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La pausa pranzo in smart working è più complicata e meno varia per un lavoratore su due

La pausa pranzo in smart working è più complicata da gestire rispetto al pranzo in ufficio. Che sia presso la propria postazione di lavoro, in mensa, al bar o al ristorante, meglio mangiare al lavoro che a casa, anche se la propria abitazione per chi lavora in smart working è diventata il luogo di lavoro. Secondo una ricerca condotta da Praxidia per Elior, la multinazionale francese attiva nel settore del catering e della ristorazione collettiva, il 50% dei lavoratori dipendenti italiani ritiene infatti che gestire il break lavorando da casa sia più difficile. In particolare, perché il 42% percepisce il momento della pausa pranzo meno rilassante, data l’impossibilità di staccare davvero dal lavoro.

Difficile mantenere un menu bilanciato, e manca il tempo per se stessi

Sempre secondo la ricerca, il 49% denuncia una minore possibilità di fare movimento, il 39% degli intervistati perché risulta più complesso mantenere un menu vario e bilanciato, mentre il 30% pensa di avere meno tempo per se stesso. Ma allora come dovrebbe rispondere al nuovo stile di vita dei lavoratori italiani il break durante il turno di lavoro tra le mura domestiche?

L’acquisto di cibo e bevande dovrebbe essere digitalizzato

Secondo l’indagine, la soluzione è nel digitale. L’acquisto di cibo e bevande dovrebbe infatti essere digitalizzato. Dal momento della scelta fino all’ordine e al pagamento, il cibo dovrebbe essere semplice da acquistare, ma anche da scegliere, con una chiara lettura delle ricette, degli ingredienti e dei loro apporti nutrizionali. Inoltre, dovrebbe essere personalizzato, ovvero garantire flessibilità e rispetto dei diversi regimi dietetici. Con un punto fermo, però: l’italianità. La genuinità e la tradizione degli ingredienti, riporta Ansa, sono infatti imprescindibili per il 55% degli intervistati.

Il lockdown ha costretto a rivedere le modalità di fruizione del servizio mensa e della pausa pranzo

In evoluzione però appare anche la pausa pranzo in mensa. La tendenza alla maggiore velocità nella fruizione della pausa pranzo, e una maggiore differenziazione delle esigenze alimentari, oltre alla crescente flessibilità dei modelli organizzativi, è rilevata anche dall’azienda di acqua minerale San Benedetto. Relmi Rizzato, Direttore HR San Benedetto, ha sottolineato come tra esigenze di evitare gli assembramenti e presenza al lavoro l’esperienza del lockdown abbia costretto a rivedere le modalità di fruizione del servizio mensa e della pausa pranzo. Ma secondo Relmi Rizzato la necessità di consumare il pasto alla scrivania ha fatto emergere anche un altro bisogno. Quello di volersi garantire pasti più leggeri e più diversificati.

A maggio -34% italiani connessi. Ma è cambiato il metodo di rilevazione

Ad aprile la presenza online media per persona in Italia arrivava a più di 4 ore, precisamente a 4h38’32’’. Un dato in linea con quello di marzo (4h35’’18), registrato da Audiweb in piena emergenza, ma non lontano nemmeno da febbraio (4h25’24’’). A sorpresa, a maggio però risultano connessi il 34% di italiani in meno che ad aprile. La fotografia Audiweb relativa a questo mese, infatti, svaluta pesantemente il tempo connesso di 35 milioni di italiani, che risultano essere un terzo in meno rispetto al mese precedente. Una svalutazione tanto ampia da far riflettere sul principale sistema di rilevazione dell’audience digitale del nostro Paese. Che di fatto ha ricorso a un nuovo sistema di rilevazione per i dispositivi Android.

A marzo più utenti che italiani

La rilevazione di maggio in media determina per ogni persona poco più di 3 ore di tempo trascorso online (3h01’03’’). Quindi, secondo Audiweb, ad aprile il lockdown non ha sortito alcun effetto sul digitale, se si considera che il dato di quel mese era indicato come sostanzialmente uguale a quello di novembre, e che entrambi i dati erano sovrastimati, come dimostra la nuova misurazione.

Non è tutto. A marzo l’esame dei dati aveva evidenziato che nelle fasce d’età 18-24 anni e 35-44 anni il numero di utenti online era più alto rispetto al numero di individui censiti dall’Istat nella popolazione italiana 2019. In sintesi più utenti che italiani.

Messi in discussione i dati dei 12 mesi precedenti

Le ultime rilevazioni sembrano testimoniare un nuovo colpo di magia, che risulta ancora più evidente tornando indietro nel tempo, riporta Adnkronos.

A partire dal mese di aprile 2019 è stata infatti rilasciata una nuova versione del meter per la rilevazione dei device dotati di sistema operativo Android. Prima della modifica, il tempo medio online per persona a marzo 2019 si attestava a 3h34’46’’, poi, dopo il cambiamento, è schizzato a 4h22’48’’. Un incremento notevole, captato da uno strumento cui ci si è affidati per un anno. Ora, però, nuova inversione a U: a maggio di quest’anno secondo Audiweb si trascorre online meno tempo rispetto a marzo 2019. Un salto indietro in controtendenza, scandito da un cronometro nuovo, che mette in discussione i dati dei 12 mesi precedenti.

Nel 2019 Agcom ha bocciato la metodologia di Audiweb

Non è la prima volta che qualcosa non torna nel metodo delle misurazioni di Audiweb. Nel luglio 2019 l’Agcom ha acceso i riflettori sulla non completa coerenza della metodologia Audiweb 2.0, che prevede il passaggio di dati dei lettori da Audiweb a Nielsen e a Facebook. Quest’ultimo un diretto concorrente degli editori nella raccolta pubblicitaria. Proprio per questo, il colosso social di Mark Zuckerberg non può certo essere equiparato a un misuratore indipendente. E proprio per questo, Agcom ha bocciato la metodologia di Audiweb.

Milano, Roma e Kuwait City le tre città peggiori per gli expat

Milano e Roma sono fra le 3 città peggiori per chi vive e lavora all’estero. Secondo l’Expat City Ranking 2019 Milano si posiziona all’80° posto su 82 città, mostrando risultati poco brillanti nell’Urban Work Life Index (77°), posizionandosi fra le ultime 10 in tutte le sue sottocategorie. Mentre Roma è nuovamente votata come la peggiore città europea per gli expat, posizionandosi all’81° posto, solo davanti a Kuwait City su scala globale. L’Expat City Ranking si basa sul sondaggio realizzato da InterNations, analizzando cinque aree della vita di un expat, la qualità della vita urbana, lo facilità di ambientamento, la vita lavorativa urbana, situazione finanziaria e abitativa, costo della vita locale.

Zurigo, l’Aia e Basilea sono le città in cui trasferirsi nel 2020

Nel loro insieme, le prime quattro aree della classifica rivelano le migliori e le peggiori città in cui trasferirsi nel 2020. E se la performance di Milano e Roma non è positiva, riporta Ansa, secondo la classifica Taipei, Kuala Lumpur, Ho Chi Minh City, Singapore, Montréal, Lisbona, Barcellona, Zurigo, l’Aia e Basilea sono le città migliori in cui trasferirsi nel 2020. Mentre Kuwait City (82°), Roma, Milano, Lagos (Nigeria), Parigi, San Francisco, Los Angeles, Lima, New York City e Yangon (73°) sono le città peggiori al mondo.

Una delle principali ragioni della performance mediocre è il basso grado di stabilità politica

Milano è anche la città con il peggior punteggio in termini di soddisfazione sul lavoro, con solo il 47% degli expat a Milano soddisfatti, a differenza del 64% su scala globale. E il 39% è anche insoddisfatto della propria situazione finanziaria. Meno di un quarto (23%), poi, è soddisfatto del costo della vita locale (contro il 43% su scala globale), e se il numero di expat soddisfatti per quanto riguarda le reti di trasporto locali a Milano (74%) e le opinioni sul clima locale (61%) è leggermente al di sopra della media globale, la città è al 60° posto nell’Urban Living Index.  Una delle principali ragioni della sua mediocre performance però è il basso grado di stabilità politica (75°), un risultato al di sotto della media globale (61%), e più basso rispetto all’anno scorso (44%).

La più grande debolezza è l’Urban Work Life Index

Anche per Roma la più grande debolezza è l’Urban Work Life Index, in cui si classifica ultima al mondo per la seconda volta consecutiva. Inoltre, un expat su tre a Roma (33%) è insoddisfatto del proprio lavoro attuale (contro il 19% su scala globale) e due terzi (67%) sono infelici delle opportunità di carriera.

Il 62% valuta lo stato dell’economia locale in modo negativo, più di quattro volte la media globale (15%). Infatti, meno della metà (44%) è soddisfatto della propria situazione finanziaria.

Tuttavia, Roma batte Milano in termini di clima: il 92% degli expat lo apprezzano, e oltre la metà (55%) dà a questo fattore il miglior punteggio possibile.

Assistenti virtuali vulnerabili, e l’hacker ne approfitta

I timori sulle incursioni degli hacker negli assistenti virtuali erano già emersi in passato. La prima generazione di Amazon Echo, lanciata nel 2015, mostrava infatti alcuni punti deboli, permettendo quindi ai pirati informatici di impossessarsi dei dati e prendere il controllo del device. Ma ora è una certezza, gli assistenti virtuali possono essere vulnerabili, e il rischio di intrusioni pirata nei dispositivi domestici è reale. Lo hanno scoperto i ricercatori di Eset, società slovacca di cyber security, che per prima ha individuato il tallone d’Achille di Echo.

Le falle di Alexa e del Kindle 8

Le indagini, hanno spiegato i due ricercatori di Eset Robert Lipovsky e Stefan Svorencik, sono partite da Amazon Echo, conosciuto anche con il nome della sua assistente vocale Alexa. I ricercatori hanno scoperto il dispositivo presentava la possibilità di penetrare nello scambio di dati tra il device e il router wifi presente in casa. Un hacker, ad esempio, avrebbe potuto avere accesso ai comandi vocali. Usati, magari, per aprire la porta dell’abitazione.

Questa falla pericolosa, che interessava anche il Kindle 8, è stata segnalata al colosso di Seattle a ottobre del 2018. Riconosciuto il problema, riporta Askanews, a gennaio del 2019 Amazon è corsa ai ripari con una patch che ha messo al sicuro gli Echo di prima generazione.

Gli oggetti simbolo dell’Internet of Things sotto attacco

Al Global press event 2019 organizzato a Bratislava, la società slovacca ha messo in evidenza i risultati della sua attività investigativa su altri oggetti simbolo dell’Internet of Things (IoT). Come ad esempio la D-link Camera 2132L, un tipo di videocamera usata in diversi dispositivi, che presenta molteplici vulnerabilità. “Debolezze”, in questo caso, che permettono a un attacker di intercettare il flusso di immagini raccolte prima che vengano criptate, appropriandosi dei video all’insaputa dell’utente.

L’home assistant, un bersaglio privilegiato

Per difendere gli home assistant, avvertono i ricercatori di Eset, è necessario stare sempre in guardia. Si tratta di strumenti sempre connessi a internet, con diversi punti deboli che possono essere sfruttati dai pirati poiché non presentano grandi difese contro i malware. Agli utenti, invece, le raccomandazioni base restano quelle di scegliere password più complesse e ricordarsi di disattivare i device quando non vengono usati. D’altronde, secondo gli esperti di sicurezza cibernetica, per le loro caratteristiche specifiche gli home assistant continueranno a essere bersagli privilegiati degli attacchi hacker. E a novembre Eset pubblicherà un rapporto su altri smart home hub per mostrare tutte le vulnerabilità scovate.

5 Italiani sempre più fan della dieta mediterranea, anche nella ristorazione collettiva

Non è certo un segreto che la dieta mediterranea sia tra le più sane e corrette tra quelle di tutto il mondo. Non solo: la cucina di “casa nostra” è anche un lasciapassare una lunga vita, come dimostrato da innumerevoli ricerche scientifiche. Oggi questo trend si riflette anche nella ristorazione collettiva, come evidenzia una ricerca dell’Istituto Ixè commissionata dal Gruppo Elior, leader in Italia nella ristorazione collettiva, che ha intervistato, per la prima volta, 40 chef del Gruppo responsabili di 10 milioni di pasti all’anno e ha indagato in contemporanea un campione rappresentativo della popolazione italiana. D’altronde, il il 68% degli italiani (il 71% delle donne contro il 65% degli uomini) ha a cuore l’abbinata dieta-salute e la richiede alla ristorazione collettiva, attraverso la combinazione della salubrità della ricetta con piatti della tradizione italiana, legati al proprio territorio e tipici della dieta mediterranea. Secondo la ricerca, sono sono più della metà, il 55%, gli italiani che affermano di seguire e conoscere bene i principi della dieta mediterranea e gli chef segnalano che una percentuale analoga la ricerca anche durante il pranzo in azienda.

Varietà e cibi sani e leggeri

Da dati Ixè, Salute e benessere dell’organismo sono due temi che sempre più italiani pretendono dalla ristorazione collettiva: il 53% infatti ritiene che la dieta mediterranea abbia effetti positivi sul sistema cardiocircolatorio e cardiovascolare, il 46% sulla longevità, il 37% sulla capacità di controllo del peso e il 31% sulla riduzione dell’incidenza di tumori.

Per questo la ristorazione collettiva pone l’attenzione su uno degli elementi cardine della stessa dieta, ovvero la varietà dei menù, apprezzata dai clienti e grazie alla quale è possibile rilevare un consistente aumento dei consumi di prodotti più sani e leggeri: cresce infatti la richiesta di cereali, legumi e pesce, il 79% degli chef Elior rileva la crescita dei primi due e il 62% per il terzo, mentre cala, a detta del 35% degli chef la carne e per l’82% il burro. Tra gli elementi garanti della salubrità di una pietanza rientrano pienamente le materie prime 100% italiane, di cui si fida il 69% degli italiani, spesso coniugate alla territorialità e alla stagionalità (l’85% degli chef intervistati offre infatti pietanze con ingredienti di stagione e avvalorati dall’80% dei clienti). Dall’analisi degli chef si scopre anche che i consumatori del Bel Paese sono sempre più consapevoli dell’importanza per esempio dell’olio extravergine d’oliva: l’82%, infatti, presta grande attenzione al tipo di olio da utilizzare per condire gli alimenti.

La salute passa per il piatto

“A tutti piace mangiare cose buone, ma sempre più italiani hanno capito che la salute passa per il piatto – afferma Margherita Sartorio Co Founder e CEO Istituto Ixè -. Al ristorante, occasionalmente, si può derogare da questa regola, ma nella ristorazione collettiva, così come a casa, la salubrità della cucina è importante e allo stesso tempo assume una notevole importanza anche la leggerezza del piatto. L’importanza della qualità delle materie prime è ormai riconosciuta, ma è fondamentale un altro ingrediente del pasto: il clima che si respira nel locale, l’ambiente, l’accoglienza e la qualità del servizio”.

Per promuovere la dieta mediterranea, la ristorazione organizzata deve impegnarsi in prima linea per diffondere l’educazione alimentare all’interno di ogni tipo di struttura, di lavoro, scolastica o sanitaria, abbinata a una continua diversificazione dei menù optando maggiormente per prodotti di origine vegetale. Pensiero concorde anche per l’83% del campione di popolazione studiato dalla ricerca Ixè, secondo cui all’interno della ristorazione scolastica si dovrebbero offrire cibi più sani e leggeri per favorire l’insegnamento dell’educazione alimentare.

Aprire un’impresa a cinquant’anni: a Milano, Monza e Lodi è un’attività quotidiana

I cinquant’anni sono i nuovi trenta. Potrebbe essere questo lo slogan della Camera di Commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi: già, perché in Lombardia sono aumentate in modo significativo le imprese guidate da persone che hanno già un mezzo secolo di vita sulle spalle. Quest’anno, di media, sono state 140 iscrizioni al giorno in Italia, 22 in Lombardia, 7 a Milano per le attività fondate da cinquantenni. In cinque anni, si tratta di un aumento dell’8% a livello nazionale, del 13% in Lombardia e del 21% a Milano. Le tipologie di attività che aumentano maggiormente sono quelle di consulenza aziendale e direzionale, le agenzie di viaggio, i servizi immobiliari, gli alberghi e i sevizi alla persona. Solo nei primi tre mesi del 2019 ci sono state 12 mila iscrizioni di ultra cinquantenni, alle Camere di Commercio.

La fotografia dell’imprenditoria senior

I dati sono il frutto di un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati registro imprese relativi alle ditte individuali al primo trimestre 2019, 2018 e 2014. Crescono in cinque anni, +8% in Italia dove sono 855 mila le imprese con titolare cinquantenne, +13% in Lombardia con 26 mila imprese, +21% a Milano con 37 mila imprese. Milano è tra le prime a crescere in Italia, dopo Napoli con 33 mila imprese, +24%, Prato con 4 mila, +23%. Seguono Monza con 10 mila, +20%, Savona con 5 mila, + 16%, Trieste con 3 mila, +14%, Varese con 9 mila, + 14%. Afferma Beatrice Zanolini, consigliere della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi: “Le imprese mostrano una crescita nella fascia d’età tra i cinquanta e i sessanta anni negli ultimi cinque anni. Un dato che riguarda in particolare Milano e la Lombardia e le donne più degli uomini. Si nota una presenza crescente, indirizzata verso professioni che richiedono una certa esperienza come quelle manageriali e anche nel settore immobiliare, insieme ai comparti più legati al turismo come ospitalità e ristorazione”.

I numeri della Lombardia

In Lombardia tra le prime per iscrizioni, dopo Milano con 622 in tre mesi, ci sono con 3 imprese al giorno a Brescia con 248 iscritte (17 mila in totale, + 8% i cinque anni) e Bergamo con 225 (14 mila, + 12%). Tra le prime lombarde per crescita anche Como con 7 mila imprese, +12%, Lecco con 4 mila, +12%, Lodi con 3 mila, + 12%. Il fenomeno riguarda in gran parte donne e stranieri. Sono 216 mila le cinquantenni italiane titolari d’impresa, +9% in cinque anni. Di queste 27 mila sono lombarde, +17% e 8 mila milanesi, +23%. A Monza crescono del 26% con quasi 2 mila imprese. Gli stranieri cinquantenni controllano 101 mila ditte nel Paese, +48%, di cui 18 mila in Lombardia +58%, e 8 mila a Milano, + 70%. In Lombardia forte crescita anche a Monza, +83% con oltre mille imprese e a Lecco con 337 imprese, + 67%.

Gli ambiti di azione

Analizzando questo trend, risultano particolarmente attivi i settori del supporto per le funzioni d’ufficio con 1648 imprese in Lombardia, + 69% su 8 mila in Italia, +58%, di cui 621 concentrate a Milano, +76%. Ci sono poi le attività di direzione aziendale e consulenza direzionale con 935 imprese su oltre 3 mila in Italia di cui 415 a Milano e un aumento intorno al +50% per tutti. Crescita analoga per le agenzie di viaggio, 65 quelle a Milano di cinquantenni su 192 in Lombardia e 1.452 in Italia, ma anche per la produzione di software con 831 imprese in regione, circa la metà a Milano, su 4 mila in Italia e per gli alberghi con 413 imprese di cinquantenni, di cui 80 a Milano, su 5 mila in Italia. Intorno al 30% la crescita nei servizi alla persona con 7 mila imprese in regione su 40 mila in Italia di cui 2 mila a Milano. Aumenta soprattutto a Milano la presenza di imprenditori cinquantenni nelle imprese di attività immobiliari, +40% con 721 operatori su quasi 2 mila in Lombardia e 9 mila in Italia. Principali settori per numero di ditte con titolare cinquantenne al 2019 sono le costruzioni con 22 mila imprese in regione su 114 mila in Italia (19%), di cui 6 mila a Milano, commercio con 18 mila su 155 mila (11%), di cui 6 mila a Milano, agricoltura con 8 mila su 146 mila (6%), servizi alla persona con 7 mila su 41 mila (18%), ristorazione con 6 mila su 42 mila (15%), trasporto con 6 mila su 28 mila (21%), di cui 3 mila a Milano.

In Italia fra 15 anni 14mila medici e dentisti in meno

Tra 15 anni alla sanità pubblica italiana mancheranno 14mila camici bianchi. Dei 56mila medici su cui può contare il Servizio Sanitario Nazionale ne saranno rimpiazzati infatti solo il 75%, cioè 42mila.

Secondo le proiezioni effettuate sui dati del Conto annuale della Ragioneria dello Stato, gli accessi ai corsi di laurea in medicina e alle scuole di specializzazione sono del tutto insufficienti per compensare questa continua diminuzione di medici e odontoiatri. Che in futuro saranno sempre meno numerosi, e sempre più anziani.

Il nuovo allarme arriva dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, che opera all’interno di Vithali, spin off dell’Università Cattolica di Roma.

Un’uscita non compensata da un pari numero di ingressi nella professione

Dal 2013 al 2016 la quota di medici ultrasessantenni è aumentata di quasi il 10%. Questo significa che, al netto di quota 100, nel corso del prossimo quindicennio il numero di uscite non saranno compensate da un pari numero di ingressi nella professione. Per rimpiazzarli sarebbero necessarie 13.500 immatricolazioni ai corsi di laurea in medicina ogni anno, e 11mila posti di specializzazione ogni anno. Ma a oggi questi numeri sono pari  rispettivamente a 9.700 e 6.000. Di conseguenza, riporta Ansa, secondo le proiezioni i nuovi specializzati saranno circa 42mila in 15 anni, ovvero 14mila in meno rispetto ai 56mila che usciranno per pensionamento.

Dai 108.271 medici e odontoiatri del 2013 ai 105.093 nel 2016
Questa dinamica ha interessato anche i medici e gli odontoiatri del SSN, il cui numero si è ridotto in modo costante tra il 2013 e il 2016, passando da 108.271 unità nel 2013 a 105.093 unità nel 2016 (-2,9%). Il medesimo trend si riscontra in maniera più accentuata se si rapporta il numero di medici e odontoiatri del SSN alla popolazione, riporta il Sole 24 Ore. Infatti, in questo caso la riduzione del numero di unità è del 4,3%. La dotazione minore di medici si riscontra nel Lazio, Molise e Lombardia, le quali hanno 1,3 e 1,4 medici ogni 1.000 abitanti, mentre a livello nazionale si attesta a 1,7 per 1.000.

Il progressivo invecchiamento del personale medico

“Questo scenario, determinatosi nel corso di anni in cui non è stata fatta una programmazione adeguata da parte delle autorità competenti, rischia di compromettere le basi portanti del Sistema Sanitario Nazionale”, afferma il professor Walter Ricciardi, direttore dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane. Secondo l’Osservatorio, inoltre, la riduzione del personale medico è assai preoccupante in quanto si accompagna a un progressivo invecchiamento dei professionisti. Nel 2016 quasi il 52% del personale medico aveva oltre 55 anni, una quota pari al 61% tra gli uomini e al 38% tra le donne. Tra i 50 e i 59 anni la quota dei medici si attestava invece al 41%. E tra i 40 e i 49 anni a circa il 23%.

Famiglie più povere, cala il reddito disponibile, cresce la spesa per i consumi

Lo scrive l’Istat nel dossier dal titolo “Conto trimestrale delle Amministrazioni pubbliche, reddito e risparmio delle famiglie e profitti delle società”: le famiglie italiane sono diventate più povere. Nel quarto trimestre del 2018, spiega l’Istituto di statistica, “il reddito disponibile delle famiglie consumatrici ha subito una nuova diminuzione, riportandosi sostanzialmente sul livello registrato all’inizio dell’anno”. In particolare, rispetto al trimestre precedente, il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è diminuito dello 0,2% in termini nominali, e dello 0,5% in termini reali.

La propensione al risparmio subisce una flessione di 0,6 punti percentuali

Secondo l’Istat le famiglie italiane “hanno tuttavia mantenuto una dinamica espansiva dei consumi, alimentata da una nuova diminuzione della propensione al risparmio, scesa a un livello vicino al minimo registrato un anno e mezzo prima”.

Sempre nel quarto trimestre 2018 la spesa per consumi finali delle famiglie è aumentata dello 0,5% in termini nominali, facendo derivare una flessione di 0,6 punti percentuali della propensione al risparmio, scesa al 7,6% rispetto all’8,2% rilevata nel terzo trimestre.

Conti pubblici: l’indebitamento netto delle PA rispetto al Pil è pari al 2%

Sul fronte dei conti pubblici, riporta Askanews, l’Istat ha rilevato che nel corso di tutto il 2018 l’indebitamento netto delle Pubbliche Amministrazioni si è attestato al 2,1 % rispetto al Pil, e il debito, sempre rispetto al Pil, al 132,1%.

Nel quarto trimestre 2018 l’indebitamento netto delle Pubbliche Amministrazioni in rapporto al Pil è stato pari al 2,0%, rispetto all’1,9% rilevato nello stesso trimestre del 2017.

Sempre nel quarto trimestre 2018, il saldo primario delle PA, ovvero l’indebitamento al netto degli interessi passivi, è risultato positivo, con un’incidenza sul Pil dell’1,7% (1,9% nel quarto trimestre del 2017).

Pressione fiscale al 48,8%, un aumento dello 0,2% sul quarto trimestre 2017

In aumento, aggiunge ancora l’Istat, la pressione fiscale, che nel quarto trimestre risulta pari al 48,8%, con un aumento di 0,2 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel corso del 2018, invece, la pressione fiscale si è attestata al 42,1% del Pil, in riduzione di 0,1 punti percentuali rispetto ai 42,2 del 2017. Per quanto riguarda la quota dei profitti sul valore aggiunto delle società non finanziarie (pari al 41,4%), secondo l’Istat questa risulta aumentata di 0,3 punti percentuali rispetto al trimestre precedente, mentre il tasso di investimento delle stesse società (pari al 21,9%), è aumentato di 0,1 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.

Spreco alimentare, i prodotti “sottozero” si gettano meno

Sprecare significa non solo non poter garantire cibo sufficiente per tutti, ma anche perdere risorse preziose utilizzate nella produzione, come terreno fertile, acqua, energia, concimazioni. Gli sprechi alimentari a livello domestico si verificano quotidianamente, e in Italia nell’ultimo anno hanno pesato per oltre 8,5 miliardi di euro, pari allo 0,6% del nostro Pil. Fra ciò che rimane nel piatto e ciò che finisce direttamente dal frigo alla pattumiera ogni italiano getta poco meno di 1 etto di cibo al giorno. Consumare prodotti surgelati potrebbe però contribuire ad abbattere lo spreco del 47%. E i vantaggi che derivano dall’uso di questi prodotti in cucina li rende alleati dei comportamenti sostenibili.

“Non solo una perdita economica per il consumatore, ma anche un tema sociale”

“Lo spreco alimentare – commenta Vittorio Gagliardi, Presidente IIAS, Istituto Italiano Alimenti Surgelati – non è soltanto una perdita economica per il consumatore, ma anche un tema sociale, visto che con quanto si spreca si potrebbe sfamare un terzo della popolazione mondiale”. Tanto che il 92% degli italiani dichiara di sentirsi in colpa buttando il cibo ancora buono, e 4 consumatori su 10 affermano di aver ridotto negli ultimi due anni lo spreco domestico. Eppure, è proprio nelle nostre case che la maggior parte del cibo acquistato finisce direttamente dalla tavola al cassonetto (oltre il 50% dello spreco totale), perché cucinato in quantità eccessiva o non consumato entro la data di scadenza nel 46% dei casi.

A cena si getta più cibo

Il momento in cui si getta più cibo è la cena, tra verdure (19,4 grammi pro-capite/giorno, 7,1 kg/anno), latte e latticini (13,16 grammi/giorno, 4,8 kg/anno), frutta (12,24 grammi/giorno, 4,5 kg/anno) e prodotti da forno (8,8 grammi/giorno, 3,2 kg/anno).

In nostro aiuto possono però arrivare i prodotti surgelati, che rendono utilizzabili i cibi nella quantità realmente necessaria. I dati diffusi da IIAS sul consumo di surgelati in Italia confermano che quasi 1 italiano su 2 li porta in tavola almeno una volta a settimana, con un consumo pro-capite di quasi 14 Kg annui.

Usare solo quello che mangiamo davvero senza buttare nulla

Tra i cibi meno sprecati risultano infatti proprio i surgelati, solo il 2,5%, mentre fra quelli più gettati i prodotti a breve scadenza, che arrivano fino al 63%. Un dato positivo, quello dei surgelati, che conferma una delle loro principali caratteristiche: permettono di usare solo quello che mangiamo davvero, senza buttare nulla.

Ma il sostegno che i prodotti surgelati offrono alla lotta allo spreco inizia ancor prima di arrivare a tavola, utilizzando in maniera ottimale le materie prime pronte per l’uso in cucina. Attraverso la surgelazione inoltre è possibile massimizzare la resa produttiva, contenere gli sprechi che avvengono durante tutta la filiera e ridurre le emissioni di inquinanti nell’atmosfera.

Nel 2018 prezzi più alti per le famiglie meno abbienti

Nel 2018 i rincari dei prezzi al consumo hanno colpito soprattutto le famiglie meno abbienti. Secondo un’analisi dell’Istat sull’indice Ipca, per il 20% delle famiglie con una minore capacità di spesa l’inflazione, nella media dell’anno, ha segnato un’accelerazione dell’1,5% rispetto al 2017 (1,4%). Per il 20% delle famiglie più abbienti invece l’inflazione è scesa all’1,1%, rispetto all’1,3% del 2017, ampliando quindi di 3 decimi di punto percentuale il differenziale inflazionistico tra i due gruppi.

L’Istat ha confermato poi le stime preliminari sull’inflazione: durante il 2018 i prezzi al consumo sono cresciuti dell’1,2%, replicando la dinamica annua del 2017.

L’inflazione a dicembre 2018 scende all’1,1% 

Sempre secondo l’Istat l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, è stabile a +0,7%. Il tasso di inflazione a dicembre 2018 è sceso invece all’1,1%, in rallentamento rispetto all’1,6% di novembre. Nel mese di dicembre inoltre l’istituto stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, diminuisca dello 0,1% rispetto al mese precedente.

L’Istat ha inoltre rivisto al ribasso le stime sull’andamento dei prezzi del cosiddetto carrello della spesa. Per i prodotti di largo consumo la crescita dei prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona da +0,9% di novembre è stata portata a +0,7%, mentre la stima preliminare era +0,8%.

Per l’Unione consumatori “la recessione è dietro l’angolo”

Dai dati Istat risulta che nell’intero anno i rincari medi per i prodotti di largo consumo sono dell’1,2%, in linea con il tasso di inflazione generale del 2018, e in frenata rispetto al +1,5% del 2017. Ma per l’Unione consumatori, riporta Ansa, dal 2007 a oggi si è perso il 37,1% di fatturato. L’Unione nazionale consumatori boccia infatti come “negativi” i dati Istat sul fatturato e gli ordinativi dell’industria a novembre 2018, e parla di “recessione ormai dietro l’angolo”.

“Per tornare ai valori pre-crisi serviranno secoli”

Secondo uno studio dell’associazione, se si confrontano i dati dei primi 11 mesi del 2018 con quelli medi del periodo pre-crisi del 2007, il fatturato totale è sceso appunto del 37,1%, e quello interno è crollato del 43,6%. Gli ordinativi totali sono calati in 11 anni del 31,6% e quelli interni del 40,6%.

“Il campanello d’allarme suona per il mercato interno: rispetto a un anno fa, il fatturato scende dello 0,4% e gli ordinativi precipitano del 4,4%”, afferma il presidente dell’Unc, Massimiliano Dona, commentando i dati di novembre. Secondo Dona “Per tornare ai valori pre-crisi serviranno secoli, visto che il Paese peggiora invece di migliorare”.