Archivio Autore: Silvano Sonnecchia

Il ruolo del leader cambia, l’Industria 4.0 richiede innovazione e sostenibilità

La Quarta Rivoluzione Industriale è realtà, la tecnologia sta trasformando tutti gli ambiti dell’esistenza e tutti settori industriali, modificando le relazioni sociali, il modo di apprendere così come gran parte delle professioni. Secondo l’International Business Report (IBR) di Grant Thornton del 2019, la ricerca globale effettuata sui dirigenti di imprese del mid-market, l’avanzamento del mondo digitale sarà il fattore di cambiamento delle realtà aziendali più influente nel prossimo futuro. Lo confermano il 42% degli intervistati, mentre per il 40% saranno l’AI e i big data, e per il 35%, il cambiamento maggiore avverrà per un maggior utilizzo dell’automazione e della robotica. I leader del futuro dovranno quindi riformulare i propri modelli di business, e dotarsi di nuove competenze coerenti con l’utilizzo degli strumenti “intelligenti”.

Adattamento e flessibilità, i punti chiave del successo

Intelligenza artificiale, machine learning, Internet of Things e infrastrutture cloud diventeranno di uso comune, richiedendo ai leader di impresa un riassortimento dei propri team per favorire una cultura aziendale più flessibile e aperta alle novità. Secondo i dati dell’IBR, il 20% dei dirigenti globali nel mid-market crede che la capacità di essere innovativi sarà la caratteristica più importante per i leader d’impresa nel 2030, mentre il 16% ritiene che lo sia già oggi. Allo stesso tempo, il 18% sostiene che sapersi adattare al cambiamento sarà essenziale in futuro. Innovazione, adattamento e flessibilità saranno quindi i punti chiave delle strategie di successo, ma il vero vantaggio competitivo delle imprese 4.0 saranno sempre le persone.

Eterogeneità, diversità e inclusione, le carte vincenti del team di domani

Insieme alle numerose competenze richieste i leader dovranno formare i propri team, rendendoli il più possibile pronti ad affrontare le sfide del cambiamento e a raccogliere le opportunità che deriveranno da nuovi stimoli. Una visione chiara e una direzione condivisa resteranno le carte vincenti per la leadership di domani, che dovrà impegnarsi a diffondere una cultura partecipativa, sperimentando soluzioni diverse e a volte rischiose. Insomma, riporta Askanews, la vera forza dei team del futuro risiederà nell’eterogeneità dei gruppi, nella diversità e nell’inclusione.

Nuovi valori sociali e aziendali cambiano il modo di fare impresa

Per Gabriele Labombarda, Partner e IBC Director di Bernoni Grant Thornton, “La curiosità e la capacità di adattamento sono le doti che oggi non possono mancare in un leader: il successo sarà il risultato della tensione al cambiamento e della propensione a innovare”. Non sono però da sottovalutare altri elementi in gioco, come le aspettative in merito alle buone pratiche etiche e di sostenibilità ambientale in relazione ai 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda ONU 2030. “Variabili che stanno stimolando un complessivo cambiamento dei valori sociali e aziendali e del modo di fare impresa”, commenta Michele Milano, Vicepresidente e Partner di Ria Grant Thornton.

Insomma, i leader di domani dovranno riuscire a destreggiarsi tra due forze contrapposte, l’avanzamento tecnologico e il potenziamento delle capacità umane, identificando le combinazioni vincenti e promuovendo soluzioni di business sostenibili e innovative.

Aprire un’impresa a cinquant’anni: a Milano, Monza e Lodi è un’attività quotidiana

I cinquant’anni sono i nuovi trenta. Potrebbe essere questo lo slogan della Camera di Commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi: già, perché in Lombardia sono aumentate in modo significativo le imprese guidate da persone che hanno già un mezzo secolo di vita sulle spalle. Quest’anno, di media, sono state 140 iscrizioni al giorno in Italia, 22 in Lombardia, 7 a Milano per le attività fondate da cinquantenni. In cinque anni, si tratta di un aumento dell’8% a livello nazionale, del 13% in Lombardia e del 21% a Milano. Le tipologie di attività che aumentano maggiormente sono quelle di consulenza aziendale e direzionale, le agenzie di viaggio, i servizi immobiliari, gli alberghi e i sevizi alla persona. Solo nei primi tre mesi del 2019 ci sono state 12 mila iscrizioni di ultra cinquantenni, alle Camere di Commercio.

La fotografia dell’imprenditoria senior

I dati sono il frutto di un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati registro imprese relativi alle ditte individuali al primo trimestre 2019, 2018 e 2014. Crescono in cinque anni, +8% in Italia dove sono 855 mila le imprese con titolare cinquantenne, +13% in Lombardia con 26 mila imprese, +21% a Milano con 37 mila imprese. Milano è tra le prime a crescere in Italia, dopo Napoli con 33 mila imprese, +24%, Prato con 4 mila, +23%. Seguono Monza con 10 mila, +20%, Savona con 5 mila, + 16%, Trieste con 3 mila, +14%, Varese con 9 mila, + 14%. Afferma Beatrice Zanolini, consigliere della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi: “Le imprese mostrano una crescita nella fascia d’età tra i cinquanta e i sessanta anni negli ultimi cinque anni. Un dato che riguarda in particolare Milano e la Lombardia e le donne più degli uomini. Si nota una presenza crescente, indirizzata verso professioni che richiedono una certa esperienza come quelle manageriali e anche nel settore immobiliare, insieme ai comparti più legati al turismo come ospitalità e ristorazione”.

I numeri della Lombardia

In Lombardia tra le prime per iscrizioni, dopo Milano con 622 in tre mesi, ci sono con 3 imprese al giorno a Brescia con 248 iscritte (17 mila in totale, + 8% i cinque anni) e Bergamo con 225 (14 mila, + 12%). Tra le prime lombarde per crescita anche Como con 7 mila imprese, +12%, Lecco con 4 mila, +12%, Lodi con 3 mila, + 12%. Il fenomeno riguarda in gran parte donne e stranieri. Sono 216 mila le cinquantenni italiane titolari d’impresa, +9% in cinque anni. Di queste 27 mila sono lombarde, +17% e 8 mila milanesi, +23%. A Monza crescono del 26% con quasi 2 mila imprese. Gli stranieri cinquantenni controllano 101 mila ditte nel Paese, +48%, di cui 18 mila in Lombardia +58%, e 8 mila a Milano, + 70%. In Lombardia forte crescita anche a Monza, +83% con oltre mille imprese e a Lecco con 337 imprese, + 67%.

Gli ambiti di azione

Analizzando questo trend, risultano particolarmente attivi i settori del supporto per le funzioni d’ufficio con 1648 imprese in Lombardia, + 69% su 8 mila in Italia, +58%, di cui 621 concentrate a Milano, +76%. Ci sono poi le attività di direzione aziendale e consulenza direzionale con 935 imprese su oltre 3 mila in Italia di cui 415 a Milano e un aumento intorno al +50% per tutti. Crescita analoga per le agenzie di viaggio, 65 quelle a Milano di cinquantenni su 192 in Lombardia e 1.452 in Italia, ma anche per la produzione di software con 831 imprese in regione, circa la metà a Milano, su 4 mila in Italia e per gli alberghi con 413 imprese di cinquantenni, di cui 80 a Milano, su 5 mila in Italia. Intorno al 30% la crescita nei servizi alla persona con 7 mila imprese in regione su 40 mila in Italia di cui 2 mila a Milano. Aumenta soprattutto a Milano la presenza di imprenditori cinquantenni nelle imprese di attività immobiliari, +40% con 721 operatori su quasi 2 mila in Lombardia e 9 mila in Italia. Principali settori per numero di ditte con titolare cinquantenne al 2019 sono le costruzioni con 22 mila imprese in regione su 114 mila in Italia (19%), di cui 6 mila a Milano, commercio con 18 mila su 155 mila (11%), di cui 6 mila a Milano, agricoltura con 8 mila su 146 mila (6%), servizi alla persona con 7 mila su 41 mila (18%), ristorazione con 6 mila su 42 mila (15%), trasporto con 6 mila su 28 mila (21%), di cui 3 mila a Milano.

Internet da rete fissa, cambiando provider si risparmia? Pare di sì

L’infedeltà paga? Nel mercato dei provider per la connessione domestica, Adsl o fibra, parrebbe proprio di sì. O meglio, nei primi mesi del 2019 è tornata a crescere la convenienza per chi decide di cambiare la propria tariffa per internet fisso vecchia di almeno 2 anni. A decretarlo è un recente studio condotto da SosTariffe.it che ha comparato le migliori offerte Adsl e fibra ottica.

Un buon momento per cambiare provider

L’osservatorio rivela che passare a un’altra compagnia, rispetto a quella che si ha, e attivare un nuovo contratto per navigare da casa, può comportare a un risparmio fino a 100 euro nel corso del primo anno di attivazione. Sia per l’Adsl sia per la fibra, le cui disparità di prezzo sono davvero minime. L’evoluzione della convenienza messa in luce dalla ricerca è particolarmente favorevole a inizio 2019.

L’evoluzione dei prezzi

Ad aprile 2018 una famiglia con un contratto internet da rete fissa sottoscritto 48 mesi prima spendeva almeno 30,74 euro al mese. Questo costo base nei mesi successivi è rimasto più o meno stabile, viceversa hanno subito variazioni i prezzi promozionali, riservate a chi cambia provider. Ad aprile 2018 infatti, volendo passare a un’offerta, tra quelle proposte dei principali provider, la famiglia presa in considerazione avrebbe speso 22,57 euro, con un risparmio nel primo anno di attivazione pari a 81,70 euro. A maggio del 2018, il passaggio a un’altra compagnia è diventato ancora più conveniente. Si passava infatti da un costo medio di 30,20 euro a promozioni che in media si aggiravano intorno ai 21,38 euro. Questo significa che chi ha cambiato operatore a maggio 2018 il primo anno successivo all’attivazione ha risparmiato 85,20 euro. A giugno il costo standard di internet da rete fissa era in media 29,21 euro, mentre approfittando delle offerte proposte al momento, si poteva spenderne 21,61 (mettendo da parte circa 80,56 euro durante il primo anno). Durante la scorsa estate la convenienza del passaggio è cresciuta in modo significativo. Gli utenti che a luglio spendevano in media 30,21 euro al mese con il proprio provider storico, hanno goduto di offerte estive che si aggiravano intorno ai 21,72 euro (risparmiando 89,15 euro il primo anno). Il vero boom dei prezzi si è registrato ad agosto: chi era già cliente di una compagnia da quattro anni spendeva ogni mese circa 29,91 euro. I costi promozionali ad agosto 2018 sono scesi in media a 20,20 euro, consentendo ai clienti di risparmiare 96,32 euro il primo anno.

Le ragioni della convenienza

Tra le ragioni che hanno portato a queste oscillazioni, e ai relativi vantaggi per gli utenti, in primo luogo c’è la tariffazione. Le bollette, che prima erano emesse ogni quattro settimane, sono tornate a essere mensili. Nel frattempo, il primo dicembre 2018, è venuto meno l’obbligo del modem imposto dagli operatori. Il modem libero, per Adsl e fibra ottica, è diventato un diritto per tutti gli utenti, grazie a una delibera Agcom. Inoltre si sono moltiplicate le promozioni che ora prevedono sconti fissi “per sempre”.

Stop in autunno, ripresa dei vantaggi in inverno

Sempre nel 2018, nei mesi autunnali e all’inizio dell’inverno la convenienza del cambio di compagnia ha subito una battuta d’arresto. Il nuovo anno, invece, si è aperto all’insegna di ottime promozioni. Tra dicembre 2018 e gennaio 2019 infatti, il risparmio è quasi raddoppiato. E a distanza di alcuni mesi lo stato dei prezzi continua a mantenersi molto favorevole per chi cambia compagnia. Il picco massimo della convenienza si è registrato a febbraio 2019 con un costo standard di internet da rete fissa di 34,88 euro, e promozioni proposte dai principali provider al costo medio di 26,67 euro per un totale di 99,42 euro risparmiato il primo anno. A marzo, poi, il costo standard fuori promozione è sceso a 33,94 euro. Ma le offerte in media offrivano canoni a 26,84 euro, con la possibilità di accantonare 79,73 euro in un anno. Un trend positivo che si è confermato ad aprile, con il passaggio da un costo standard di 31,94 euro a un costo medio proporzionale di 25,81 euro e 78,46 euro di risparmio.

In Italia fra 15 anni 14mila medici e dentisti in meno

Tra 15 anni alla sanità pubblica italiana mancheranno 14mila camici bianchi. Dei 56mila medici su cui può contare il Servizio Sanitario Nazionale ne saranno rimpiazzati infatti solo il 75%, cioè 42mila.

Secondo le proiezioni effettuate sui dati del Conto annuale della Ragioneria dello Stato, gli accessi ai corsi di laurea in medicina e alle scuole di specializzazione sono del tutto insufficienti per compensare questa continua diminuzione di medici e odontoiatri. Che in futuro saranno sempre meno numerosi, e sempre più anziani.

Il nuovo allarme arriva dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, che opera all’interno di Vithali, spin off dell’Università Cattolica di Roma.

Un’uscita non compensata da un pari numero di ingressi nella professione

Dal 2013 al 2016 la quota di medici ultrasessantenni è aumentata di quasi il 10%. Questo significa che, al netto di quota 100, nel corso del prossimo quindicennio il numero di uscite non saranno compensate da un pari numero di ingressi nella professione. Per rimpiazzarli sarebbero necessarie 13.500 immatricolazioni ai corsi di laurea in medicina ogni anno, e 11mila posti di specializzazione ogni anno. Ma a oggi questi numeri sono pari  rispettivamente a 9.700 e 6.000. Di conseguenza, riporta Ansa, secondo le proiezioni i nuovi specializzati saranno circa 42mila in 15 anni, ovvero 14mila in meno rispetto ai 56mila che usciranno per pensionamento.

Dai 108.271 medici e odontoiatri del 2013 ai 105.093 nel 2016
Questa dinamica ha interessato anche i medici e gli odontoiatri del SSN, il cui numero si è ridotto in modo costante tra il 2013 e il 2016, passando da 108.271 unità nel 2013 a 105.093 unità nel 2016 (-2,9%). Il medesimo trend si riscontra in maniera più accentuata se si rapporta il numero di medici e odontoiatri del SSN alla popolazione, riporta il Sole 24 Ore. Infatti, in questo caso la riduzione del numero di unità è del 4,3%. La dotazione minore di medici si riscontra nel Lazio, Molise e Lombardia, le quali hanno 1,3 e 1,4 medici ogni 1.000 abitanti, mentre a livello nazionale si attesta a 1,7 per 1.000.

Il progressivo invecchiamento del personale medico

“Questo scenario, determinatosi nel corso di anni in cui non è stata fatta una programmazione adeguata da parte delle autorità competenti, rischia di compromettere le basi portanti del Sistema Sanitario Nazionale”, afferma il professor Walter Ricciardi, direttore dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane. Secondo l’Osservatorio, inoltre, la riduzione del personale medico è assai preoccupante in quanto si accompagna a un progressivo invecchiamento dei professionisti. Nel 2016 quasi il 52% del personale medico aveva oltre 55 anni, una quota pari al 61% tra gli uomini e al 38% tra le donne. Tra i 50 e i 59 anni la quota dei medici si attestava invece al 41%. E tra i 40 e i 49 anni a circa il 23%.

Famiglie più povere, cala il reddito disponibile, cresce la spesa per i consumi

Lo scrive l’Istat nel dossier dal titolo “Conto trimestrale delle Amministrazioni pubbliche, reddito e risparmio delle famiglie e profitti delle società”: le famiglie italiane sono diventate più povere. Nel quarto trimestre del 2018, spiega l’Istituto di statistica, “il reddito disponibile delle famiglie consumatrici ha subito una nuova diminuzione, riportandosi sostanzialmente sul livello registrato all’inizio dell’anno”. In particolare, rispetto al trimestre precedente, il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è diminuito dello 0,2% in termini nominali, e dello 0,5% in termini reali.

La propensione al risparmio subisce una flessione di 0,6 punti percentuali

Secondo l’Istat le famiglie italiane “hanno tuttavia mantenuto una dinamica espansiva dei consumi, alimentata da una nuova diminuzione della propensione al risparmio, scesa a un livello vicino al minimo registrato un anno e mezzo prima”.

Sempre nel quarto trimestre 2018 la spesa per consumi finali delle famiglie è aumentata dello 0,5% in termini nominali, facendo derivare una flessione di 0,6 punti percentuali della propensione al risparmio, scesa al 7,6% rispetto all’8,2% rilevata nel terzo trimestre.

Conti pubblici: l’indebitamento netto delle PA rispetto al Pil è pari al 2%

Sul fronte dei conti pubblici, riporta Askanews, l’Istat ha rilevato che nel corso di tutto il 2018 l’indebitamento netto delle Pubbliche Amministrazioni si è attestato al 2,1 % rispetto al Pil, e il debito, sempre rispetto al Pil, al 132,1%.

Nel quarto trimestre 2018 l’indebitamento netto delle Pubbliche Amministrazioni in rapporto al Pil è stato pari al 2,0%, rispetto all’1,9% rilevato nello stesso trimestre del 2017.

Sempre nel quarto trimestre 2018, il saldo primario delle PA, ovvero l’indebitamento al netto degli interessi passivi, è risultato positivo, con un’incidenza sul Pil dell’1,7% (1,9% nel quarto trimestre del 2017).

Pressione fiscale al 48,8%, un aumento dello 0,2% sul quarto trimestre 2017

In aumento, aggiunge ancora l’Istat, la pressione fiscale, che nel quarto trimestre risulta pari al 48,8%, con un aumento di 0,2 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel corso del 2018, invece, la pressione fiscale si è attestata al 42,1% del Pil, in riduzione di 0,1 punti percentuali rispetto ai 42,2 del 2017. Per quanto riguarda la quota dei profitti sul valore aggiunto delle società non finanziarie (pari al 41,4%), secondo l’Istat questa risulta aumentata di 0,3 punti percentuali rispetto al trimestre precedente, mentre il tasso di investimento delle stesse società (pari al 21,9%), è aumentato di 0,1 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.

Brand reputation, Ferrero, Pirelli, Armani, Barilla e Lavazza al top

Quali sono i cinque ambasciatori della reputazione dell’Italia nel mondo? Ferrero, Pirelli, Giorgio Armani, Barilla e Lavazza. In particolare, Ferrero, con il 19° posto, si conferma l’azienda italiana più reputata al mondo, e la prima, a livello globale, nel settore alimentare. Nel settore del Food and Beverage ottimi risultati anche per Barilla, al 31° posto, e per Lavazza, 38°, un balzo di 11 posizioni rispetto all’anno passato. In pratica, nella categoria delle imprese alimentari, tre delle prime quattro al mondo sono aziende italiane.

La Global RepTrak 100, una fotografia mondiale sulla reputazione

Completano la squadra italiana Pirelli e Armani, rispettivamente al 23° e 24°posto della Global RepTrak 100 del 2019, la classifica annuale delle aziende più reputate al mondo, stilata da Reputation Institute, società per la misurazione e gestione della reputazione aziendale.

Basata su oltre 230mila valutazioni individuali raccolte a gennaio 2019, la Global RepTrak 100 rappresenta la fotografia più aggiornata al mondo sulla reputazione di circa 10mila aziende. La classifica viene misurata in 15 mercati, e include valutazioni comparative, tendenze per target, e approfondimenti sui trend di mercato.

La top ten del 2019

Per quanto riguarda la top ten internazionale del Reputation Institute Global RepTrak 100 del 2019 sul podio, al 1° posto si piazza Rolex, al 2° LEGO Group e al 3° The Walt Disney Company. Alle tre aziende con la miglior brand repution, seguono al 4° Adidas, al 5° Microsoft, al 6° Sony, al 7° Canon. all’8° Michelin, al 9° Netflix e al 10° Bosch.

La Global RepTrak 100, riferisce Askanews, mette in evidenza non solo il legame delle aziende con i loro stakeholder, ma l’impatto che il valore reputazionale ha sul business, poiché si tratta di uno dei valori principali al quale i consumatori fanno riferimento quando scelgono di comprare un prodotto, raccomandare un brand, investire o lavorare per un’azienda.

“Il 52% degli utenti nutre dubbi sulle buone intenzioni delle società”

Sapere cosa alimenta la fiducia dei consumatori identificandone i comportamenti che guidano le intenzioni di acquisto è un’attività strettamente legata al business di un’azienda. E i risultati di quest’anno, si legge su Il Giornale, mostrano un miglioramento rispetto al 2018, anno in cui è esplosa la bolla della reputazione. “Il 52% degli utenti nutre dubbi sulle buone intenzioni di tutte le società – spiega Michele Tesoro-Tess, executive vice president di Reputation Institute per l’Italia e la Svizzera -. Questo gap offre però la grande opportunità di creare e fornire garanzie sulla propria reputazione che, nel tempo, può convertire gli indecisi, sempre meno propensi a dare il beneficio del dubbio alle aziende”.

Il prossimo appuntamento è per lunedì 15 aprile, in Borsa Italiana, con i Reputation Awards, per conoscere gli ultimi trend in ambito reputazione, e scoprire le aziende più reputate in Italia nel 2019.

Spreco alimentare, i prodotti “sottozero” si gettano meno

Sprecare significa non solo non poter garantire cibo sufficiente per tutti, ma anche perdere risorse preziose utilizzate nella produzione, come terreno fertile, acqua, energia, concimazioni. Gli sprechi alimentari a livello domestico si verificano quotidianamente, e in Italia nell’ultimo anno hanno pesato per oltre 8,5 miliardi di euro, pari allo 0,6% del nostro Pil. Fra ciò che rimane nel piatto e ciò che finisce direttamente dal frigo alla pattumiera ogni italiano getta poco meno di 1 etto di cibo al giorno. Consumare prodotti surgelati potrebbe però contribuire ad abbattere lo spreco del 47%. E i vantaggi che derivano dall’uso di questi prodotti in cucina li rende alleati dei comportamenti sostenibili.

“Non solo una perdita economica per il consumatore, ma anche un tema sociale”

“Lo spreco alimentare – commenta Vittorio Gagliardi, Presidente IIAS, Istituto Italiano Alimenti Surgelati – non è soltanto una perdita economica per il consumatore, ma anche un tema sociale, visto che con quanto si spreca si potrebbe sfamare un terzo della popolazione mondiale”. Tanto che il 92% degli italiani dichiara di sentirsi in colpa buttando il cibo ancora buono, e 4 consumatori su 10 affermano di aver ridotto negli ultimi due anni lo spreco domestico. Eppure, è proprio nelle nostre case che la maggior parte del cibo acquistato finisce direttamente dalla tavola al cassonetto (oltre il 50% dello spreco totale), perché cucinato in quantità eccessiva o non consumato entro la data di scadenza nel 46% dei casi.

A cena si getta più cibo

Il momento in cui si getta più cibo è la cena, tra verdure (19,4 grammi pro-capite/giorno, 7,1 kg/anno), latte e latticini (13,16 grammi/giorno, 4,8 kg/anno), frutta (12,24 grammi/giorno, 4,5 kg/anno) e prodotti da forno (8,8 grammi/giorno, 3,2 kg/anno).

In nostro aiuto possono però arrivare i prodotti surgelati, che rendono utilizzabili i cibi nella quantità realmente necessaria. I dati diffusi da IIAS sul consumo di surgelati in Italia confermano che quasi 1 italiano su 2 li porta in tavola almeno una volta a settimana, con un consumo pro-capite di quasi 14 Kg annui.

Usare solo quello che mangiamo davvero senza buttare nulla

Tra i cibi meno sprecati risultano infatti proprio i surgelati, solo il 2,5%, mentre fra quelli più gettati i prodotti a breve scadenza, che arrivano fino al 63%. Un dato positivo, quello dei surgelati, che conferma una delle loro principali caratteristiche: permettono di usare solo quello che mangiamo davvero, senza buttare nulla.

Ma il sostegno che i prodotti surgelati offrono alla lotta allo spreco inizia ancor prima di arrivare a tavola, utilizzando in maniera ottimale le materie prime pronte per l’uso in cucina. Attraverso la surgelazione inoltre è possibile massimizzare la resa produttiva, contenere gli sprechi che avvengono durante tutta la filiera e ridurre le emissioni di inquinanti nell’atmosfera.

Nel 2018 prezzi più alti per le famiglie meno abbienti

Nel 2018 i rincari dei prezzi al consumo hanno colpito soprattutto le famiglie meno abbienti. Secondo un’analisi dell’Istat sull’indice Ipca, per il 20% delle famiglie con una minore capacità di spesa l’inflazione, nella media dell’anno, ha segnato un’accelerazione dell’1,5% rispetto al 2017 (1,4%). Per il 20% delle famiglie più abbienti invece l’inflazione è scesa all’1,1%, rispetto all’1,3% del 2017, ampliando quindi di 3 decimi di punto percentuale il differenziale inflazionistico tra i due gruppi.

L’Istat ha confermato poi le stime preliminari sull’inflazione: durante il 2018 i prezzi al consumo sono cresciuti dell’1,2%, replicando la dinamica annua del 2017.

L’inflazione a dicembre 2018 scende all’1,1% 

Sempre secondo l’Istat l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, è stabile a +0,7%. Il tasso di inflazione a dicembre 2018 è sceso invece all’1,1%, in rallentamento rispetto all’1,6% di novembre. Nel mese di dicembre inoltre l’istituto stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, diminuisca dello 0,1% rispetto al mese precedente.

L’Istat ha inoltre rivisto al ribasso le stime sull’andamento dei prezzi del cosiddetto carrello della spesa. Per i prodotti di largo consumo la crescita dei prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona da +0,9% di novembre è stata portata a +0,7%, mentre la stima preliminare era +0,8%.

Per l’Unione consumatori “la recessione è dietro l’angolo”

Dai dati Istat risulta che nell’intero anno i rincari medi per i prodotti di largo consumo sono dell’1,2%, in linea con il tasso di inflazione generale del 2018, e in frenata rispetto al +1,5% del 2017. Ma per l’Unione consumatori, riporta Ansa, dal 2007 a oggi si è perso il 37,1% di fatturato. L’Unione nazionale consumatori boccia infatti come “negativi” i dati Istat sul fatturato e gli ordinativi dell’industria a novembre 2018, e parla di “recessione ormai dietro l’angolo”.

“Per tornare ai valori pre-crisi serviranno secoli”

Secondo uno studio dell’associazione, se si confrontano i dati dei primi 11 mesi del 2018 con quelli medi del periodo pre-crisi del 2007, il fatturato totale è sceso appunto del 37,1%, e quello interno è crollato del 43,6%. Gli ordinativi totali sono calati in 11 anni del 31,6% e quelli interni del 40,6%.

“Il campanello d’allarme suona per il mercato interno: rispetto a un anno fa, il fatturato scende dello 0,4% e gli ordinativi precipitano del 4,4%”, afferma il presidente dell’Unc, Massimiliano Dona, commentando i dati di novembre. Secondo Dona “Per tornare ai valori pre-crisi serviranno secoli, visto che il Paese peggiora invece di migliorare”.

Mangiare fuori, i trend del 2019

Spostamento dell’attenzione dal gusto all’estetica, superfood, ricette Free-from, ristoranti From the farm to the table, o a tema: come sarà andare a mangiare fuori nel 2019?

Il report Mangiare fuori nel 2019, condotto da TheFork, la piattaforma per la prenotazione di ristoranti in Europa, e Doxa, evidenzia le 7 tendenze per il 2019 nel settore della ristorazione a livello globale. E la prima non poteva non riguardare il mondo dei social.

L’uso massivo di piattaforme come Instagram e Facebook, e il crescente interesse per i piatti fotogenici, porta infatti i ristoranti a creare piatti e bevande per sorprendere i clienti, soprattutto i Millennial, e fa comparire glitter eduli in cocktail e pizze, o dessert in cui si possono iniettare direttamente aromi, gli Injectable Flavors.

La tecnologia migliora l’efficienza dei ristoranti e la conoscenza dei clienti

Dai droni nel delivery ai menu AR iperrealistici fino al check-out basato su app, i ristoranti integrano sempre più soluzioni tecnologiche al servizio. In alcuni casi la tecnologia diventa parte dell’esperienza, come Robot.He, il ristorante di pesce fresco “robotico”, con nastri trasportatori, un braccio robotico e carrelli mobili guidati dal sistema software che utilizza codici QR inviati dal cliente.

E nascono anche app che aiutano a identificare gli ingredienti con cui non si ha familiarità, o a creare menu personalizzati. Come Vita Mojo, una catena di ristoranti con sede a Londra, che propone pasti adatti al codice genetico dei clienti.

From the farm to the table e Free-from extreme

I consumatori richiedono sempre più trasparenza in termini di approvvigionamento, origini alimentari, metodi di coltivazione e trasformazione. E più enfasi sul commercio equo, la diversità, e l’impatto ambientale. Da questa tendenza emergono nuovi concept di ristorazione, come le imprese con la propria produzione (from the farm to the table) o ristoranti che creano menu con gli avanzi.

I regimi alimentari basati sui soli vegetali poi influenzano le politiche dei ristoranti nella direzione di una strategia a rifiuti zero e una maggiore sostenibilità. Alcuni già espandono l’offerta per esigenze alimentari specifiche, e con la crescita del veganesimo si iniziano a introdurre nei menu più offerte free-from (lactose free, gluten free ecc.).

Superfood ed esperienze gastronomiche coinvolgenti

Dalla semplice introduzione di ingredienti sani nelle ricette nel 2019 si passerà all’introduzione di veri e propri ingredienti funzionali, i superfood, che dimostrano cioè di avere effetti positivi su una o più funzioni dell’organismo.

I nuovi formati che già seguono questa tendenza sono i ristoranti olistici, i caffè specifici per dieta e i ristoranti sani e chic.

Quando si mangia fuori però, oltre a un buon pasto, si cerca un’esperienza gastronomica coinvolgente. Da qui nascono diversi format, dall’esperienza culinaria multisensoriale ai ristoranti pop-up permanenti (spazi che consentono la rotazione di brand e/o chef). E il marketing esperienziale porta alla nascita di formati originali, come i ristoranti a tema.

Meno 30% per assegno con quota 100

Le polemiche in Italia non si fermano mai, anche e soprattuto sulla possibile rivoluzione in ambito pensionistico. La cosiddetta pensione quota 100 rischierebbe infatti di costare cara. “Il quadro della finanza pubblica non sconta incrementi della spesa per il personale che se attuati dovranno essere ricoperti o con altre spese o con aumenti di tassazione “, spiega Giuseppe Pisauro, presidente dell’ufficio parlamentare di bilancio. “Inoltre, il quadro economico peggiora e altri elementi contribuiscono a rendere estremamente difficile capire quale sarà il deficit del prossimo anno”, che il governo programma al 2,4% del Pil e la Commissione Ue al 2,9% mentre l’Upb stima al 2,6%. “Nelle valutazioni più recenti dell’Upb, Ufficio Parlamentare di Bilancio che incorporano la manovra al suo valore facciale, l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche si posizionerebbe nel 2019 al 2,6% del Pil” dice il presidente.

Tante incertezze sul futuro

“In particolare, le divergenze rispetto alla stima della Nadef, nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza e a quella recentemente diffusa dalla Commissione europea sono imputabili alla diversa previsione sulla crescita economica e all’impatto dell’aumento dello spread sulla spesa per interessi”, afferma Pisauro. Le grandezze della finanza pubblica programmate dal governo appaiono soggette a rischi: indebolimento del quadro macroeconomico, impatto dell’evoluzione recente dei tassi di interesse, incertezze sull’efficacia delle misure di razionalizzazione della spesa.

La quota 100, caratteristiche di questo canale di uscita

“L’introduzione della quota 100 per l’anticipo pensionistico – afferma l’Upb, – potrebbe potenzialmente riguardare nel 2019 fino a 437.000 contribuenti attivi. Qualora l’intera platea utilizzasse il canale di uscita appena soddisfatti i requisiti potrebbe comportare un aumento della spesa pensionistica lorda stimabile in quasi 13 miliardi nel 2019 e sostanzialmente stabile negli anni successivi”. “Questa stima – chiarisce l’Upb – non è ovviamente direttamente confrontabile con le risorse stanziate nel Fondo per la revisione del sistema pensionistico per vari fattori: dal tasso di sostituzione dei potenziali pensionati con nuovi lavoratori attivi a valutazioni di carattere soggettivo (condizione di salute o penosità del lavoro) o oggettivo (tasso di sostituzione tra reddito e pensione, divieto di cumulo tra pensione e altri redditi, altre forme di penalizzazione)”. Resta il fatto che, secondo stime Upb, chi optasse per quota 100 subirebbe una riduzione della pensione lorda rispetto a quella corrispondente alla prima uscita utile con il regime attuale da circa il 5% in caso di anticipo solo di un anno a oltre il 30% se l’anticipo è di oltre 4 anni