

Nel loro insieme, le prime quattro aree della classifica rivelano le migliori e le peggiori città in cui trasferirsi nel 2020. E se la performance di Milano e Roma non è positiva, riporta Ansa, secondo la classifica Taipei, Kuala Lumpur, Ho Chi Minh City, Singapore, Montréal, Lisbona, Barcellona, Zurigo, l’Aia e Basilea sono le città migliori in cui trasferirsi nel 2020. Mentre Kuwait City (82°), Roma, Milano, Lagos (Nigeria), Parigi, San Francisco, Los Angeles, Lima, New York City e Yangon (73°) sono le città peggiori al mondo.

Una delle principali ragioni della performance mediocre è il basso grado di stabilità politica

Milano è anche la città con il peggior punteggio in termini di soddisfazione sul lavoro, con solo il 47% degli expat a Milano soddisfatti, a differenza del 64% su scala globale. E il 39% è anche insoddisfatto della propria situazione finanziaria. Meno di un quarto (23%), poi, è soddisfatto del costo della vita locale (contro il 43% su scala globale), e se il numero di expat soddisfatti per quanto riguarda le reti di trasporto locali a Milano (74%) e le opinioni sul clima locale (61%) è leggermente al di sopra della media globale, la città è al 60° posto nell’Urban Living Index.  Una delle principali ragioni della sua mediocre performance però è il basso grado di stabilità politica (75°), un risultato al di sotto della media globale (61%), e più basso rispetto all’anno scorso (44%).

La più grande debolezza è l’Urban Work Life Index

Anche per Roma la più grande debolezza è l’Urban Work Life Index, in cui si classifica ultima al mondo per la seconda volta consecutiva. Inoltre, un expat su tre a Roma (33%) è insoddisfatto del proprio lavoro attuale (contro il 19% su scala globale) e due terzi (67%) sono infelici delle opportunità di carriera.

Il 62% valuta lo stato dell’economia locale in modo negativo, più di quattro volte la media globale (15%). Infatti, meno della metà (44%) è soddisfatto della propria situazione finanziaria.

Tuttavia, Roma batte Milano in termini di clima: il 92% degli expat lo apprezzano, e oltre la metà (55%) dà a questo fattore il miglior punteggio possibile.

Assistenti virtuali vulnerabili, e l’hacker ne approfitta

I timori sulle incursioni degli hacker negli assistenti virtuali erano già emersi in passato. La prima generazione di Amazon Echo, lanciata nel 2015, mostrava infatti alcuni punti deboli, permettendo quindi ai pirati informatici di impossessarsi dei dati e prendere il controllo del device. Ma ora è una certezza, gli assistenti virtuali possono essere vulnerabili, e il rischio di intrusioni pirata nei dispositivi domestici è reale. Lo hanno scoperto i ricercatori di Eset, società slovacca di cyber security, che per prima ha individuato il tallone d’Achille di Echo.

Le falle di Alexa e del Kindle 8

Le indagini, hanno spiegato i due ricercatori di Eset Robert Lipovsky e Stefan Svorencik, sono partite da Amazon Echo, conosciuto anche con il nome della sua assistente vocale Alexa. I ricercatori hanno scoperto il dispositivo presentava la possibilità di penetrare nello scambio di dati tra il device e il router wifi presente in casa. Un hacker, ad esempio, avrebbe potuto avere accesso ai comandi vocali. Usati, magari, per aprire la porta dell’abitazione.

Questa falla pericolosa, che interessava anche il Kindle 8, è stata segnalata al colosso di Seattle a ottobre del 2018. Riconosciuto il problema, riporta Askanews, a gennaio del 2019 Amazon è corsa ai ripari con una patch che ha messo al sicuro gli Echo di prima generazione.

Gli oggetti simbolo dell’Internet of Things sotto attacco

Al Global press event 2019 organizzato a Bratislava, la società slovacca ha messo in evidenza i risultati della sua attività investigativa su altri oggetti simbolo dell’Internet of Things (IoT). Come ad esempio la D-link Camera 2132L, un tipo di videocamera usata in diversi dispositivi, che presenta molteplici vulnerabilità. “Debolezze”, in questo caso, che permettono a un attacker di intercettare il flusso di immagini raccolte prima che vengano criptate, appropriandosi dei video all’insaputa dell’utente.

L’home assistant, un bersaglio privilegiato

Per difendere gli home assistant, avvertono i ricercatori di Eset, è necessario stare sempre in guardia. Si tratta di strumenti sempre connessi a internet, con diversi punti deboli che possono essere sfruttati dai pirati poiché non presentano grandi difese contro i malware. Agli utenti, invece, le raccomandazioni base restano quelle di scegliere password più complesse e ricordarsi di disattivare i device quando non vengono usati. D’altronde, secondo gli esperti di sicurezza cibernetica, per le loro caratteristiche specifiche gli home assistant continueranno a essere bersagli privilegiati degli attacchi hacker. E a novembre Eset pubblicherà un rapporto su altri smart home hub per mostrare tutte le vulnerabilità scovate.