Archivio Autore: Silvano Sonnecchia

Acquisti online: nel 2022 spesa stimata a 46 miliardi

Nell’ultimo trimestre 2022 sono 33,3 milioni gli italiani che hanno acquistato online, +9,6 milioni rispetto al periodo pre-pandemia, con un trend che proietta per il 2022 una crescita del +14%, per un valore di 45,9 miliardi di euro. Con questi risultati la penetrazione dell’online sul totale acquisti Retail di prodotti e servizi nel corso dell’anno dovrebbe superare l’11%. Lo indica l’ultima indagine dell’Osservatorio eCommerce B2C Netcomm – School of Management del Politecnico di Milano, che evidenzia come grazie ai segnali di ripresa già evidenziati lo scorso anno gli acquisti di prodotto hanno segnano un +10% rispetto al 2021, arrivando a 40 miliardi, mentre i servizi valgono 11,9 miliardi, +28% rispetto al 2021.

Il Food&Grocery si conferma il comparto più dinamico 

Fra i prodotti, i settori più maturi rallentano il proprio percorso di crescita, come l’Abbigliamento (+10% rispetto al 2021) e l’Informatica & Elettronica di consumo (+7%), mentre il Food&Grocery si conferma il comparto più dinamico anche nel 2022, con una crescita del +17% anno su anno. Quanto al mercato dei servizi, seppur ancora lontano dal valore 2019, cresce in seguito ai risultati incoraggianti del Turismo e trasporti (+33%) e degli Altri servizi (+35%), soprattutto grazie alle performance molto positive del Ticketing per eventi.

Lo smartphone è il device preferito per lo shopping online 

Secondo l’Osservatorio eCommerce B2C a prevalere sono gli acquisti con sistemi di pagamento digitale al momento dell’ordine, che rappresentano quasi il 90% del totale, mentre scende l’uso di contante o bonifico, sia online sia nei negozi fisici.
Lo smartphone si conferma come il device preferito per fare acquisti online: nel 2022 il 55% del valore e-commerce, un dato in linea con l’anno passato, passa attraverso questo canale.
“Siamo ormai andati ben oltre l’accezione dell’e-commerce inteso come ‘shopping online‘ – ha commentato Roberto Liscia, Presidente di Netcomm -. Stiamo vedendo come questo settore abbia un impatto decisivo, non tanto in termini di penetrazione sul totale retail, bensì in quanto volano indispensabile per lo sviluppo dell’economia italiana”.

Oggi l’e-commerce è un vero e proprio ecosistema

“Per questo l’e-commerce rappresenta oggi un vero e proprio ecosistema, e come tale va trattato e regolamentato, secondo un approccio che tenga conto sia del contesto globale nel quale le imprese italiane operano, sia delle peculiarità che caratterizzano lo scenario digitale globale – ha aggiunto Roberto Liscia -.
Siamo di fronte a un momento storico decisivo per la trasformazione dei modelli di business delle aziende, che devono rispondere con prontezza alle esigenze dei consumatori italiani, sempre più digitali, che non sono disposti a tornare indietro, ma che, anzi, chiedono un’esperienza di acquisto sempre più su misura”.

E-commerce, come si evolve a livello globale

Gli acquisti on line sono oggi parte integrante delle nostre vite. E anche la diffidenza iniziale da parte di alcuni utenti sembra essere superata. Ora, in risposta a questa esigenza, le aziende si stanno concentrando su consegne efficienti e online user experience migliorata. NielsenIQ ha analizzato a fondo lo stato attuale dell’e-commerce in tutto il mondo.  

L’evoluzione a est

L’Asia genera oltre il 50% delle vendite globali di e-commerce in mercati sviluppati come Cina, Corea del Sud e Giappone. Come pioniere dell’e-market, la Cina ha totalizzato quasi un quarto delle vendite totali di beni di consumo nel 2021, a cui ha contribuito particolarmente la generazione più giovane. Tuttavia, in Asia sta emergendo una “grey e-commerce generation” con un alto tasso di adozione online: nel 2021, sono stati registrati il 60% in più di shopper online più anziani in Indonesia e il 64% in Thailandia rispetto al 2019.
In Medio Oriente, l’e-commerce è guidato da un approccio digital-first. In Arabia Saudita, la penetrazione online è aumentata significativamente nell’ultimo anno: il 58% della popolazione ha dichiarato di aver utilizzato Internet per fare la spesa nel marzo 2021, mentre nell’anno precedente si attestava al 49%. Il trend è ancora più significativo negli Emirati Arabi Uniti, con il 61% nel 2021 rispetto al 38% nel 2020. Questi cambiamenti di comportamento si riflettono inevitabilmente nel ritmo di crescita del canale online, che è quasi raddoppiato in entrambi i paesi nel 2021 rispetto al 2020.

La crescita a ovest

Dall’altra parte dell’emisfero, i mercati europei e americani hanno attraversato una rapida rivoluzione commerciale, trovandosi ad affrontare un’estrema frammentazione. Gli Stati Uniti sono tra i primi cinque paesi per l’e-commerce, generando il 12% delle vendite globali di beni di consumo, e fino al 30% delle vendite nei principali mercati globali, come sottolinea Data Impact di NielsenIQ.
Parallelamente, anche in America Latina l’e-commerce sta crescendo rapidamente: le vendite online di beni di consumo sono aumentate del 35,4% nel 2021. Anche in Europa il tasso di crescita del largo consumo online rispetto a quello offline è notevole: in Italia è superiore di 16,2 volte, mentre nel Regno Unito, in Spagna e nei Paesi Bassi di più di 10 volte. Il Regno Unito rappresenta l’e-market europeo più maturo, dove le categorie di alimenti freschi generano 9,7 miliardi di sterline in vendite online. Nei paesi emergenti dell’Europa orientale, invece, le categorie drug che offrono prodotti più durevoli dominano l’e-basket.

Il mercato IoT in Italia supera i livelli pre-pandemia

Il 2021 è stato un anno importante per l’Internet of Things in Italia, che è cresciuto del +22% rispetto al 2020, raggiungendo 7,3 miliardi di euro e superando i livelli pre-Covid. In parallelo, evolve l’offerta di soluzioni IoT con nuovi servizi di valore, grazie alle grandi quantità di dati raccolti da oggetti connessi. Non a caso, il valore dei servizi raggiunge quota 3 miliardi di euro, circa il 40% del mercato IoT complessivo (+25%). Secondo la ricerca dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano, gli oggetti connessi attivi in Italia sono 110 milioni. A fine 2021 si contano 37 milioni di connessioni IoT cellulari (+9%) e 74 milioni di connessioni abilitate da altre tecnologie di comunicazione (+25%). Tra queste, una spinta significativa arriva dalle reti LPWA (Low Power Wide Area), che raddoppiano in un anno, passando da 1 a 2 milioni di connessioni.

Il ruolo del PNRR

La spinta maggiore sul mercato viene data proprio delle applicazioni che utilizzano tecnologie di comunicazione non cellulari (3,9 miliardi di euro, +30%). Crescita più contenuta (+6%, 3,4 miliardi) per le applicazioni che sfruttano la connettività cellulare. Ma grandi opportunità per l’IoT si aprono con il PNRR. Molti degli investimenti previsti all’interno del Piano riguardano ambiti in cui l’IoT può giocare un ruolo chiave, per 29,78 miliardi di euro di risorse complessive. 

L’Industrial IoT

L’80% delle grandi aziende ha attivato servizi a valore aggiunto basati sull’IoT (+4% rispetto al 2020). Tuttavia, se da un lato le grandi aziende hanno ben chiare le potenzialità di tali misure, dall’altro le Pmi non sanno fornire un parere in relazione a tale tematica (28%).
La dimensione aziendale determina anche il livello di conoscenza delle applicazioni di Industrial IoT. Se infatti il 96% delle grandi aziende dichiara di conoscere le soluzioni IoT per l’Industria 4.0, solo il 46% delle Pmi ne ha sentito parlare. Il 69% delle grandi aziende ha avviato almeno un progetto, mentre solo il 27% delle Pmi ha fatto altrettanto. Rispetto al 2020 si registra una lieve riduzione del gap esistente tra grandi imprese e Pmi in termini di conoscenza (-3%) e a un lieve aumento per quanto riguarda la diffusione dei progetti (+3%). 

Le tecnologie

Le tecnologie Low Power Wide Area (LPWA) in banda non-licenziata sono sempre più adottate per lo sviluppo di soluzioni IoT, in virtù di una maturità tecnologica che si sta consolidando e di una diffusione sempre più ampia. Sul fronte dell’interoperabilità, prosegue l’evoluzione delle tecnologie abilitanti e il rafforzamento degli ecosistemi. In particolare, nel corso del 2021 si è consolidato lo sforzo delle aziende membri della Connectivity Standard Alliance (CSA) verso la stesura delle specifiche di Matter, il nuovo protocollo per l’interoperabilità della Smart Home. Le prime dimostrazioni, presentate al CES di Las Vegas a inizio 2022, testimoniano il buon livello di avanzamento delle specifiche definite a oggi, e la crescente maturità della tecnologia a supporto degli standard presenti sul mercato.

Sostenibilità: gli italiani si considerano consapevoli, ma vorrebbero fare di più

Quanto si considerano sostenibili gli italiani? Se le scelte sostenibili stanno diventando sempre più importanti all’interno della nostra vita secondo un sondaggio commissionato da Omio e realizzato da YouGov, la maggior parte degli intervistati si considera abbastanza consapevole sulle tematiche ambientali, mentre uno su cinque pensa di poter fare di più. Il sondaggio ha infatti chiesto agli italiani di autovalutarsi in ambito di sostenibilità. E tra coloro che pensano di poter fare di più è soprattutto la generazione dei Fridays for Future a risultare la più critica con sé stessa. Il 21% dei 18-24enni afferma infatti di non adottare un approccio sufficientemente green.

Evitare i viaggi in aereo in favore di treni e mezzi pubblici

Il 63% del totale considera invece il proprio comportamento quotidiano abbastanza sostenibile, anche se vede anche ulteriori possibilità per agire in materia di rispetto dell’ambiente. Il 17% invece si considera già molto sostenibile e non ritiene necessari ulteriori miglioramenti. Solo il 2% non è interessato al tema. Ma dove intravedere concrete opportunità per mettere in atto decisioni amiche dell’ambiente? Il 4% ritiene che rinunciare ai viaggi aerei in favore di spostamenti in treno e autobus sia una possibile soluzione, mentre per il 17% utilizzare mezzi pubblici e bicicletta può avere un impatto significativo sull’ambiente. Il 33% degli intervistati considera infatti treni e autobus alternative sostenibili, e il 27% ritiene che si dovrebbero evitare i viaggi in aereo (15%) e le crociere (12%).

Prezzi e durata ostacolano i viaggi green

Il 41% vorrebbe avere a disposizione alternative di viaggio sostenibili più economiche o di egual costo. Per il 19% anche i biglietti degli autobus e dei treni sono troppo costosi.
Più di un terzo (35%) lamenta la mancanza di opzioni e di informazioni sulle alternative di viaggio sostenibili, tra cui collegamenti veloci in autobus e in treno. La percentuale aumenta se si considerano le fasce più giovani: il 45% degli intervistati tra i 18 e i 24 anni pensa di non avere alternative. E un terzo (34%) vorrebbe più informazioni su come viaggiare in modo più sostenibile. 
Oltre al prezzo, anche il tempo è un fattore decisivo: il 32% considera l’autobus e il treno poco veloci, mentre il 37% ritiene che non garantiscano la stessa flessibilità dell’auto.

Prodotti riciclati e cibi vegetariani o vegani fanno la differenza

In ogni caso, viaggiare in modo sostenibile non significa solamente utilizzare mezzi eco-friendly. Il 37% ritiene importante anche la quantità di rifiuti da imballaggio prodotti in loco, mentre il 23% cerca di prediligere alloggi sostenibili. Inoltre, oltre al comportamento di viaggio, quasi la metà (48%) degli intervistati ritiene che utilizzare prodotti riciclati possa contribuire al benessere del pianeta. In particolare, il 12% considera i prodotti realizzati in modo davvero sostenibile una valida opzione. Importanti anche le scelte alimentari: per il 10% il consumo di cibi vegetariani o vegani è l’aspetto più rilevante della vita quotidiana per agire in modo più sostenibile.

Lo smart working al tempo del lavoro liquido

Dalla nuova gestione liquida del lavoro non si torna più indietro. E lavoratori e aziende concordano su una linea comune: mantenere lo Smart working in futuro. Un’indagine condotta a marzo 2022 da Reverse, azienda internazionale di risorse umane, insieme ad altri partner, mette a confronto le opinioni di lavoratori e management aziendale. L’indagine, dal titolo ‘Lavoro liquido: a che punto siamo tra Smart working e nuova governance?’ rivela che se all’unanimità lavoratori e aziende chiedono una soluzione di Smart working ibrida e flessibile, i maggiori sostenitori di questa soluzione sono gli intervistati tra i 20 e i 30 anni. Ma è molto sentita, sia dalle aziende sia dai lavoratori, anche la questione della reperibilità e della disconnessine durante il lavoro da remoto.

Diritto alla disconnessione e gestione della reperibilità

Quello della disconnessione è un tema che raccoglie molti aspetti. Riguarda infatti le normative, la modalità di lavoro per obiettivi, e la capacità dell’azienda di mantenere l’engagement dei propri collaboratori anche da remoto. Il 45% dei lavoratori afferma che lavorando da casa ha sofferto molto per una maggiore richiesta di disponibilità online. Dai racconti degli HR emerge un’azione decisa delle aziende per trovare la corretta gestione della reperibilità di chi lavora in Smart working, mettendo in pratica azioni di diverso tipo, dall’ufficializzazione dell’ampliamento dell’orario di reperibilità per chi lavora in Smart working alla gestione autonoma dei team. Ma una regolamentazione è sentita come necessaria da entrambe le parti.

Lavoratori e aziende divisi su chi deve sostenere i costi

L’80% dei lavoratori sostiene che l’azienda dovrebbe partecipare alle spese sostenute da chi lavora da casa (connessione a internet, postazione di lavoro, ecc.). In netto contrasto il parere delle aziende, la cui totalità non prevede di modificare il contratto includendo una partecipazione alle spese per chi lavora in Smart working. Ma sia lavoratori sia aziende sono concordi nel volgersi verso un’organizzazione del lavoro per obiettivi. Il 56% dei lavoratori afferma che la propria azienda ha riprogrammato il lavoro su obiettivi per agevolare il lavoro da remoto. E il 60% degli HR Manager afferma di aver introdotto o essere in procinto di introdurre modalità di lavoro per obiettivi in cui l’orario è fluido.

Adeguare gli spazi e offrire percorsi di formazione

Secondo il 60% dei lavoratori è necessario adeguare gli spazi alla nuova modalità di lavoro liquido. Gli HR Manager affermano che le aziende stanno modificando completamente e in tempi molto rapidi il loro assetto (Open space, pc portatili, desk sharing). L’82% dei lavoratori afferma poi che introducendo lo Smart working l’azienda deve porre maggiore attenzione ai percorsi di formazione. Ma secondo il 90% delle aziende sono stati istituiti percorsi di formazione per i collaboratori su specifiche piattaforme online di e-learning, o tramite webinar, e in alcuni casi, con l’istituzione di Academy online.

La scelta del naming per un salone di parrucchiera

Avviare una nuova attività da parrucchiera è sempre un’esperienza eccitante, sia che si tratti di un imprenditore che per la prima volta si trova dinanzi l’apertura di un’attività commerciale, che per uno che ha già avviato diverse attività nel passato e si presta ad iniziare questa nuova avventura.

Certamente ci sono tantissime cose a cui pensare prima di poter inaugurare i locali, e tutte vanno fatte con grande anticipo per far sì che ogni pratica possa essere effettuata come merita.

Avviare un salone da parrucchiera: le cose più importanti da fare

Quando si decide di avviare un nuovo salone da parrucchiera, ci sono certamente determinate cose che è bene fare pianificandole sin dall’inizio. Sicuramente tra queste c’è la scelta della zona in cui avviare l’attività, così come quella relativa ai mobili ed alle forniture per parrucchieri.

Da non trascurare sono certamente le autorizzazioni amministrative e le abilitazioni professionali per l’attività di parrucchiere.

Volendo sintetizzare le più importanti possiamo elencare:

–  Zona in cui avviare l’attività
–  Individuare i locali giusti
–  Effettuare eventuali lavori di ristrutturazione
–  Manutenzione degli impianti elettrici e idrici
–  Ottenere le autorizzazioni del Comune di competenza
–  Essere in possesso della abilitazione alla professione di parrucchiere
–  Scegliere gli arredi più adatti
–  Acquistare le migliori forniture per parrucchieri
–  Provvedere ad una prima campagna pubblicitaria
–  Aprire un sito internet o gli account social

Possiamo dunque sintetizzare in questa maniera quelle che sono le cose più importanti da fare per riuscire ad avviare con successo una nuova attività da parrucchiere.

L’importanza del naming

Eppure, a pensarci bene, c’è una ulteriore analisi da effettuare che ha un peso specifico notevole sul successo di un’attività commerciale. Si tratta del naming, ovvero una attività di marketing il cui scopo è quello di individuare il nome più adatto per una attività commerciale in base al tipo di pubblico cui si rivolge e più in generale al mercato di riferimento.

Il nome giusto per una attività è infatti in grado di esprimere la sua identità e comunicare in maniera efficace al cliente cosa essa può offrire, ma non solo.

Il nome adatto consente infatti agli utenti di memorizzare la tipologia di attività con maggiore facilità e la fa tornare alla mente tutte le volte in cui egli è chiamato a prendere una decisione di acquisto.

Quando avrà dunque nuovamente necessità di un taglio o di un acconciatura, il nome della tua attività potrebbe facilmente tornargli alla mente se è stato scelto bene.

Il brainstorming


Per riuscire ad arrivare al nome giusto per una nuova attività, è bene effettuare prima una serie di brainstorming per andare alla ricerca di quelle parole (o suoni) che meglio possano esprimere il concetto da comunicare al cliente.

È Importante sottolineare che la parola cui si giungerà non per forza deve essere una parola esistente nel vocabolario italiano, ma semplicemente può essere una parola di fantasia e dunque inventata.

Lo scopo del brainstorming è proprio questo, quello di fare in modo da individuare un nome d’effetto e facile da ricordare.

In ultima analisi va comunque ricordato che l’eventuale nome individuato non deve essere già stato registrato da qualcun altro come proprietà intellettuale.

Ciò significa che se qualcun altro ha già registrato la proprietà intellettuale di un marchio, proprio quello che hai individuato a seguito del brainstorming, per legge non puoi utilizzarlo e sei dunque costretto a scegliere un altro nome.

Questo tipo di verifica può essere fatta in maniera molto rapida anche online direttamente consultando il registro dei Marchi e Brevetti online.

Tieni a mente queste piccole (e grandi) cose per avviare la tua attività di parrucchiera senza intoppi, così da partire subito con il piede giusto.

Prodotti per dormire: in un anno +26% di ricerche online

A quanto riporta una ricerca condotta da Bva Doxa, quasi un italiano su tre dorme un numero insufficiente di ore, e uno su sette riporta una qualità insoddisfacente del proprio sonno. Per indagare ulteriormente il fenomeno, idealo, il portale internazionale di comparazione prezzi, ha testato l’interesse degli italiani sul mondo del sonno, verificando che le categorie legate al settore hanno registrato nel corso dell’ultimo anno un balzo del +26% rispetto all’anno precedente. Non è un caso se al sonno venga dedicata addirittura una giornata a livello globale: il 18 marzo in tutto il mondo viene celebrato infatti il World Sleep Day, una giornata dedicata alla promozione della cultura e della consapevolezza sull’importanza del sonno.

I prodotti più cercati? Cuscini, piumini e farmaci contro insonnia e stress

Secondo gli analisti di idealo la crescita delle ricerche online relative ai prodotti per dormire “è sintomo che si coglie sempre di più l’importanza di un sonno ristoratore, anche per godere di una migliore salute”.  Di fatto, secondo idealo, le tipologie di prodotto che hanno destato più interesse agli internauti nel 2021 sono stati i cuscini, i piumini e i farmaci contro l’insonnia e lo stress, le cui ricerche online hanno interessato oltre il +200% dell’utenza rispetto ai 12 mesi precedenti.
Il portale rileva però dati di un certo impatto anche per gli scaldasonno (+90%), ma soprattutto per i materassi, la cui ricerca cresce del +164%.

Cresce l’interesse per i divani letto: +200%

A calare è invece l’interesse per i materassi a molle, che si posizionano solo all’ottavo posto della classifica dei più cliccati secondo idealo, superati anche dai materassi ad acqua, piazzati al sesto posto.
Al contrario, cresce l’interesse per i divani letto (oltre +200%), perfetti per offrire comfort notturno anche ai propri ospiti, per le poltrone relax (+18%), ideali per i pomeriggi più sonnolenti, e i tappi di protezione dell’udito (+5%), perché un sonno rigenerante dipende anche dal non sentire russare la propria dolce metà, oppure, da eventuali rumori esterni.

Dormire bene oggi costa meno 

Insomma, al di là dei prodotti per il sonno e il risposo, “L’e-commerce si rivela, dunque, degno alleato di chi vuole dormire bene”, commentano gli esperti del portale. Per gli analisti di idealo, riporta Adnkronos, è interessante notare come nel corso dell’ultimo anno i prezzi online dei prodotti legati al sonno siano nettamente diminuiti per molte categorie. Tanto che in media le reti a doghe hanno registrato decrementi di costi del -42%, i letti del -35%, e i farmaci per insonnia e stress del -13%.
E per chi vive alle giuste latitudini, idealo segnala anche un decremento dei costi per i letti da giardino, scesi del -8% in un anno.

La crescita di un paese? Oggi si basa sull’accesso a Internet

Tre lavoratori italiani su quattro pensano che avere un accesso internet veloce e affidabile sia essenziale per la crescita economica futura e per fare sì che la popolazione sia ben informata e formata e il 40% della forza lavoro italiana fa affidamento sulla connessione internet domestica per lavorare da casa o gestire la propria attività. Sono solo due delle evidenze emerse dall’edizione 2022 del Broadband Index di Cisco, uno studio condotto ogni anno su quasi 60.000 lavoratori di trenta Paesi (fra cui l’Italia) chiamati a rispondere sulla qualità della banda larga domestica. In sintesi, secondo l’analisi la crescita sociale ed economica di un Paese è legata a doppio filo con un accesso universale, affidabile e veloce a internet.

Qualità e affidabilità 

Secondo l’indagine Cisco, il 71% dei lavoratori italiani (75% a livello globale) ritiene che i servizi in banda larga debbano essere migliorati per supportare un modello di lavoro ibrido di qualità, mentre il 73% pensa che sia importante la qualità e l’affidabilità della connessione internet. Per comprendere quanto una connessione ad alte prestazioni sia rilevante, basti pensare che il 79,5% del campione italiano ha dichiarato di fare un utilizzo casalingo di internet in banda larga per più di 4 ore al giorno, e il 49% addirittura per 7 ore o più. Percentuali che sono di poco inferiori a quelle registrate a livello globale, dove otto utenti su 10 (l’84%) usano la connessione in banda larga domestica per più di quattro ore, e il 54,6% per più di 7 ore. Il Broadband Index 2022 di Cisco ha fatto emergere anche altri elementi interessanti. Come ad esempio il fatto che nel 56% dei nuclei familiari di cui fanno parte gli interpellati, tre o più persone usano internet contemporaneamente (il 60% a livello globale). Per far fronte a queste necessità di connessione il 42% afferma di usare qualche tipo di tecnologia mobile, compreso l’uso dei propri smartphone come hub verso la rete 4G o 5G, mentre il 28% usa la banda larga su fibra ottica. Non solo: il 34% degli interpellati italiani (e il 43% a livello globale) prevede di fare nei prossimi 12 mesi un “upgrade” dei servizi internet di cui dispone, per poter così disporre di un livello di connessione più avanzato.

Connettività in sicurezza

La connettività è sempre più importante anche per quelle piccole realtà che non hanno a disposizione le stesse risorse delle grandi aziende, dato che secondo lo studio il 40% della forza lavoro italiana (e il 48% a livello globale) si affida alla connessione internet domestica quando deve lavorare da casa o per gestire la propria attività. Ed anche la sicurezza è vitale per il lavoro ibrido, dal momento che questo modello professionale richiede di accedere a applicazioni, servizi e dati da più luoghi e device, su reti pubbliche o private. Le persone ne sono consapevoli, al punto che oltre la metà a livello globale dichiara che sarebbe disposta a pagare di più per una connessione internet in banda larga “più sicura”.

Università, quanto mi costi

Il percorso universitario rischia di essere un vero e proprio salasso, impossibile da seguire per moltissime persone, tra rette universitarie salatissime, costi per singolo studente ingestibili e un sistema di tutoraggio farraginoso. Sono queste le principali criticità emerse all’indomani dall’approvazione del decreto direttoriale 2711/2021 del Ministero dell’Università che, stabilendo un aumento del personale docente, danneggia di fatto il sistema degli atenei telematici. Si tratta di un’ulteriore problematica che si va ad aggiungere, a pochi giorni di distanza, dalla loro esclusione ai fondi stanziati con il protocollo d’intesa “PA 100 e lode” firmato dai ministeri della Pubblica Amministrazione e dell’Università a vantaggio delle sole università iscritte alla CRUI. Lo dice una nota dell’Università Cusano, secondo cui la necessaria assunzione di altri professori per singolo corso di laurea porterebbe le rette universitarie dagli attuali 3.000 euro circa agli oltre 16.000 con punte fino a 20.000 euro. 

Costo eccessivo per gli studenti-lavoratori

Un esborso enorme richiesto agli studenti, molti dei quali iscritti a una telematica in cerca di una laurea perché già lavoratore – e quindi con tempi difficili da gestire in presenza – o di un master per crearsi solide basi e un’ottima preparazione specialistica. Questi importi sarebbero problematici da sostenere, il che si tradurrebbe inevitabilmente nell’impossibilità per loro di accedere al mondo accademico.

Il prezzo per l’aumento dei docenti  

Un’ulteriore criticità è dovuta all’aumento dei docenti, che come conseguenza farebbe lievitare il costo studente fra gli 8.500 e gli 11.000 euro con pesanti ricadute: alle telematiche non è garantito la stessa modalità di accesso ai fondi statali delle università tradizionali. E questo nonostante siano riconosciute a tutti gli effetti dal ministero dell’Università e della Ricerca. A loro viene riconosciuto un contributo di un centinaio di migliaia di euro contro i circa 10 miliardi di euro che lo Stato, invece, elargisce agli atenei in presenza, statali e privati, facenti parte della CRUI. Secondo poi i dati in possesso dell’Unicusano, i costi medi espressi dal Mur a pagina 15 del Direttoriale in verità non combaciano con i veri costi sostenuti per i professori ordinari e associati: il costo medio per un professore ordinario non è di 115.000 euro ma circa 158.000 e per un professore associato non è 80.000 ma circa 109.000. E tutto ciò, ribadiscono gli atenei telematici, anche se i corsi a distanza non necessitano dello stesso numero di docenti di quelli in presenza.

Le aziende assicurative sono a caccia di 7mila professionisti tech e digital

Il mercato assicurativo è alla ricerca di profili professionali tech e digital. Secondo le previsioni entro il 2024 saranno inseriti all’interno della filiera 7mila nuovi profili con competenze tecnologiche avanzate, tra ingegneri robotici, esperti di analisi dei dati e cybersecurity, e cloud architect. Ma per superare il forte gap ancora esistente si punterà anche sulla formazione di top manager, intermediari e dipendenti in ambito tecnologico e digitale. È quanto emerge dal Report competenze 2022 realizzato da Iia-Italian insurtech association, volto ad analizzare il livello di competenze dei professionisti all’interno della filiera assicurativa in rapporto all’evoluzione del mercato.

Il 50% dei profili ricercati oggi non è mai stato impiegato in azienda 

L’indagine, condotta su oltre 150 soggetti del settore assicurativo relativi a 85 aziende, evidenzia come il 50% dei profili ricercati oggi non è mai stato impiegato in azienda, ma nei prossimi 3 anni avrà un ruolo strategico nella transizione digitale del settore. Allo stesso tempo, per allineare il mercato assicurativo ai nuovi trend e al ruolo sempre più strategico dell’insurtech, il settore dovrà investire in formazione. Nei prossimi 3 anni infatti saranno formati circa 50 mila profili professionali. Il rapporto evidenzia però un forte gap di competenze tecnologiche, soprattutto tra gli intermediari, che rivestono un ruolo centrale all’interno della catena del settore, ma anche tra i dipendenti delle compagnie assicurative.

Intermediari e dipendenti chiedono più formazione digitale

Tra gli intermediari l’85% ritiene che la propria organizzazione non abbia competenze tech e digital adeguate al mercato (percentuale che scende al 65% presso i dipendenti) e la metà, il 54% degli intermediari e il 45% dei dipendenti, è molto preoccupato del divario in relazione ai cambiamenti in atto nel settore. Per questo motivo, per rimanere al passo con l’evoluzione del mercato, circa 7 intermediari e dipendenti su 10 nei prossimi 12 mesi auspicano di ricevere una formazione digitale. Il 57% degli intermediari è infatti convinto che sotto la spinta dell’insurtech il settore cambierà molto nei prossimi 2-3 anni e il 52% teme di non essere preparato per stare al passo con i nuovi trend.

Creare le giuste competenze è una priorità per il settore

Uno scenario differente viene fornito dalle risposte ottenute dal top management, riferisce Adnkronos, secondo il quale le competenze tech e digital della propria organizzazione sono in linea con l’evoluzione del mercato (45%), ma concordano (73%) sul fatto che la creazione di queste competenze sia una priorità elevata.
Insomma, la ricerca mostra una forte consapevolezza da parte del settore assicurativo sull’importanza di aumentare le competenze tecnologiche e digitali. Anche perché in Italia nei prossimi dieci anni le polizze digitali aumenteranno in maniera esponenziale, soprattutto in settori oggi poco sensibili all’utilizzo di prodotti assicurativi.