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Shopping online: a Natale 2021 spesi più di 1 trilione di dollari

A livello globale per lo shopping natalizio online sono stati spesi 1,14 trilioni di dollari, di poco superiori ai 1,1 trilioni di dollari spesi nel 2020. Nel 2021 la corsa allo shopping natalizio è cominciata con largo anticipo, con il 30% delle vendite globali registrate già nelle prime tre settimane di novembre. E se nel 2021 la Cyber Week ha visto una crescita digitale debole, i picchi di inizio novembre e fine dicembre hanno aiutato i retailer a battere nuovi record di vendita.
Si tratta di alcuni dati emersi dal 2021 Holiday Shopping Report, l’analisi degli acquisti nel periodo delle festività su oltre un miliardo di consumatori condotta da Salesforce, azienda globale nel CRM. 

Il 30% delle vendite globali è avvenuto entro il 22 novembre

A causa dell’ansia di assicurarsi i regali desiderati, ed evitare problemi di ritardo di spedizione e prodotti esauriti, il 30% delle vendite globali è stato completato entro il 22 novembre. Gli acquisti effettuati nel corso della Cyber Week hanno rappresentato il 23% delle vendite globali, in lieve calo rispetto al 24% del 2020. Poiché i consumatori hanno perso le date limite per la spedizione online e sono aumentate le preoccupazioni per le nuove varianti di Covid-19, il 23% delle vendite digitali globali è stato effettuato tra il 18 e il 31 dicembre.
Nello stesso periodo di tempo, i negozi che hanno offerto opzioni di ritiro in negozio, o tramite punti di raccolta, hanno registrato il 62% di queste vendite globali.

Le borse di lusso i prodotti più acquistati

Dalla ricerca emerge che durante le festività natalizie del 2021 le spese si sono orientate maggiormente ai desideri piuttosto che ai bisogni essenziali.
Le borse di lusso hanno registrato infatti la crescita globale più alta su base annua, con un aumento del 45% delle vendite online, mentre l’arredo per la casa e le calzature hanno registrato una crescita rispettivamente del 34% e del 32%.
Inoltre, il 4% delle vendite digitali globali su dispositivi mobili è stato effettuato tramite un’app di social media, e il 10% del traffico mobile ha avuto origine attraverso i social network. Man mano che i retailer iniziano a costruire spazi virtuali nel Metaverso anche i consumatori, quindi, si dimostrano pronti ad acquistare attraverso nuovi canali.

Durante le ultime festività i negozi fisici hanno svolto un ruolo fondamentale

Un sondaggio condotto su 1.600 consumatori in tutto il mondo per la quarta edizione del Report Connected Shopper di Salesforce, ha rilevato che entro il 2023 il 25% degli acquisti avverrà al di fuori di store online, app proprietarie o negozi fisici dei brand.
Ma durante le ultime festività i negozi fisici hanno svolto un ruolo fondamentale. Sebbene i consumatori abbiano continuato ad abbracciare il digitale per lo shopping natalizio, il 60% delle vendite digitali globali è stato influenzato dai punti vendita fisici, dalla proposta al soddisfacimento della domanda.
Il nuovo ruolo in continua evoluzione del negozio, almeno durante lo shopping natalizio dell’ultimo anno, ha perciò contribuito a ridurre l’attrito tra i punti di contatto digitali e fisici.

Rifiuti, quanto mi costate? Meno in Veneto, di più in Campania

Quella dei rifiuti è una tassa che ha sempre una maggiore incidenza sui budget familiari. Ma quanto ci costa veramente la gestione dei rifiuti, e quali sono le differenze a seconda delle varie aree geografiche d’Italia? Ecco tutte le risposte, che evidenziano come i veneti, ad esempio, siano più “fortunati” rispetto ai campani.

312 euro la cifra media

Per quanto riguarda il costo, la cifra media pagata da una famiglia italiana tipo per la tassa per i rifiuti è stata di 312 euro. Si tratta di un onere aumentato dell’1,5% rispetto all’anno precedente. La regione con la spesa media più bassa è il Veneto (232 euro), dove si registra anche una diminuzione del 4% circa rispetto all’anno precedente. Al contrario, la regione con la spesa più elevata resta la Campania (416 euro, -0,6% rispetto al 2020). È questo il quadro che emerge dalla annuale rilevazione dell’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva, ripreso da AdnKronos. L’indagine sui costi sostenuti dai cittadini per lo smaltimento dei rifiuti in tutti i capoluoghi di provincia prende come riferimento nel 2021 una famiglia tipo composta da 3 persone ed una casa di proprietà di 100 metri quadri. L’indagine è realizzata nell’ambito delle ‘Iniziative a vantaggio dei consumatori’, finanziate dal ministero dello sviluppo economico.

Catania è la città più cara

Con 504 euro, una cifra stabile rispetto al  2020), Catania si conferma il capoluogo di provincia più caro d’Italia in termini di tassa dei rifiuti. Dall’altra parte della classifica c’è Potenza , che con i suoi 131 euro è il più economico. Rispetto ai 112 capoluoghi di provincia esaminati, sono state riscontrate variazioni in aumento (rispetto al 2020) in ben 53 capoluoghi, situazioni di stabilità in 37 e variazioni in diminuzione in 22. A Vibo Valentia l’incremento più elevato (+44,9%), a Rovigo la diminuzione più consistente (-23%). A livello di aree geografiche, i rifiuti costano meno al Nord (in media 270 euro, +1,6% rispetto al 2020), segue il Centro (313 euro, +2,4%), infine il Sud, più costoso (353 euro, +1,3%). A livello territoriale si registrano aumenti in dodici regioni: incremento a due cifre in Liguria (+10,3%), segue la Basilicata con +8,1%, il Molise con +6,1% e la Calabria con +5,9%; tariffe in diminuzione in sei: in Sardegna si registra un -5% e in Veneto un -3,8%.
“A fronte di una spesa media a famiglia che continua a salire e di una eccessiva sperequazione della tariffa fra le regioni e le singole città” dice Tiziana Toto, responsabile politiche dei consumatori di Cittadinanzattiva, “ci spiace constatare che soltanto il 10% dei capoluoghi di provincia applica la tariffa puntuale che incentiverebbe le famiglie a produrre meno rifiuti. Allo stesso modo ancora scarseggiano le iniziative per favorire il riuso e per ridurre i rifiuti, sebbene finalmente tutte le regioni registrino un aumento nei livelli di raccolta differenziata”.

I trend della ristorazione post Covid

Dalla cucina espressa al look botanico: sono alcuni trend per il settore della ristorazione, emersi dall’analisi delle nuove insegne preferite dai Top Chef italiani coinvolti nei TheFork Restaurants Awards. Dopo la pausa dovuta alla pandemia è infatti tornato il premio organizzato da TheFork con l’obiettivo di valorizzare le nuove insegne. Un’iniziativa oggi più che mai indispensabile per il rilancio del settore della ristorazione post emergenza. Più in particolare, quest’anno i grandi chef hanno nominato 64 ristoranti selezionati tra le nuove aperture o le nuove gestioni avvenute tra gennaio 2019 e agosto 2021.

Green take away e cucina espressa
Nel mondo della ristorazione post Covid si rafforza una tendenza che unisce il piacere del ristorante a quello dello shopping eco, dai vestiti ecosostenibili alle piante, fino alle stoviglie in materiali naturali. Sempre più spesso infatti è possibile recarsi al ristorante, e fare allo stesso tempo shopping in corner green irresistibili. Si conferma poi saldamente anche l’apprezzamento per la ‘cucina espressa’, che esalta e premia l’importanza dell’attesa. Perché ogni singolo piatto è preparato da zero, ogni ingrediente è scelto in modo maniacale per offrire al cliente un particolare aroma, una specifica sensazione, un abbinamento mai osato, che conferma un trend ormai non solo dei ristoranti con molte stelle.

Look botanico e contaminazioni & contrasti
È dimostrato che gli stimoli visivi influiscono sulla percezione del gusto. Molte delle nuove aperture nominate ai TheFork Restaurants Awards 2021 sembrano saperlo molto bene, mostrando una cura particolare non solo negli arredi, ma anche nelle luci e perfino nella musica di sottofondo. Comode sedie in velluto dal gusto retrò sono spesso in contrasto con architetture dal mood industrial, mattoni a vista, volte a botte e sempre con il contorno di un’illuminazione delicata, soffusa e calda. Cucina e brigata a vista, poi, sono un must sempre più diffuso e apprezzato, insieme alla presenza di piante e punti verdi sui muri, e perfino sui soffitti. Ma la contaminazione di stili non è solo nell’arredo: Oriente e Occidente, dolce e acido, cucina etnica tradizionale, proposte creative e cucina italiana si sposano con influenze di altri Paesi. E ancora, accostamenti inediti di carne e pesce, crostacei e selvaggina in un mix di contaminazione e qualità per offrire esperienze nuove e sorprendenti.
Convivialità e ricerca, menu ristretti e attenzione all’ecosostenibilità
Conciliare la ricerca con la soddisfazione del commensale, utilizzando magari tecniche di preparazione e conservazione provenienti dall’Oriente o dal Nord Europa è un fenomeno che tende ad avvicinare all’alta cucina in nome della qualità e della convivialità. Anche in queste nuove aperture di pregio si sta infatti affermando la ricerca di una certa essenzialità: dalla cucina espressa che si traduce in massimo nove piatti al giorno al solo menu degustazione fino allo chef che predilige solo ciò che di fresco trova al mercato del giorno. Il tutto all’insegna della sostenibilità, che risponde alla crescente richiesta del mercato e dei consumatori, sempre più consapevoli alla ricerca di piatti buoni e sani.

Con lo switch off, vendite di nuovi TV a +120%

Da quanto è partito il countdown per lo switch off, ovvero i primi passi del passaggio verso il nuovo digitale terrestre, gli italiani hanno iniziato a controllare la compatibilità dei loro apparecchi e dei decoder, valutando la possibilità di adattarli o di cambiarli. Il nuovo standard, che ha preso il via su alcuni canali Rai e Mediaset, ha infatti previsto il passaggio al Mpeg-4. Come riporta Ansa, questo step non solo ci consentirà di assistere a programmi di qualità migliore, ma soprattutto serve a liberare la banda 700 Mhz, molto utilizzata in Italia specie dalle tv locali, per far spazio alla rete 5G per gli operatori di telefonia. Non avranno problemi a ricevere i canali tutti coloro che hanno un televisore che permette già oggi la ricezione del segnale in alta definizione dal numero 500 in poi del telecomando. 

Via la corsa ai nuovi acquisti

Per tutti quelli che non hanno un apparecchi adatto, invece, è iniziata la corsa all’acquisto di nuovi televisori e apparecchi, in virtù anche dell’entrata in vigore del Bonus Rottamazione TV, che ha come obiettivo proprio quello di incentivare l’acquisto di nuovi televisori. Secondo le stime, sarebbero circa 10 milioni le famiglie ad aver necessità di sostituire i propri apparecchi. Le facilitazioni contemplate dal bonus sono due: se l’Isee è al di sotto dei 20mila euro sarà possibile avere uno sconto di 30 euro per l’acquisto di un decoder o un televisore; non ci sono invece limiti di reddito in caso di rottamazione, che dà diritto a uno sconto del 20% sul costo del nuovo apparecchio fino a un massimo di 100 euro. Il bonus si può ricevere fino alla fine del 2022 o fino a esaurimento risorse. Secondo le rilevazioni GfK Market Intelligence questo incentivo ha avuto un effetto immediato sulle vendite nelle prime settimane di introduzione che sta continuando anche nel mese di ottobre.

Venduti oltre 217.000 televisori in una settimana

Secondo i dati Gfk, nella settimana 41 – quella compresa tra l’11 e il 17 ottobre 2021 – sono stati venduti oltre 217.000 televisori, con una crescita pari al +120% a unità rispetto alla stessa settimana del 2020. Se analizziamo il trend a valore, riscontriamo una crescita ancor più marcata, pari al +152% rispetto alla settimana 41 del 2020. Questo forte incremento è dovuto a due fattori: da un lato la domanda superiore all’offerta – legata anche alle problematiche di approvvigionamento dei produttori – dall’altro l’aumento dei costi delle materie prime e della logistica, che hanno contribuito alla crescita del prezzo medio dei TV rispetto al 2020 (+26% complessivamente da inizio anno). 

Sostenibilità, Millennial più attivi sui social nel dibattito sui temi green

Con il 40% delle interazioni social, il cambiamento climatico è l’argomento più discusso nelle conversazioni sui social, registrando oltre 10.500 post e commenti, a fronte di circa 13.000 notizie di siti web e giornali online. Ma con il 47% di attività sui social, è quella dei Millennial la generazione più attenta alla sostenibilità delle aziende, e i più attivi nella richiesta di call2action, trasparenza e responsabilità ai player del mondo aziendale. Fra loro, l’88% sono donne, e i temi più discussi sono Climate Change, Net Zero, Rinnovabili e Finanza sostenibile. Il sentiment negativo però è del 77%, e se i Millennial sono preoccupati per il futuro del pianeta il 23% chatta con sentiment positivo sulle iniziative di sostenibilità di enti pubblici e privati, come ad esempio l’International Earth Day. 

Net Zero, apprezzato l’impegno delle aziende per ridurre le emissioni

Si tratta dei risultati della prima Social Sentiment Analysis di PwC Italia in tema di sostenibilità, realizzata dal Team Innovation con il coordinamento di Gaia Giussani, ESG Director. E secondo l’analisi di PwC Italia la decarbonizzazione è il secondo argomento per numero di interazioni social (30% del conversato totale sulla sostenibilità), con 8.488 post e conversazioni di utenti privati a fronte di 14.048 pagine web, e un sentiment negativo pari al 68%. Il sentiment è tuttavia in leggero miglioramento quando si parla di Net Zero: nel 32% delle conversazioni gli utenti riconoscono l’impegno delle aziende che attuano strategie concrete per ridurre le proprie emissioni. Tra gli esempi più citati, la riduzione dell’utilizzo di mezzi inquinanti, le iniziative finalizzate a sensibilizzare i dipendenti e le scelte d’investimento green. Il 68% di conversazioni negative evidenzia però l’insufficienza degli sforzi dei singoli e il bisogno di misure più stringenti.

Rinnovabili, fondamentali ma ancora troppo costose

In terza posizione nelle conversazioni social (27% del conversato totale), il tema delle energie rinnovabili e della trasformazione ecologica è al centro di 7.791 post, a fronte di quasi 11.000 pagine e articoli web, e registra un sentiment positivo del 25%. Il 75% delle conversazioni negative si concentra sulle perplessità relative al costo elevato, la non disponibilità totale dei cittadini a spendere di più per prodotti green e lo scetticismo degli utenti nei confronti delle aziende che dicono di investire nelle rinnovabili e di partecipare alla transizione ecologica mentre dipendono dagli investimenti neri come carbone, il petrolio e gas.

Finanza sostenibile, sentiment positivo al 42%

Con un peso del 3% nelle conversazioni sui social media in ambito di sostenibilità, la finanza sostenibile è l’argomento che registra il sentiment positivo più alto, pari al 42%, riporta Adnkronos. Sempre più utenti condividono sui social articoli e notizie sugli investimenti sostenibili delle aziende, manifestando la volontà di informarsi sul tema, di partecipare a eventi e a webinar che permettano di acquisire conoscenze. Le conversazioni negative (58%) sono incentrate principalmente sul greenwashing e sulla poca trasparenza da parte delle aziende.

Mi metto in proprio, come gli italiani vivono la entrepreneurial economy

Colpa anche del Covid-19, che ha rimescolato le carte di gran parte della nostra vita. Ma forse anche la voglia, finalmente, di cambiare. Qualunque sia la ragione, resta il fatto che molti italiani hanno voglia di rivoluzionare la propria esistenza sotto il profilo professionale. Secondo Bva Doxa, che ha condotto un’indagine sul tema per conto di Shopify, piattaforma di e-commerce all in one, è questo il periodo dell’Entrepreneurial Economy ovvero il momento giusto per mettersi in proprio, reinventarsi o innovare il proprio business. In questo 2021, infatti, non mancano le opportunità per le imprese e i professionisti che sanno cavalcare senza paura il cambiamento, trainato dal digitale e in particolare dall’e-commerce.

Imprenditore, chi sei?

In base ai risultati della ricerca, gli italiani hanno un’idea stereotipata della figura dell’imprenditore. Per il 94% degli intervistati è infatti uomo, ha tra i 40 e i 60 anni (77%), vive in una grande città (73%), nel Nord Italia (92%). Nei confronti degli imprenditori, però, l’opinione degli italiani è positiva nel 65% dei casi: “si tratta di professionisti coraggiosi e creativi che hanno saputo dar vita ai propri sogni” riporta il report. Per questa ragione, il primo driver che guida ogni scelta degli imprenditori è la passione (61%), seguita dalla volontà di acquisire un certo status (55%) e di guadagnarsi più libertà (50%). Ma quali sono le caratteristiche che un imprenditore deve necessariamente possedere? Lungimiranza (71%), audacia (65%) e forti capacità sociali (39%) hanno risposto gli intervistati.

I timori di mettersi in proprio e le soluzioni

Eppure solo il 2% degli italiani afferma di essere certamente intenzionato a diventare imprenditore, sebbene la percentuale salga al 37% se si considera anche chi è semplicemente aperto a tale possibilità. Ma quali sono gli aspetti che frenano la voglia di imprenditorialità? Innanzitutto la burocrazia (73%), i costi e le spese (66%) e i possibili rischi (54%). Però tra chi si dice aperto alla possibilità di affrontare una nuova avventura imprenditoriale 7 su 10 punterebbero sull’e-commerce. Tra chi si dice aperto alla possibilità di diventare imprenditore, prevale il desiderio di scommettere sul segmento servizi (31%), seguito dal food&beverage (30%), il wellness (24%) e l’home & garden che comprende anche servizi e prodotti per i nostri amici a quattro zampe (19%). Con un fil rouge che accomuna le scelte di tutti: il 77% punterebbe sull’e-commerce, quale unico canale di vendita (30%) o integrato a quello offline (47%). Per 3 italiani su 4, infatti, poter vendere online è diventato oggi molto importante e addirittura fondamentale (80%) e lo sarà sempre di più anche in futuro (85%).   

Si ritorna a scuola, e gli acquisti si fanno online

Gli acquisti in rete ormai sono considerati affidabili, economici e comodi, si sceglie seduti sul divano di casa per farsi recapitare il pacco in tempi brevi. E tra acquisti online di zaini, diari, astucci emerge una grande voglia di normalità e di ritorno a scuola in presenza. La prima campanella ha suonato, e le famiglie hanno quindi attrezzato figlie e figli per l’inizio dell’anno scolastico. Se la tipologia di ricerche per gli acquisti scolastici sembra voler mettere la pandemia alle spalle, un dato conferma un trend in forte ascesa. Quello appunto di utilizzare l’e-commerce come canale privilegiato da parte dei genitori italiani. 

Più zaini e diari meno mascherine

Sono seicentomila gli zaini acquistati su Amazon per questo ritorno a scuola ancora segnato dagli strascichi della pandemia. Un dato, questo, che rende al meglio l’idea di un ritorno a scuola in presenza. Nella classifica delle ricerche per gli acquisti online più in voga fra il mese di agosto e l’inizio di settembre i diari per la scuola si piazzano all’11° posto della classifica generale dei prodotti più venduti online, seguiti dagli zaini, al 14° posto, e dagli astucci, al 31° posto. Si tratta di prodotti che nel 2020 erano in fondo alla classifica, o nel caso degli zaini, neanche comparivano. A calare è invece l’acquisto di mascherine. Un anno fa erano al terzo posto oggi scendono al 24°.

La classifica dei più cercati su Amazon

Ma oltre ai prodotti per la scuola, cosa si vende online? Grazie all’analisi compiuta su Amazon è possibile analizzare la top ten delle ricerche più frequenti sulla piattaforma, ovvero i prodotti che precedono proprio i diari, saliti fino all’undicesima posizione. E al primo posto si piazza una nuova moda, quella dei “pop it”, il gioco antistress del momento. A seguire, nell’ordine, smartwatch, cuffie bluetooth, calzature Birkenstock da donna, e monopattini elettrici, in forte crescita.
Al sesto posto si posiziona Xiaomi, il produttore di smartphone, seguito dalla playstation Sony, e dalle ricerche generali con parola chiave “smartphone”. Gli ultimi due posti della top ten sono occupati dalla ricerca di iPhone 12 e quella di friggitrici ad aria.

I consigli per i venditori

Come sfruttare al meglio il periodo del back to school? Il blog di Marketplace Mentor offre cinque consigli proprio per i venditori. Il primo è quello di compiere l’analisi del settore alla ricerca dei prodotti top seller. Nella propria vetrina virtuale, infatti, conviene avere gli oggetti più di moda nel periodo scolastico. Essenziale poi è ottimizzare keyword e catalogo prodotti, oltre a incrementare e personalizzare l’advertising: dal Pay per Click alle campagne più specifiche, tutto deve catturare l’attenzione di studenti e genitori. La gestione delle spedizioni e dei resi gioca poi un ruolo molto importante, così come la costruzione di una strategia multi-goal, creando campagne pubblicitarie con finalità diverse a seconda del periodo promozionale. Questo, per intercettare gli utenti nel momento giusto.

Trovare lavoro con il cv? L’Europass non sempre è la soluzione ideale

Il cv è lo strumento più importante per chi cerca un nuovo lavoro. Per questo motivo deve essere pianificato nel dettaglio, corretto con estrema attenzione, e aggiornato regolarmente. Quando si decide di creare un nuovo curriculum la prima decisione è quella relativa all’organizzazione dei contenuti. È possibile creare un nuovo cv a partire da zero, oppure affidarsi a modelli standard o predefiniti. Il più diffuso è senza dubbio il cosiddetto formato europeo, anche detto Europass. Si tratta dello standard per la redazione dei cv proposto da circa 20 anni dalla Commissione Europea, allo scopo di creare una struttura condivisa per i curricula circolanti nell’Unione.

Un cv preimpostato per una presentazione del candidato a livello internazionale

Ma l’Europass è davvero efficace? Non è forse meglio creare il proprio cv a partire da un formato più originale? A queste domande risponde Carola Adami, co-fondatrice della società di selezione del personale Adami & Associati. “Il cv in formato europeo presenta indubbiamente dei vantaggi: è stato creato appositamente per garantire una presentazione strutturata e intuitiva delle informazioni del candidato a livello internazionale – spiega Adami -. La peculiarità di questo formato è di presentare un layout preimpostato a colonne, con i nomi delle diverse sezioni che occupano circa 1/3 della pagina nella colonna sinistra, per lasciare quindi alle informazioni sul candidato i restanti 2/3 della pagina”.

Gli svantaggi del cv in formato europeo

“I vantaggi dell’Europass sono chiari: questo formato facilita la compilazione al candidato, ed è immediatamente intuitivo per il selezionatore – aggiunge l’head hunter -. Va peraltro detto che al giorno d’oggi il formato europeo presenta tre impaginazioni possibili”.
Questo formato presenta però anche alcuni svantaggi.
Se “lo scopo del candidato deve essere quello di spiccare sopra agli altri, di distinguersi – commenta Adami – in che modo un formato standard, volto a uniformare i vari profili, può aiutare?” Di fatto, secondo Adami, “l’impaginazione dell’Europass, per quanto presente attualmente in tre versioni differenti, risulta piuttosto noiosa e superata dal punto di vista della grafica”.

Quando usare il formato europeo e quando sarebbe meglio farne a meno?

“Senza di dubbio è sempre bene avere a portata di mano una versione del proprio curriculum in formato europeo, per il semplice fatto che molti annunci continuano ancora oggi a chiedere in modo specifico questa impaginazione. Detto questo – sottolinea ancora Adami – può essere un buon modello per chi ha poche informazioni da inserire: i giovani con una o due esperienze professionali possono infatti trarre vantaggio dallo spazio ‘occupato’ dalla colonna di sinistra per presentare un cv leggermente più lungo. Viceversa, chi ha tante informazioni da riportare rischia di presentare un documento troppo lungo”.
L’Europass è inoltre sconsigliato per chi vuole farsi notare e mettere in luce la propria creatività. Inoltre, rappresenta una scelta poco saggia per chi vuole mettere in evidenza le proprie competenze, relegate nella parte bassa della struttura.

Mutui, risalgono le richieste nel secondo semestre 2021

Nella prima metà del 2021 il mercato dei mutui mette a segno un andamento positivo: l’importo medio delle domande e degli importi erogati è aumentato, la domanda si è spostata dalle grandi città ai piccoli centri ed è cresciuto anche il numero di giovani che si rivolgono alle banche per acquistare casa. Sono alcune delle principali evidenze dell’Osservatorio Congiunto Easy.it-Mutui.it, che analizza il trend dei mutui per l’acquisto della casa.

L’importo medio si assesta a 137.626 euro

L’analisi evidenzia che l’importo medio richiesto nei primi sei mesi del 2021 ha raggiunto i 137.626 euro, con un incremento del 2% rispetto all’analogo periodo del 2020. L’aumento della richiesta media è è stato un processo sostenuto dalle banche, che da un lato non hanno inasprito i criteri di selezione, dall’altro hanno aumentato l’importo medio erogato a una media di 136.480 euro, con un incremento di 1% rispetto al 2020. Anche senza considerare l’impatto della pandemia e del lockdown, il valore è in crescita: rispetto al primo semestre 2019, la richiesta media è cresciuta del 3,3% e la cifra erogata del 4,6%.

Scende il valore medio degli immobili

In questo contesto di segni “più” c’è però un valore in decrescita: è il prezzo medio degli immobili che gli italiani vogliono acquistare, sceso del 5% rispetto a un anno fa a 209mila euro. Questo scarto, a detta degli esperti che hanno condotto l’indagine, è da ricercare nel fatto che i nostri connazionali hanno “spostato” le compravendite dai grandi centri a quelli di provincia, dove il costo al metro quadro è tendenzialmente inferiore.

Sale invece l’appeal della provincia

A riprova di queste affermazioni, ci sono i dati di Facile.it in merito al cambiamento della domanda di mutui rispetto ai due periodi pre e post pandemia. I numeri parlano chiaro: nel primo semestre 2021 è aumentata in maniera significativa la richiesta per finanziamenti finalizzati all’acquisto di case situate in provincia.  Ad esempio, la domanda di finanziamenti per immobili ubicati in comuni con meno di 250.000 abitanti è stata pari al 77% del totale, in aumento del 7% rispetto al 2017. E anche guardando ai mutui effettivamente erogati, è cresciuta del 6%, arrivando al 74% del totale, la quota di quelli ottenuti per abitazioni ubicate in piccole città. Lo spostamento al di fuori dei grandi centri urbani ha determinato un aumento dell’LTV, il rapporto tra mutuo richiesto e valore dell’immobile da acquistare, che nel primo semestre 2021 è arrivato al 71%. 

La Pandemia segna una svolta per i viaggi sostenibili

L’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia ha condizionato le nostre abitudini, anche nei viaggi, e se ora il mondo ricomincia a viaggiare con cautela le persone vogliono impegnarsi molto di più rispetto al pre-Covid a spostarsi in modo consapevole. La pandemia ha infatti segnato un punto di svolta nel modo di viaggiare, che ora diviene più sostenibile e rispettoso del territorio e delle comunità dei luoghi visitati. L’81% dei viaggiatori italiani pensa che si debba agire ora per poter preservare il pianeta per le generazioni future, e il 57% afferma che la pandemia li ha spinti a voler viaggiare in modo più sostenibile anche in futuro. Si tratta di alcuni risultati emersi da una ricerca pubblicata da Booking.com sui viaggi sostenibili.

Evitare le destinazioni più popolari e rispettare le comunità locali

Anche il rispetto per le comunità locali è in cima alla lista: durante i viaggi il 79% degli italiani vuole vivere esperienze autentiche e rappresentative della cultura locale, e il 92% pensa sia cruciale aumentare la comprensione culturale e la conservazione del patrimonio culturale. Inoltre, l’88% vorrebbe che l’impatto economico del settore fosse distribuito equamente a tutti i livelli della società. Inoltre, il 76% degli intervistati afferma di voler evitare le destinazioni e attrazioni più popolari per non contribuire al sovraffollamento. In questo modo pensa di aiutare le destinazioni meno visitate e le relative comunità a trarre beneficio dagli effetti positivi dei viaggi.

I buoni propositi diventano realtà

Molti di questi buoni propositi stanno diventando realtà. Il 44% dei viaggiatori italiani negli ultimi12 mesi in vacanza ha scelto di spegnere l’aria condizionata o il riscaldamento nel proprio alloggio quando non era presente, e il 41% ha portato con sé una borraccia riutilizzabile per non acquistare acqua in bottiglia. O ancora, il 30% degli intervistati ha svolto attività a sostegno della comunità locale. Il 68% ammette poi di sentirsi a disagio se il posto dove soggiorna gli impedisce di essere sostenibile, ad esempio, negando la possibilità di fare la raccolta differenziata.

Soggiorni sostenibili: permangono ancora alcuni ostacoli

Anche se l’87% dei viaggiatori afferma di voler soggiornare in un alloggio sostenibile nel prossimo anno, con un aumento del 7% nel 2020, sono ancora presenti alcuni ostacoli, segnala Askanews. Secondo la ricerca infatti il 57% dei viaggiatori italiani ha affermato di non aver soggiornato in una struttura sostenibile nell’ultimo anno, il 31% non sapeva nemmeno che esistessero questo tipo di opzioni, il 34% non ha trovato opzioni sostenibili nella meta del proprio viaggio, e il 28% non sapeva come trovarle. E il 59% dei viaggiatori crede che nel 2021 non ci siano ancora abbastanza opzioni di viaggio sostenibili disponibili.