Archivio Autore: Silvano Sonnecchia

Facebook contro le fake news, ora fact-checking anche di foto e video

Facebook mette in campo alcune novità contro le fake news, dal fact-checking di foto e video all’estensione del programma di controllo della veridicità delle notizie in 14 paesi, Italia compresa, all’uso della piattaforma aperta Claim Review. La verifica di foto e video include anche i contenuti che vengono manipolati o quelli fuori contesto.

Facebook sta perciò tentando di contrastare il fenomeno non solo perfezionando il potente algoritmo che sovrintende la bacheca degli utenti. La verifica di foto e video sarà disponibile quindi anche in Francia, Irlanda, India e Messico: “stiamo lavorando per estenderla a più paesi, Italia compresa – spiega Tessa Lyons, product manager di Facebook -. Siamo consapevoli che i fact-checker non possono rivedere le storie ad una ad una, stiamo quindi cercando nuovi modi per individuare le notizie false e agire su larga scala”.

Ridurre la diffusione di pagine e domini che condividono notizie false

In Italia per la verifica di notizie Facebook dal mese di gennaio 2018 è in partnership con Pagella Politica, il sito italiano dedicato interamente al fact-checking delle dichiarazioni dei politici. Ridurre la diffusione delle pagine e dei domini che ripetutamente condividono notizie false, “rimuovendo la loro possibilità di monetizzare”, è uno degli aggiornamenti messi in campo da Facebook per combattere le fake news, riporta una notizia Ansa.

Limitare le interferenze straniere nel dibattito pubblico

“Per contribuire a limitare le interferenze straniere nel dibattito pubblico, abbiamo inoltre iniziato a utilizzare l’apprendimento automatico per aiutare a identificare e ridurre la visibilità di pagine straniere che potrebbero diffondere, per fini economici, notizie false alle persone in altri Paesi”, aggiunge Tessa Lyons.

I recidivi che continuano a diffondere fake news si troveranno quindi di fronte meccanismi di machine learning sempre più sofisticati, in grado di identificare più pagine simili o altre riaperte poco dopo.

Claim Review è una piattaforma aperta in grado di scovare titoli e informazioni false

Per la verifica della veridicità delle notizie Facebook lavorerà con i partner del fact-checking per utilizzare Claim Review di Schema.org, una piattaforma aperta che contiene dati e analisi in grado di scovare su più siti web titoli e informazioni false. In questo modo il social è in grado di visualizzare il rating assegnato dai fact-checker, e non solo quello applicato da Facebook stesso.

Claim Review è in grado di attingere a dati e analisi in collaborazione con il mondo accademico. Facebook infatti ha lanciato lo scorso aprile una commissione composta da accademici in grado di valutare con più precisione il ruolo dei social media nelle elezioni e nella democrazia in generale.

Pensione: quando si può smettere di lavorare e quanto si percepisce

La pensione, miraggio per molte tipologie id lavoratori, può essere più vicina per alcune categorie di addetti. Alcune figure, infatti, possono raggiungere l’agognata pensione prima di aver raggiunto una precisa età anagrafica. Si tratta ovviamente di ruoli legati a professioni particolarmente usuranti, nelle quali non è possibile operare per decenni. In alcuni di questi casi al lavoratore è consentito andare in pensione una volta maturata una certa anzianità contributiva.

Le attuali modalità per il pensionamento anticipato e di vecchiaia

Come riporta una scheda realizzata da AdnKronos,  con l’attuale pensione anticipata si può smettere di lavorare a qualsiasi età purché si abbia maturato un’anzianità contributiva di 42 anni e 10 mesi (per gli uomini) o 41 anni e 10 mesi (per le donne). Le cose sono però destinate a cambiare nei prossimi mesi: questi dati saranno variati nel 2019, a seguito  dell’adeguamento con le aspettative di vita INPS. Perciò dal 1° gennaio del prossimo anno serviranno, per beneficiare della pensione anticipata, di 43 anni e 3 mesi per gli uomini mentre per le donne il tetto è di 42 anni e 3 mesi.

Diverso il discorso per la pensione di vecchiaia, che può essere percepita anche con molti meno anni di lavoro. Oggi per avervi accesso servono 20 anni di contributi versati, però è necessario aver raggiunto i  66 anni e 7 mesi di età. Anche in questo caso, ci saranno modifiche a partire dal 2019: l’età sarà alzata a 67 anni.

Ape Sociale e Ape Volontario

Esistono poi altre formule, destinate a precise categorie di cittadini, che consentono di andare in pensione prima del previsto. Una è l’Ape Sociale, una formula che dà la libertà a disoccupati, invalidi civili al 74% e persone che assistono parenti di primo grado, se disabili gravi, di smettere di lavorare dopo 30 anni (ma con almeno 63 anni compiuti). Per i lavori gravosi, invece, sono richiesti 36 anni di contributi. Un po’ più complicato è invece il meccanismo dell’Ape Volontario, che consente di smettere di lavorare dopo aver versato almeno 20 anni di contributi. Ma a una condizione: bisogna essere a meno di 3 anni e 7 mesi dal raggiungimento della pensione di vecchiaia. Con l’Ape Volontario però non si va subito in pensione: nei 3 anni e 7 mesi che precedono la pensione di vecchiaia il lavoratore percepirà un prestito erogato da un istituto di credito. Prestito che andrà restituito attraverso una decurtazione sulla pensione di vecchiaia.

La formula per i lavoratori precoci

Sono lavoratori precoci i soggetti che hanno lavorato per almeno 12 mesi prima del compimento dei 19 anni. Se questi hanno un’anzianità contributiva antecedente al 1995, possono accedere alla pensione dopo 41 anni grazie alla Quota 41.

Anche gli iPhone a rischio: cambiare la password per non farsi craccare

Non si può mai stare tranquilli. I possessori di iPhone, che si credevano forse più tutelati rispetto ai possessori di altri device, devono iniziare a preoccuparsi. Già, perché esiste un sistema capace di craccare qualsiasi tipo di iPhone. Questo dispositivo, che in origine era stato ideato con scopi “buoni” – ovvero supportare polizia e investigatori nelle loro indagini – potrebbe invece sottoporre a molti rischi  gli smartphone Apple.

L’allarme degli esperti

A lanciare l’allarme è stato Thomas Reed, direttore di Malwarebytes, che dalle pagine del blog della compagnia ha invitato i possessori del telefonino a cambiare password, possibilmente evitando codici brevi. Come riporta Adnkronos, “Al centro delle preoccupazioni degli esperti c’è infatti il GrayKey, device prodotto dalla compagnia Grayshift – azienda dai contorni piuttosto misteriosi e fondata, sembra, da ex collaboratori dell’intelligence Usa e da un ex ingegnere della sicurezza Apple – e in grado di eludere la sicurezza di iOS anche nelle sue versioni più aggiornate, identificando il pin nell’arco di qualche minuto (in caso di codice di 4 caratteri) o giorno (per password da 6 o più caratteri)”. Il pericolo, quindi, è che il dispositivo ideato per la polizia e le forze dell’ordine possa cadere in mani sbagliate, mettendo a repentaglio la privacy degli utenti.  “Una volta individuato il codice d’accesso e sbloccato il dispositivo” spiega Reed “il contenuto completo dei file presenti sul dispositivo viene scaricato su GrayKey. Da quel momento, è possibile accedervi tramite un’interfaccia web e analizzarli. I contenuti completi e non criptati diventano inoltre disponibili per il download. Una potenziale miniera, insomma, per il ‘mercato nero’ dei dati personali”.

I consigli per proteggersi

Anche se al momento non è ancora noto il “bug” del sistema iOS che permetterebbe a GraceJey di craccare i sistemi di casa Apple, gli esperti di Cupertino – oltre a lavorare sul problema – forniscono agli utenti il primo consiglio utile, anche se in apparenza banale: cambiare password. E, affinché la protezione sia più sicura, l’indicazione è quella di utilizzare codici 6-10 o più caratteri. Ancora, come ulteriore cautela, l’attivazione dell’impostazione per eliminare tutti i dati dal telefono dopo 10 tentativi di ingresso falliti.

Un rischio fortunatamente “costoso”

D’altro canto, va anche ricordato che il dispositivo in questione non è certo facile da ottenere, specie per il prezzo non proprio alla portata di tutti. Sul sito della compagnia Grayshift costa infatti 15mila dollari  nella versione online utilizzabile fino a 300 volte e 30mila per quella illimitata e utilizzabile offline.

Vuoi andare negli Usa? Occhio ai tuoi profili social

Ottenere il visto per recarsi negli Stati Uniti sarà sempre più difficile. “Colpa” dell’amministrazione Trump, che sta mettendo paletti sempre più severi per tutti gli ingressi negli States. La ragione prima è la sicurezza, ovviamente, ma se si programma un viaggio nel paese a stelle e strisce occorrerà anche stare attenti ai propri profili sui social media. La buona notizia è che al momento il provvedimento non riguarda i cittadini italiani, ma è comunque un segnale da tenere ben presente: la vita virtuale è e sarà sempre più associata a quella reale.

Consegnate le chiavi dei social

Come riporta l’Ansa, infatti, con questa nuova “stretta” sui visti a chi vuole entrare nel Paese verrà chiesto di consegnare le chiavi di accesso ai propri profili Facebook, Twitter, Google. Le autorità potranno così ricostruire tutta la storia online di una persona e verificare, ad esempio, eventuali segnali di radicalizzazione, attività di proselitismo o comunque azioni non gradite.

Per ora non tocca ancora ai Paesi “amici”

Per nostra fortuna, la misura, contenuta in una serie di nuove regole messe a punto dal Dipartimento di Stato, non riguarderà i cittadini di Paesi amici come l’Italia, la Francia, la Germania, il Regno Unito, il Giappone, la Corea del Sud o il Canada. Ma interesserà una platea ben più ampia rispetto all’ipotesi iniziale: quasi 15 milioni di persone. Si applicherà infatti non solo a chi fa richiesta di un visto di immigrazione, ma anche chi vuole entrare negli Usa per turismo o per motivi di studio e di lavoro. Interesserà dunque anche Paesi come Brasile, Cina, India e Messico. Nessun social media sarà trascurato: anche Instagram, Flickr, LinkedIn, Reddit, Youtube. Poi i siti cinesi Douban Sina Weibo o Youku, e il network russo VK.

Controlli a 360 gradi su tutti gli aspetti della vita

A dire la verità, questo pacchetto di misure pro sicurezza è ancora più pesante rispetto al mero controllo dei vari profili social. le autorità americane, infatti, saranno libere di analizzare anche qualunque traccia del passato e del presente del richiedente il visto. Ad esempio, potranno chiedere ai richiedenti il visto anche i numeri dei vecchi passaporti, i vecchi numeri di telefono e l’accesso agli indirizzi email. I richiedenti dovranno anche presentare i documenti dei precedenti viaggi e riportare se siano mai stati espulsi dagli Usa o se abbiano violato le leggi sull’immigrazione. Addirittura, le indagini si allargheranno anche ai parenti: le autorità degli States potranno infatti verificare il passato dei congiunti, così da controllare se qualcuno della famiglia possa esser stato coinvolto in attività terroristiche.

Milano, la moda fa bene al turismo e l’economia

La moda si conferma ancora una volta un traino eccezionale per la visibilità e l’economia di Milano e della Lombardia. I numeri sono eclatanti: l’ultima settimana della moda (la kermesse si è svolta a febbraio 2018) ha portato nelle casse del turismo cittadino 19 milioni di euro. Sono i ricavi per le strutture alberghiere, secondo la stima del Servizio marketing territoriale della Camera di commercio di Milano Monza Brianza e Lodi su elaborazioni del suo ufficio marketing territoriale, cultura e turismo su dati RES STR Global.

Effetti positivi su alberghi e commercio

Il dato è stato calcolato sull’impatto delle scorse settimana della moda milanese e tiene conto soprattutto degli effetti positivi sugli alberghi delle zone centrali e di alta categoria in città. Camere piene e  impatto concentrato nei primi giorni di sfilate sono i primi indicatori che saltano all’occhio. L’occupazione delle camere d’hotel ha superato il 90% nei primi due giorni di sfilate per un’occupazione media per gli alberghi, nei giorni della settimana della moda, dell’87%. Concentrati nei primi giorni di sfilate anche i ricavi: da sole, le prime due giornate delle manifestazioni hanno registrato il 39% del totale. Le zone cittadine che hanno visto la maggiore occupazione sono le zone di Fiera city (92%), Garibaldi centrale e Buenos Aires (93%) e Centro (91%). Luxury e Upper upscale i segmenti di offerta più apprezzati, con una media del 90%.

Dalla moda alla scoperta di Milano come destinazione a 360 gradi

“La moda, a partire dalla settimana dedicata a sfilate e nuove collezioni, è un fattore importante di attrattività di Milano – ha dichiarato Valeria Gerli, membro di giunta della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi -. Un’opportunità anche per scoprire e apprezzare Milano come città d’arte, cultura e leisure. Bisogna convincere i turisti a tornare e a soggiornare più a lungo anche in regione e nel Paese per approfondire e sperimentare tutte le offerte”.

Piace il format aperto alla città

“I primi dati sembrano indicare un’edizione molto positiva. Questo format che coinvolge maggiormente la città dimostra come operatori e semplici turisti apprezzino gli eventi che utilizzano scenari inconsueti. L’importante è riuscire a coinvolgere zone cittadine meno centrali al fine di portare vivacità e ritorni economici anche in periferia. Fondamentale rimane sempre una programmazione attenta e ragionata e la promozione fatta con i tempi giusti e con le modalità adatte ai tempi che viviamo” conclude Maurizio Naro, presidente APAM (Associazione albergatori Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza).

Sconti per acquisti online? Dai uno sguardo a scontiebuoni.it

Per chi cerca prezzo e facilità d’uso scontiebuoni.it si sta rivelando un’ottima soluzione per gli acquisti online

Acquisti online? Nelle ultime settimane mi sono imbattuto diverse volte nel sito Scontiebuoni.it, dove ho compiuto con soddisfazione alcuni buoni affari. Dato che pian piano sta diventando un mio personale punto di riferimento per l’e-commerce, ho deciso di condividere il mio parere sui punti di forza di questo sito. Prima di tutto, voglio presentarmi in termini di abitudini di navigazione e consumo online: ho 38 anni e scelgo questa modalità d’acquisto soprattutto per gli sconti che riesco a trovare. Di solito compro libri, qualche capo o accessorio di abbigliamento, recentemente un lettore Mp3 e delle ottime cuffie. Un acquisto ogni venti giorni lo faccio, quindi non so se posso essere definito un consumatore assiduo, e se mi fido del sito che ho davanti, navigo e completo l’acquisto direttamente dallo smartphone.

Scontiebuoni.it è un sito responsive, e mi piace innanzitutto perché la navigazione è fluida, improntata alla semplicità. La web usability è esaltata da un layout pulito, senza link e immagini inutili. Non ci si può confondere!  In pochi passi si va dritti all’obiettivo, che è quello di trovare un coupon per gli acquisti online. Gli sconti talvolta sono davvero esaltanti, fino al 70% sull’offerta del giorno Amazon. Ben segnalate sono le date di scadenza dei codici sconto. Sarebbe pura follia elencare tutti i brand per i quali si può ottenere uno sconto, forse è più utile ricordare alcune categorie di codice sconto: abbigliamento, cosmetici e profumi, elettronica e informatica, casa e giardino, neonati e bambini, vacanze e hotel, libri e musica, business e ufficio.

Due tipologie di coupons per gli acquisti online

Su Scontiebuoni.it puoi trovare essenzialmente due tipologie di coupons, cioè le offerte e i codici sconto. Non appena deciso l’acquisto su un negozio online, cerco su Scontiebuoni.it quel negozio e visiono tutti i coupons disponibili. Se scelgo un’offerta, torno al negozio prescelto e compaiono gli sconti; se scelgo il codice sconto, clicco su “visita lo store” e incollo il codice in un apposito riquadro al momento dell’acquisto, rendendo visibile il taglio di prezzo.

Gli acquisiti online su Scontiebuoni.it sono più semplici a farsi che a dirsi, tanto che l’unico difetto del sito, cioè la presenza di poche frequently asked questions, mi è parso tale solo per pochi giorni, perché non c’è bisogno di grandi domande, nulla è di difficile comprensione, nulla è da nascondere e la user experience è quanto di più semplice possa esistere. Non vedo l’ora di provarlo per le importanti ricorrenze di acquisto online, come il Black Friday e il Cyber Monday. Fatemi sapere cosa ne pensate voi nei commenti.

Internet, esperienze negative per il 13% dei ragazzi

La rete è utilizzata dalla maggior parte dei ragazzi, ma a molti di loro fa paura. Addirittura, cresce il numero degli adolescenti che vivono o hanno vissuto emozioni negative navigando on line. Se nel 2010 erano il 6% i giovanissimi ad aver percepito sensazioni spiacevoli, oggi la percentuale è salita al 13%. I numeri sono il frutto della ricerca “EU Kids Online per Miur e Parole O_Stili”, condotta dal centro di ricerca dell’Università Cattolica e presentata  in occasione dell’evento “Crea, connetti e condividi il rispetto: un’Internet migliore comincia con te”, organizzato dal Ministero dell’Istruzione.

Gli effetti dell’hate speech

La ricerca rivela dati impressionanti. Il 31% degli 11-17enni dichiara infatti di aver visto online messaggi d’odio o commenti offensivi contro un individuo o un gruppo. Di fronte a questo tipo di messaggi, chiamati hate speech, i ragazzi provano in maggior parte tristezza (52% dei casi). I sentimenti vissuti sono poi nell’ordine disprezzo (36%), rabbia (35%) e vergogna (20%). Tuttavia, il 58% del campione dice di non aver fatto nulla.

La rete passa dallo smartphone

I ragazzi e le ragazze utilizzano principalmente lo smartphone per andare su Internet. Lo usa tutti i giorni il 97% dei 15-17enni e il 51% dei bambini di 9-10 anni. L’88% dei ragazzi italiani usa Internet a casa quotidianamente, il 44% lo usa quando è fuori per recarsi da qualche parte (per strada, sui mezzi pubblici, etc.) e il 42% mentre è fuori per conto proprio. Alta la percentuale dei 9-17enni che si collega alla rete anche durante le ore scolastiche: il 26%, tutti i giorni. Ma cosa fanno i giovanissimi quando si connettono? I 77% delle ragazze e dei ragazzi di 9 -17 anni comunica con amici e familiari, poco più della metà guarda video online e visita quotidianamente il proprio profilo sui social media. Internet serve per fare i compiti a casa nel 37% dei casi.

Aumentano i rischi e i disagi

Come detto sopra, l’evidenza più grave è che è in aumento il numero dei giovanissimi che ha avuto esperienze negative in Internet, ne il 13% dei  9-17enni. La sensazione di disagio è più alta fra i piccoli, i bambini di 9-10 anni. Fra i rischi continuano a crescere i contenuti inappropriati (soprattutto quelli legati all’ostilità e al razzismo), l’hate speech, l’esposizione a contenuti pornografici e il sexting. Se c’è una buona notizia, è quella che gli episodi di bullismo online non crescono e si fermano al 10% degli “incidenti”. Però questo fenomeno resta quello che fa più soffrire (tre quarti delle vittime ne è rimasta molto o abbastanza turbata). Il 19% degli intervistati è stato testimone di episodi di cyberbullismo nell’ultimo anno, quelli che in gergo si chiamano i ‘by-standers’.

Il pericolo dei contenuti NUCG

Il rischio più diffuso si conferma l’esposizione a contenuti user generated negativi (NUGC). Ne sono incappati il 51% dei ragazzi di 11-17 anni. I ragazzi hanno visto: immagini violente o cruente (come persone che fanno del male a altre persone o a animali) (36%); siti o discussioni che promuovono il razzismo e la discriminazione di certi gruppi perché hanno un colore della pelle diverso o una diversa nazionalità, religione, o orientamento sessuale (33%); siti dove si discute di auto-lesionismo (22%) o di anoressia e bulimia (21%).

Come rispondere ai pericoli

Di fronte a brutte esperienze o a contenuti ritenuti negativi, il 35% dei ragazzi intervistati adotta risposte passive, o ignorando il problema o sperando che si risolva da solo. Nel 25% dei casi non parlano con nessuno delle esperienze su Internet che li hanno turbati o fatti sentire a disagio, nel 27% dei casi risolvono il problema chiudendo semplicemente la pagina web o l’app che stanno leggendo/utilizzando. Il 22% ha risposto bloccando un contatto sui social network. Solo il 2% ha segnalato contenuti o contatti inappropriati ai gestori delle piattaforme. Ma con chi si affrontano i problemi riscontrati in Rete? I teenager si rivolgono agli amici (47%) e in percentuale minore ai loro genitori (38%).

Saldi, ecco le dieci regole antifregatura

Sono iniziati i saldi con la svendita dei capi invernali e proseguiranno per alcune settimane. Prima di mettersi a caccia dell’affare d’oro, però, vale la pena prestate attenzione ad alcuni semplici accorgimenti che consentono di evitare brutte fregature e soprattutto pesanti delusioni. Anche quest’anno, infatti, il Codacons – l’associazione a tutela dei consumatori – ha stilato un vero e proprio decalogo per fare shopping sì con lo sconto, ma in assoluta sicurezza.

1 Conservare lo scontrino

Non è vero che i capi in svendita non si possono cambiare. Il negoziante è obbligato a sostituire l’articolo difettoso anche se dichiara che i capi in saldo non si possono cambiare. Se il cambio non è possibile, ad esempio perché il prodotto è finito, il cliente ha diritto alla restituzione dei soldi. Per denunciare l’eventuale difetto si hanno due mesi di tempo.

2 Vendite “vere” e non fondi di magazzino

Con i saldi i negozianti devono effettuare realmente vendite di fine stagione e non dare fondo agli avanzi in magazzino.

3 Più si gira più si si guadagna…

Certo, ci vuole un po’ di tempo… Ma esplorando i vari negozi, ed eventualmente verificando i prezzi degli stessi articoli proposti da diversi punti vendita, è possibile accaparrarsi le occasioni migliori.

4 Idee chiare

Converrebbe farsi una lista di quello che occorre realmente acquistare. Altrimenti si rischia di essere influenzabili e di tornare a casa colmi di cose delle quali non si ha alcun bisogno. Vale anche la pena controllare le etichette così da verificare la qualità e la composizione dei prodotti.

5 Supersconto? Chissà…

Quando lo sconto supera il 50%, avverte il Codacons, spesso si tratta di merce non proprio nuova. Oppure c’è anche l’ipotesi che il negoziante gonfi il prezzo originario così da poter fare dei tagli tanto sostanziosi.

6 La fiducia paga

Se si può, conviene affidarsi ai negozi di fiducia. Oppure puntare alla merce della quale si conosce già il prezzo o la qualità in modo da poter valutare liberamente la convenienza dell’acquisto.

7 La vetrina deve essere…. una vetrina

Il Codacons suggerisce di non acquistare nei negozi che non espongono il cartellino che indica il vecchio prezzo, quello nuovo ed il valore percentuale dello sconto applicato. Diffidare delle vetrine coperte da manifesti che non consentono di vedere la merce all’interno.

8 Provare prima di comprare

Anche se non c’è l’obbligo della prova dei capi, che è a discrezione del negoziante, vale la pena optare per i punti vendita che consentono la prova.

9 Pagamenti

Nei negozi che espongono in vetrina l’adesivo della carta di credito o del bancomat, il commerciante è obbligato ad accettare queste forme di pagamento anche per i saldi, senza oneri aggiuntivi.

10 Sospetto fregatura?

Nel dubbio, rivolgetevi al Codacons o ai Vigili Urbani.

 

Cosa succede alle caselle mail dopo la nostra morte? Il caso americano

L’argomento è macabro, siamo d’accordo. Ma è di stretta attualità in un’epoca in cui tutto scorre velocemente, non abbiamo tempo di pensare quasi a nulla che non sia l’immediato e soprattutto molto di quello che riguarda la nostra vita è anche nel mondo virtuale. Ecco perché la domanda “cosa succede alle nostre mail dopo la morte?” non è poi così balzana o inopportuna come potrebbe sembrare. Se lo è chiesta anche la scrittrice-avvocato Ephrat Livni in un articolo pubblicato da Quartz, testata specializzata in new economy, riporta Askanews. Le nostre mail, si interroga l’autrice, potranno essere lette dai familiari? Saranno accessibili a una persona scelta da noi quando eravamo in vita?

Il caso che ha fatto nascere il quesito

Negli Stati Uniti c’è un caso che ha fatto molto discutere e che ancora sta tenendo banco. Si tratta di una vicenda risalente all’ormai lontano 2009, dopo la morte improvvisa di Robert Ajemian, scomparso a 43 anni in un incidente in bicicletta. Siccome il defunto non aveva lasciato un testamento, i fratelli erano stati nominati per legge amministratori del patrimonio.

Le chiavi per accedere ai conti nascoste nelle mail

Per la gestione e la divisione delle proprietà del fratello morto, gli eredi avevano la necessità di accedere alle mail di un account Yahoo. La società ha però negato l’accesso, sostenendo che si sarebbe trattato di una doppia violazione: quella delle misure per proteggere la privacy contenute nello ‘Stored Communications Act’ (SCA, 21 ottobre 1986) e anche quella dei termini di servizio dell’azienda.

La sentenza dei giudici

Il caso è arrivato davanti al tribunale. I giudici si sono espressi: pur ribadendo che la riservatezza vada sempre mantenuta come principio, esiste però anche un interesse pubblico che può giustificare l’accesso alle mail. E’ appunto il caso di un defunto che non lascia testamento o volontà espresse in merito ai suoi averi. La Corte d’Appello del Massachusetts dello scorso 16 ottobre ha quindi deciso che l’esecutore testamentario può entrare nella posta elettronica del defunto per cercare di capire le sue volontà.

Violazione dei termini di servizio?

La questione, decisamente delicata, non si è però esaurita con questa sentenza. Resta ancora sul tavolo la violazione dei termini di servizio: Yahoo avrebbe il diritto di respingere una richiesta di accesso. In questo caso, servirà l’intervento di un tribunale ordinario per decidere come muoversi. Quello che accadrà potrebbe fare giurisprudenza anche per il futuro e diventare la “strada” per casi analoghi.

Chilogrammo, ampere & Co: le “vecchie” misure vanno in pensione

Dimenticate quello che abbiamo imparato sui libri di scuola, a cominciare dall’Abc delle misure. Perché anche quelle classiche che più classiche non si può, come il chilogrammo usato normalmente nella vita quotidiana a partire dalla cucina, invecchiano. E quindi vanno sostituite. La notizia, così come è, sembra incredibile, ma per gli addetti ai lavori era nell’aria già da tempo. E ora c’è anche una data: il sistema delle unità di misura che abbiamo utilizzato fino a oggi dovrebbe andare in pensione a maggio 2019.

Misure revolution

La rivoluzione in atto riguarda diverse misure fondamentali, e non riguarda solo il “solito” chilogrammo, comunque destinato a un totale restyling. Sono obbligati ad evolversi anche l’ampere, che misura la corrente elettrica, il kelvin che definisce la temperatura, e la mole che conta le molecole e gli atomi presenti in una sostanza. Il loro pensionamento, almeno nella forma in cui li abbiamo conosciuti finora, viene deciso nella conferenza dell’Istituto Internazionale Pesi e Misure.

Addio definizione astratte

Obiettivo di questo cambiamento epocale è avviarne la ridefinizione sulla base di costanti della fisica, anziché di definizioni astratte. Occorre “rimpiazzare gli attuali sistemi che definiscono le quattro unità con costanti fisiche universali e riproducibili da tutti, in modo da rendere accessibile la misurazione precisa ai laboratori di tutto il mondo, con ricadute non solo per la ricerca, ma anche per l’industria” spiegano gli esperti. Alla riunione partecipa anche il direttore scientifico Maria Luisa Rastello, dell’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica (Inrim). Questo è l’incontro preliminare prima della Conferenza generale sui pesi e le misure prevista nel corso di novembre 2018. Le nuove definizioni, invece, saranno rese note a maggio 2018.

La più grande ridefinizione degli ultimi 60 anni

Il sistema internazionale delle unità di misura risale a circa 60 anni fa, e da allora questa sarà la più grande ridefinizione mai effettuata. ”E’ importante perché alcune definizioni, in particolare quella del chilogrammo, sono basate su artefatti materiali, anziché su costanti fisiche, e questi non sono affidabili su scale di tempo molto lunghe” ha dichiarato all’Ansa Giovanni Mana, dell’Inrim, che ha contribuito alla ridefinizione del chilogrammo. Per esempio, ha precisato lo scienziato, ”è stato visto che le copie del cilindro di platino iridio conservato nell’Ufficio Internazionale dei Pesi e delle Misure di Parigi (considerato lo standard per impostare le misure che indicano il peso), non pesano più un chilogrammo ma un po’ di più, e questo non permette di replicare misure fatte 100 anni fa”.