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In Italia fra 15 anni 14mila medici e dentisti in meno

Tra 15 anni alla sanità pubblica italiana mancheranno 14mila camici bianchi. Dei 56mila medici su cui può contare il Servizio Sanitario Nazionale ne saranno rimpiazzati infatti solo il 75%, cioè 42mila.

Secondo le proiezioni effettuate sui dati del Conto annuale della Ragioneria dello Stato, gli accessi ai corsi di laurea in medicina e alle scuole di specializzazione sono del tutto insufficienti per compensare questa continua diminuzione di medici e odontoiatri. Che in futuro saranno sempre meno numerosi, e sempre più anziani.

Il nuovo allarme arriva dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, che opera all’interno di Vithali, spin off dell’Università Cattolica di Roma.

Un’uscita non compensata da un pari numero di ingressi nella professione

Dal 2013 al 2016 la quota di medici ultrasessantenni è aumentata di quasi il 10%. Questo significa che, al netto di quota 100, nel corso del prossimo quindicennio il numero di uscite non saranno compensate da un pari numero di ingressi nella professione. Per rimpiazzarli sarebbero necessarie 13.500 immatricolazioni ai corsi di laurea in medicina ogni anno, e 11mila posti di specializzazione ogni anno. Ma a oggi questi numeri sono pari  rispettivamente a 9.700 e 6.000. Di conseguenza, riporta Ansa, secondo le proiezioni i nuovi specializzati saranno circa 42mila in 15 anni, ovvero 14mila in meno rispetto ai 56mila che usciranno per pensionamento.

Dai 108.271 medici e odontoiatri del 2013 ai 105.093 nel 2016
Questa dinamica ha interessato anche i medici e gli odontoiatri del SSN, il cui numero si è ridotto in modo costante tra il 2013 e il 2016, passando da 108.271 unità nel 2013 a 105.093 unità nel 2016 (-2,9%). Il medesimo trend si riscontra in maniera più accentuata se si rapporta il numero di medici e odontoiatri del SSN alla popolazione, riporta il Sole 24 Ore. Infatti, in questo caso la riduzione del numero di unità è del 4,3%. La dotazione minore di medici si riscontra nel Lazio, Molise e Lombardia, le quali hanno 1,3 e 1,4 medici ogni 1.000 abitanti, mentre a livello nazionale si attesta a 1,7 per 1.000.

Il progressivo invecchiamento del personale medico

“Questo scenario, determinatosi nel corso di anni in cui non è stata fatta una programmazione adeguata da parte delle autorità competenti, rischia di compromettere le basi portanti del Sistema Sanitario Nazionale”, afferma il professor Walter Ricciardi, direttore dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane. Secondo l’Osservatorio, inoltre, la riduzione del personale medico è assai preoccupante in quanto si accompagna a un progressivo invecchiamento dei professionisti. Nel 2016 quasi il 52% del personale medico aveva oltre 55 anni, una quota pari al 61% tra gli uomini e al 38% tra le donne. Tra i 50 e i 59 anni la quota dei medici si attestava invece al 41%. E tra i 40 e i 49 anni a circa il 23%.

Famiglie più povere, cala il reddito disponibile, cresce la spesa per i consumi

Lo scrive l’Istat nel dossier dal titolo “Conto trimestrale delle Amministrazioni pubbliche, reddito e risparmio delle famiglie e profitti delle società”: le famiglie italiane sono diventate più povere. Nel quarto trimestre del 2018, spiega l’Istituto di statistica, “il reddito disponibile delle famiglie consumatrici ha subito una nuova diminuzione, riportandosi sostanzialmente sul livello registrato all’inizio dell’anno”. In particolare, rispetto al trimestre precedente, il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è diminuito dello 0,2% in termini nominali, e dello 0,5% in termini reali.

La propensione al risparmio subisce una flessione di 0,6 punti percentuali

Secondo l’Istat le famiglie italiane “hanno tuttavia mantenuto una dinamica espansiva dei consumi, alimentata da una nuova diminuzione della propensione al risparmio, scesa a un livello vicino al minimo registrato un anno e mezzo prima”.

Sempre nel quarto trimestre 2018 la spesa per consumi finali delle famiglie è aumentata dello 0,5% in termini nominali, facendo derivare una flessione di 0,6 punti percentuali della propensione al risparmio, scesa al 7,6% rispetto all’8,2% rilevata nel terzo trimestre.

Conti pubblici: l’indebitamento netto delle PA rispetto al Pil è pari al 2%

Sul fronte dei conti pubblici, riporta Askanews, l’Istat ha rilevato che nel corso di tutto il 2018 l’indebitamento netto delle Pubbliche Amministrazioni si è attestato al 2,1 % rispetto al Pil, e il debito, sempre rispetto al Pil, al 132,1%.

Nel quarto trimestre 2018 l’indebitamento netto delle Pubbliche Amministrazioni in rapporto al Pil è stato pari al 2,0%, rispetto all’1,9% rilevato nello stesso trimestre del 2017.

Sempre nel quarto trimestre 2018, il saldo primario delle PA, ovvero l’indebitamento al netto degli interessi passivi, è risultato positivo, con un’incidenza sul Pil dell’1,7% (1,9% nel quarto trimestre del 2017).

Pressione fiscale al 48,8%, un aumento dello 0,2% sul quarto trimestre 2017

In aumento, aggiunge ancora l’Istat, la pressione fiscale, che nel quarto trimestre risulta pari al 48,8%, con un aumento di 0,2 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel corso del 2018, invece, la pressione fiscale si è attestata al 42,1% del Pil, in riduzione di 0,1 punti percentuali rispetto ai 42,2 del 2017. Per quanto riguarda la quota dei profitti sul valore aggiunto delle società non finanziarie (pari al 41,4%), secondo l’Istat questa risulta aumentata di 0,3 punti percentuali rispetto al trimestre precedente, mentre il tasso di investimento delle stesse società (pari al 21,9%), è aumentato di 0,1 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.

Spreco alimentare, i prodotti “sottozero” si gettano meno

Sprecare significa non solo non poter garantire cibo sufficiente per tutti, ma anche perdere risorse preziose utilizzate nella produzione, come terreno fertile, acqua, energia, concimazioni. Gli sprechi alimentari a livello domestico si verificano quotidianamente, e in Italia nell’ultimo anno hanno pesato per oltre 8,5 miliardi di euro, pari allo 0,6% del nostro Pil. Fra ciò che rimane nel piatto e ciò che finisce direttamente dal frigo alla pattumiera ogni italiano getta poco meno di 1 etto di cibo al giorno. Consumare prodotti surgelati potrebbe però contribuire ad abbattere lo spreco del 47%. E i vantaggi che derivano dall’uso di questi prodotti in cucina li rende alleati dei comportamenti sostenibili.

“Non solo una perdita economica per il consumatore, ma anche un tema sociale”

“Lo spreco alimentare – commenta Vittorio Gagliardi, Presidente IIAS, Istituto Italiano Alimenti Surgelati – non è soltanto una perdita economica per il consumatore, ma anche un tema sociale, visto che con quanto si spreca si potrebbe sfamare un terzo della popolazione mondiale”. Tanto che il 92% degli italiani dichiara di sentirsi in colpa buttando il cibo ancora buono, e 4 consumatori su 10 affermano di aver ridotto negli ultimi due anni lo spreco domestico. Eppure, è proprio nelle nostre case che la maggior parte del cibo acquistato finisce direttamente dalla tavola al cassonetto (oltre il 50% dello spreco totale), perché cucinato in quantità eccessiva o non consumato entro la data di scadenza nel 46% dei casi.

A cena si getta più cibo

Il momento in cui si getta più cibo è la cena, tra verdure (19,4 grammi pro-capite/giorno, 7,1 kg/anno), latte e latticini (13,16 grammi/giorno, 4,8 kg/anno), frutta (12,24 grammi/giorno, 4,5 kg/anno) e prodotti da forno (8,8 grammi/giorno, 3,2 kg/anno).

In nostro aiuto possono però arrivare i prodotti surgelati, che rendono utilizzabili i cibi nella quantità realmente necessaria. I dati diffusi da IIAS sul consumo di surgelati in Italia confermano che quasi 1 italiano su 2 li porta in tavola almeno una volta a settimana, con un consumo pro-capite di quasi 14 Kg annui.

Usare solo quello che mangiamo davvero senza buttare nulla

Tra i cibi meno sprecati risultano infatti proprio i surgelati, solo il 2,5%, mentre fra quelli più gettati i prodotti a breve scadenza, che arrivano fino al 63%. Un dato positivo, quello dei surgelati, che conferma una delle loro principali caratteristiche: permettono di usare solo quello che mangiamo davvero, senza buttare nulla.

Ma il sostegno che i prodotti surgelati offrono alla lotta allo spreco inizia ancor prima di arrivare a tavola, utilizzando in maniera ottimale le materie prime pronte per l’uso in cucina. Attraverso la surgelazione inoltre è possibile massimizzare la resa produttiva, contenere gli sprechi che avvengono durante tutta la filiera e ridurre le emissioni di inquinanti nell’atmosfera.

Nel 2018 prezzi più alti per le famiglie meno abbienti

Nel 2018 i rincari dei prezzi al consumo hanno colpito soprattutto le famiglie meno abbienti. Secondo un’analisi dell’Istat sull’indice Ipca, per il 20% delle famiglie con una minore capacità di spesa l’inflazione, nella media dell’anno, ha segnato un’accelerazione dell’1,5% rispetto al 2017 (1,4%). Per il 20% delle famiglie più abbienti invece l’inflazione è scesa all’1,1%, rispetto all’1,3% del 2017, ampliando quindi di 3 decimi di punto percentuale il differenziale inflazionistico tra i due gruppi.

L’Istat ha confermato poi le stime preliminari sull’inflazione: durante il 2018 i prezzi al consumo sono cresciuti dell’1,2%, replicando la dinamica annua del 2017.

L’inflazione a dicembre 2018 scende all’1,1% 

Sempre secondo l’Istat l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, è stabile a +0,7%. Il tasso di inflazione a dicembre 2018 è sceso invece all’1,1%, in rallentamento rispetto all’1,6% di novembre. Nel mese di dicembre inoltre l’istituto stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, diminuisca dello 0,1% rispetto al mese precedente.

L’Istat ha inoltre rivisto al ribasso le stime sull’andamento dei prezzi del cosiddetto carrello della spesa. Per i prodotti di largo consumo la crescita dei prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona da +0,9% di novembre è stata portata a +0,7%, mentre la stima preliminare era +0,8%.

Per l’Unione consumatori “la recessione è dietro l’angolo”

Dai dati Istat risulta che nell’intero anno i rincari medi per i prodotti di largo consumo sono dell’1,2%, in linea con il tasso di inflazione generale del 2018, e in frenata rispetto al +1,5% del 2017. Ma per l’Unione consumatori, riporta Ansa, dal 2007 a oggi si è perso il 37,1% di fatturato. L’Unione nazionale consumatori boccia infatti come “negativi” i dati Istat sul fatturato e gli ordinativi dell’industria a novembre 2018, e parla di “recessione ormai dietro l’angolo”.

“Per tornare ai valori pre-crisi serviranno secoli”

Secondo uno studio dell’associazione, se si confrontano i dati dei primi 11 mesi del 2018 con quelli medi del periodo pre-crisi del 2007, il fatturato totale è sceso appunto del 37,1%, e quello interno è crollato del 43,6%. Gli ordinativi totali sono calati in 11 anni del 31,6% e quelli interni del 40,6%.

“Il campanello d’allarme suona per il mercato interno: rispetto a un anno fa, il fatturato scende dello 0,4% e gli ordinativi precipitano del 4,4%”, afferma il presidente dell’Unc, Massimiliano Dona, commentando i dati di novembre. Secondo Dona “Per tornare ai valori pre-crisi serviranno secoli, visto che il Paese peggiora invece di migliorare”.

Mangiare fuori, i trend del 2019

Spostamento dell’attenzione dal gusto all’estetica, superfood, ricette Free-from, ristoranti From the farm to the table, o a tema: come sarà andare a mangiare fuori nel 2019?

Il report Mangiare fuori nel 2019, condotto da TheFork, la piattaforma per la prenotazione di ristoranti in Europa, e Doxa, evidenzia le 7 tendenze per il 2019 nel settore della ristorazione a livello globale. E la prima non poteva non riguardare il mondo dei social.

L’uso massivo di piattaforme come Instagram e Facebook, e il crescente interesse per i piatti fotogenici, porta infatti i ristoranti a creare piatti e bevande per sorprendere i clienti, soprattutto i Millennial, e fa comparire glitter eduli in cocktail e pizze, o dessert in cui si possono iniettare direttamente aromi, gli Injectable Flavors.

La tecnologia migliora l’efficienza dei ristoranti e la conoscenza dei clienti

Dai droni nel delivery ai menu AR iperrealistici fino al check-out basato su app, i ristoranti integrano sempre più soluzioni tecnologiche al servizio. In alcuni casi la tecnologia diventa parte dell’esperienza, come Robot.He, il ristorante di pesce fresco “robotico”, con nastri trasportatori, un braccio robotico e carrelli mobili guidati dal sistema software che utilizza codici QR inviati dal cliente.

E nascono anche app che aiutano a identificare gli ingredienti con cui non si ha familiarità, o a creare menu personalizzati. Come Vita Mojo, una catena di ristoranti con sede a Londra, che propone pasti adatti al codice genetico dei clienti.

From the farm to the table e Free-from extreme

I consumatori richiedono sempre più trasparenza in termini di approvvigionamento, origini alimentari, metodi di coltivazione e trasformazione. E più enfasi sul commercio equo, la diversità, e l’impatto ambientale. Da questa tendenza emergono nuovi concept di ristorazione, come le imprese con la propria produzione (from the farm to the table) o ristoranti che creano menu con gli avanzi.

I regimi alimentari basati sui soli vegetali poi influenzano le politiche dei ristoranti nella direzione di una strategia a rifiuti zero e una maggiore sostenibilità. Alcuni già espandono l’offerta per esigenze alimentari specifiche, e con la crescita del veganesimo si iniziano a introdurre nei menu più offerte free-from (lactose free, gluten free ecc.).

Superfood ed esperienze gastronomiche coinvolgenti

Dalla semplice introduzione di ingredienti sani nelle ricette nel 2019 si passerà all’introduzione di veri e propri ingredienti funzionali, i superfood, che dimostrano cioè di avere effetti positivi su una o più funzioni dell’organismo.

I nuovi formati che già seguono questa tendenza sono i ristoranti olistici, i caffè specifici per dieta e i ristoranti sani e chic.

Quando si mangia fuori però, oltre a un buon pasto, si cerca un’esperienza gastronomica coinvolgente. Da qui nascono diversi format, dall’esperienza culinaria multisensoriale ai ristoranti pop-up permanenti (spazi che consentono la rotazione di brand e/o chef). E il marketing esperienziale porta alla nascita di formati originali, come i ristoranti a tema.

Meno 30% per assegno con quota 100

Le polemiche in Italia non si fermano mai, anche e soprattuto sulla possibile rivoluzione in ambito pensionistico. La cosiddetta pensione quota 100 rischierebbe infatti di costare cara. “Il quadro della finanza pubblica non sconta incrementi della spesa per il personale che se attuati dovranno essere ricoperti o con altre spese o con aumenti di tassazione “, spiega Giuseppe Pisauro, presidente dell’ufficio parlamentare di bilancio. “Inoltre, il quadro economico peggiora e altri elementi contribuiscono a rendere estremamente difficile capire quale sarà il deficit del prossimo anno”, che il governo programma al 2,4% del Pil e la Commissione Ue al 2,9% mentre l’Upb stima al 2,6%. “Nelle valutazioni più recenti dell’Upb, Ufficio Parlamentare di Bilancio che incorporano la manovra al suo valore facciale, l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche si posizionerebbe nel 2019 al 2,6% del Pil” dice il presidente.

Tante incertezze sul futuro

“In particolare, le divergenze rispetto alla stima della Nadef, nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza e a quella recentemente diffusa dalla Commissione europea sono imputabili alla diversa previsione sulla crescita economica e all’impatto dell’aumento dello spread sulla spesa per interessi”, afferma Pisauro. Le grandezze della finanza pubblica programmate dal governo appaiono soggette a rischi: indebolimento del quadro macroeconomico, impatto dell’evoluzione recente dei tassi di interesse, incertezze sull’efficacia delle misure di razionalizzazione della spesa.

La quota 100, caratteristiche di questo canale di uscita

“L’introduzione della quota 100 per l’anticipo pensionistico – afferma l’Upb, – potrebbe potenzialmente riguardare nel 2019 fino a 437.000 contribuenti attivi. Qualora l’intera platea utilizzasse il canale di uscita appena soddisfatti i requisiti potrebbe comportare un aumento della spesa pensionistica lorda stimabile in quasi 13 miliardi nel 2019 e sostanzialmente stabile negli anni successivi”. “Questa stima – chiarisce l’Upb – non è ovviamente direttamente confrontabile con le risorse stanziate nel Fondo per la revisione del sistema pensionistico per vari fattori: dal tasso di sostituzione dei potenziali pensionati con nuovi lavoratori attivi a valutazioni di carattere soggettivo (condizione di salute o penosità del lavoro) o oggettivo (tasso di sostituzione tra reddito e pensione, divieto di cumulo tra pensione e altri redditi, altre forme di penalizzazione)”. Resta il fatto che, secondo stime Upb, chi optasse per quota 100 subirebbe una riduzione della pensione lorda rispetto a quella corrispondente alla prima uscita utile con il regime attuale da circa il 5% in caso di anticipo solo di un anno a oltre il 30% se l’anticipo è di oltre 4 anni

Irpef: i ceti medi sempre più penalizzati dal fisco

Davvero insostenibile la pressione fiscale sui ceti medi: il 12% dei contribuenti con redditi fra i 35 mila e i 300 mila euro versa il 57% di Irpef mentre il 45% paga il 2,8%. Sono le cifre che emergono dall’indagine conoscitiva ‘Dichiarazione dei redditi ai fini Irpef 2016 per importi, tipologia di contribuenti e territori e analisi Irap, realizzata da Itinerari Previdenziali e sostenuta da Cida, Confederazione dei manager e delle alte professionalità e presentata al Cnel, Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro.

Pochi pagano le tasse, in aumento l’evasione fiscale

“Sul piatto della bilancia – ha affermato all’AdnKronos Giorgio Ambrogioni, presidente della Cida – c’è l’eccessiva pressione fiscale sui redditi medio-alti, l’evasione fiscale, il proliferare di detrazioni e agevolazioni fiscali”. Dai dati emerge che troppo pochi pagano le tasse. E’ evidente che, stando così le cose, le risorse per il welfare ‘allargato’ – spiega il leader Cida – diminuiscono e finiscono con l’essere prelevate dove è più facile reperirle cioè nel lavoro dipendente e nelle pensioni in cui i redditi dichiarati sono certificati dal sostituto d’imposta”.

Un sistema “perverso”

“Un meccanismo che ‘incentiva’ a dichiarare il meno possibile per versare meno tasse – aggiunge Ambrogioni – e godere di una più vasta offerta di servizi sociali legati al reddito, ma che colpisce in modo progressivo, con l’attuale curva degli scaglioni, stipendi e pensioni medio-alte impoverendo il ceto medio e livellando verso il basso il tenore di vita”. Le contraddizioni sono sempre più evidenti. “Come è possibile, infatti, che i circa 300 mila dirigenti (pubblici e privati) che rappresentiamo, e che percepiscono una retribuzione netta compresa tra i 3 mila e i 5 mila euro al mese, siano la maggioranza dei contribuenti appartenenti alle classi di reddito più elevate, quando consultando i documenti dell’Aci, dell’Agenzia delle Entrate e del Registro navale si evince che: le autovetture di grossa cilindrata, cioè oltre i 2.500 cv, sono quasi 1,5 mln; almeno 1 mln italiani soggiorna ogni anno negli alberghi a 5 stelle e di lusso; le abitazioni di pregio (ville, villini) iscritte nei registri catastali superano i 2 milioni; nelle capitanerie di Porto risultano iscritte 80mila imbarcazioni di almeno 10 metri di lunghezza”, ha fatto notare.

Per mantenere il welfare

“Se si vuole mantenere un welfare che possa garantire anche in futuro la coesione sociale e la copertura dei più deboli – ha chiosato Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali – è fondamentale affiancare a un serrato controllo della spesa assistenziale anche un accorto monitoraggio delle entrate fiscali e segnatamente dell’Irpef. E, investire le poche risorse disponibili in ricerca, sviluppo e sostegno all’occupazione”, ha concluso.

A Madrid il primo corso per laurearsi in “influencer”

Nasce a Madrid, presso l’Università autonoma della capitale spagnola, il primo corso al mondo per laurearsi in una singolare materia, “influencer”. Il percorso di studi, attivo da ottobre 2018, si chiama Intelligence Influencers: Fashion and Beauty.

Il lavoro del futuro?

Molti ritengono che quello di influencer sui social network sia il lavoro del futuro. Così i tanti giovani – e meno – che sognano di diventare la nuova Chiara Ferragni possono trovare a Madrid materia per i loro studi e solide basi per la loro professione.

L’intelligenza nel campo digitale

Come riporta l’agenzia Agi, che ha dato notizia dell’attivazione del nuovo percorso universitario, il corso “parla dello sviluppo di quella che in Spagna chiamano ‘inteligencia económica’, un genere di intelligenza che in questo momento risulta ancora più fondamentale saper maneggiare considerati i ritmi, sempre come spiega la presentazione del corso, con i quali si corre nel campo del mercato digitale. Un mercato che necessita inevitabilmente di mediatori (influencer appunto) che, canalizzino il messaggio, che rendano chiare e accessibili le sempre più innovative tecnologie in vari campi del mercato, dalle automobili al settore farmaceutico, dal turismo a, naturalmente, moda e bellezza. Secondo un rapporto appena pubblicato infatti, gli influencer sono stati definiti ‘la nuova narrativa di marchi e aziende’, talmente importanti da sostituirne ormai di fatto le voci sul mercato”. E scusate se è poco.

Cosa serve per iscriversi

Per accedere ai corsi – che sono 18 in tutto e con iscrizioni aperte sino al 18 ottobre – non serve molto: essere maggiorenni, essere in possesso di un account Instagram o Youtube e soprattutto non abbandonare mai, nemmeno in aula, il proprio tablet o smartphone. Le lezioni si potranno seguire anche via web, ma solo da uditori, perché la presenza è obbligatoria. Tra le materie di studio ci sono Fashion & Beauty Intelligence o Economic Intelligence applicata alla moda, Opinion leader: qualità di leadership, etica personale e responsabilità sociale, La struttura di Fashion Influencer – Moda, styling e tendenze a Personal Branding – Creazione del marchio personale sulla rete, e poi Psicologia della moda, Il lato oscuro della comunicazione: stress, troll e hater, Laboratorio di creatività e un corso denominato Monetizzare il tuo marchio.

Obiettivo, diventare star del web

Il corso di laurea spagnolo, di cui è direttore onorario la stilista Ágatha Ruiz de la Prada, vede come professori alcuni esperti di fama internazionale. L’obiettivo è dichiarato: formare professionalmente delle star come Huda Kattan, super influencer del settore beauty che guadagna 18mila euro a post.

Mondo del lavoro, la carica dei robot

Più tecnologia, più intelligenza artificiale, più robot. Il mondo del lavoro cambia e cambierà ancora di più e più rapidamente in futuro. Le “macchine” ruberanno il lavoro agli uomini? Risponde alla domanda la ricerca che Michael Page, brand di PageGroup specializzato nella selezione di professionisti qualificati di middle e top management, ha realizzato in partnership con Foresight Factory.  Obiettivo dell’indagine, individuare i trend che determineranno il posto di lavoro di domani. Eccoli.

Uomo curioso batte macchina

Curiosità e capacità di valutare e decidere in situazioni complesse sono competenze che non saranno replicate dalle macchine. Ecco perché si riveleranno fondamentali, secondo i recruiter di Michael Page, per il professionista del futuro. Completamente trasversali, queste caratteristiche permetteranno di sviluppare da 4 a 6 carriere nell’arco della propria vita, cosa che sarà la norma.

Inutile dire, cambierà anche la ricerca di lavoro. Il curriculum sarà uno spazio interattivo gestito dall’Intelligenza Artificiale che gestirà i dati personali e i collegamenti come un assistente personale. Le informazioni saranno conservate al sicuro su base cloud, ma accessibili all’AI che potrà scannerizzarle per valutare l’adeguatezza di un profilo per una descrizione di lavoro, e viceversa.

Lavoratori umani “potenziati”

I microchip che consentono ai lavoratori di aprire porte, accedere a terminali e pagare per merci sono già realtà. Ma è solo l’inizio dei bio-potenziamenti (il cosiddetto bio-hacking, ovvero andare oltre l’umano) che consentiranno ai dipendenti di eseguire compiti più facilmente, più rapidamente e con risultati migliori. Nel futuro ci saranno impianti smart, protesi ad alta performance e componenti potenziatori della memoria: oltre a dispositivi “indossabili” saranno supporti utili per tenere il passo con la tecnologia.

Accanto a questi lavoratori umani “potenziati” sempre di più ci saranno i robot. A loro toccherà svolgere le funzioni basate sui dati e sul riconoscimento dei pattern, ma esseri viventi e macchine lavoreranno sempre più gomito a gomito, per raggiungere la massima efficienza. Arriveranno così i “cobot”, i colleghi robot, che si integreranno nella forza lavoro tradizionale, imponendo una radicale revisione della differenza tra uomini e macchine.

Blockchain, dati duplicati e sicuri

La tecnologia Blockchain consiste in una lunga catena di registrazione di dati, duplicati attraverso milioni di macchine, che provvedono giorno e notte alla loro manutenzione. Con la proliferazione della blockchain, verificare le informazioni ed essere un intermediario di fiducia diventerà sempre più obsoleto. Le relazioni peer-to-peer non saranno più così rischiose come possono esserlo attualmente su internet. La capacità dei contratti smart di consentire una rivoluzione pay-as-you-go potenzierà ulteriormente la cosiddetta “gig economy”, dove i liberi professionisti stabiliscono le ore di lavoro a seconda della domanda dei consumatori.

Pensione: quando si può smettere di lavorare e quanto si percepisce

La pensione, miraggio per molte tipologie id lavoratori, può essere più vicina per alcune categorie di addetti. Alcune figure, infatti, possono raggiungere l’agognata pensione prima di aver raggiunto una precisa età anagrafica. Si tratta ovviamente di ruoli legati a professioni particolarmente usuranti, nelle quali non è possibile operare per decenni. In alcuni di questi casi al lavoratore è consentito andare in pensione una volta maturata una certa anzianità contributiva.

Le attuali modalità per il pensionamento anticipato e di vecchiaia

Come riporta una scheda realizzata da AdnKronos,  con l’attuale pensione anticipata si può smettere di lavorare a qualsiasi età purché si abbia maturato un’anzianità contributiva di 42 anni e 10 mesi (per gli uomini) o 41 anni e 10 mesi (per le donne). Le cose sono però destinate a cambiare nei prossimi mesi: questi dati saranno variati nel 2019, a seguito  dell’adeguamento con le aspettative di vita INPS. Perciò dal 1° gennaio del prossimo anno serviranno, per beneficiare della pensione anticipata, di 43 anni e 3 mesi per gli uomini mentre per le donne il tetto è di 42 anni e 3 mesi.

Diverso il discorso per la pensione di vecchiaia, che può essere percepita anche con molti meno anni di lavoro. Oggi per avervi accesso servono 20 anni di contributi versati, però è necessario aver raggiunto i  66 anni e 7 mesi di età. Anche in questo caso, ci saranno modifiche a partire dal 2019: l’età sarà alzata a 67 anni.

Ape Sociale e Ape Volontario

Esistono poi altre formule, destinate a precise categorie di cittadini, che consentono di andare in pensione prima del previsto. Una è l’Ape Sociale, una formula che dà la libertà a disoccupati, invalidi civili al 74% e persone che assistono parenti di primo grado, se disabili gravi, di smettere di lavorare dopo 30 anni (ma con almeno 63 anni compiuti). Per i lavori gravosi, invece, sono richiesti 36 anni di contributi. Un po’ più complicato è invece il meccanismo dell’Ape Volontario, che consente di smettere di lavorare dopo aver versato almeno 20 anni di contributi. Ma a una condizione: bisogna essere a meno di 3 anni e 7 mesi dal raggiungimento della pensione di vecchiaia. Con l’Ape Volontario però non si va subito in pensione: nei 3 anni e 7 mesi che precedono la pensione di vecchiaia il lavoratore percepirà un prestito erogato da un istituto di credito. Prestito che andrà restituito attraverso una decurtazione sulla pensione di vecchiaia.

La formula per i lavoratori precoci

Sono lavoratori precoci i soggetti che hanno lavorato per almeno 12 mesi prima del compimento dei 19 anni. Se questi hanno un’anzianità contributiva antecedente al 1995, possono accedere alla pensione dopo 41 anni grazie alla Quota 41.