Archivio Categoria: Approfondimenti

Caffè e sport, abbinata vincente

Dopo il successo della delegazione azzurra alle Olimpiadi di Tokyo, che ha fatto incetta di medaglie battendo ogni record, si accende ancora di più la voglia di dedicarsi allo sport. In questo contesto, c’è una buona notizia per tutti gli atleti che amano oltre all’attività fisica anche l’aroma del caffè: secondo i risultati di una meta-analisi di 21 studi, la caffeina può avere un effetto benefico sulla resistenza muscolare, soprattutto nell’esercizio aerobico. 

Mai senza caffè

Uno studio recentemente riportato dall’ISIC (Institute of Coffee Scientific Information) ha confermato i superpoteri del caffè. Lo studio mostra che, sulla base delle ultime prove scientifiche, la caffeina ha proprietà bioattive e proprio in virtù di queste caratteristiche vanta effetti positivi sulle prestazioni sportive. La conclusione è il frutto di un’ampia meta-analisi di 21 studi pubblicati sul British Journal of Sports Medicine, secondo cui la caffeina può apportare molteplici benefici alla performance atletica. Migliora la resistenza muscolare e sembra avere un maggiore effetto positivo sull’attività aerobica piuttosto che su quella anaerobica. ISIC inoltre, evidenzia come la letteratura scientifica abbia già dato ampio riscontro sui molteplici benefici del caffè e della caffeina nell’attività agonistica, sia in relazione agli effetti positivi sull’organismo, sia allo sport praticato. Dato confermato anche dal dottor J.W. Langer, esperto in nutrizione e docente di farmacologia medica presso l’Università di Copenaghen: “Quando si parla di caffè e della caffeina, i risultati sono chiari in relazione agli sportivi: la caffeina può contribuire a migliorare le prestazioni. Molti studi dimostrano che gli atleti che consumano caffeina prima di una gara o di un evento sportivo sono in grado di andare più veloci, durare più a lungo e recuperare più rapidamente rispetto a chi non ha questa spinta in più. Ciò vale soprattutto nelle attività di resistenza, come la corsa a lunga distanza”.

Sport e prestazioni dopo… un caffè

Sono tanti i superpoteri del caffè, diversi anche a seconda dello sport praticato. In generale, rivela lo studio, un’assunzione bassa o moderata di caffeina (ovvero 3-5 tazze al giorno) prima o durante l’esercizio può aiutare a migliorare alcune funzioni cognitive fondamentali nello sport, in particolare i livelli di energia, l’umore, i tempi di reazione e la memoria. Ancora, migliora le prestazioni dei corridori maschi fino al 2% e potenzia le performance nel mezzofondo: secondo uno studio su un gruppo di corridori dilettanti, l’assunzione di integratori a base di caffeina in una corsa di 5 km produce maggiori benefici rispetto a un placebo. C’è anche una buona notizia per i calciatori:  la caffeina, assunta dai 5 ai 60 minuti prima dell’allenamento, potrebbe produrre importanti benefici nei giocatori, in particolare nel salto, nello sprint e nella distanza, così come migliorare il tempo di esaurimento, l’altezza del salto in contro movimento e la percezione dello sforzo. Queste evidenze dimostrano come sia fondamentale continuare a indagare sulla relazione tra sport e caffè.

Una ricerca di Fiera Milano Media sullo smart working

Lo smart working rimane un caposaldo delle strategie di business anche per il futuro, anche se l’impresa del nostro Paese sembra rimanere molto più propensa all’outsourcing anziché all’investimento di risorse per lo sviluppo e l’innovazione e l’automazione della propria attività. È questa la fotografia che emerge dal report Business Leaders Survey, realizzato da Business International-Fiera Milano Media tra aprile e maggio 2021 su un campione di oltre 200 direttori finance, HR, procurement, sales, marketing e del risk management attivi in alcune delle più importanti società di medie e grandi dimensioni operanti in Italia.

Il 48% lo vuole mantenere stabilmente anche per il futuro

Secondo il 40% degli intervistati lo smart working è stata la principale misura di contrasto adottata contro gli impatti del Covid-19, e su cui un ulteriore 25% dichiara di voler puntare nei prossimi mesi, mentre il 48% ammette di volerlo mantenere stabilmente come modello lavorativo anche per il futuro. Ovviamente la cassa integrazione straordinaria ha avuto un ruolo importante nel superamento delle difficoltà, come conferma il 17,5% degli intervistati. Quello che però stona è il fatto che sebbene solo il 5,5% delle aziende ha bloccato gli investimenti nel 10% dei casi le società hanno preferito esternalizzare l’ottimizzazione dei propri processi operativi piuttosto che provare a puntare sull’innovazione, l’automazione e la robotizzazione dei propri servizi, su cui si è impegnato solo l’1%.

Resilienza, flessibilità e tolleranza allo stress le qualità cruciali per il successo

Il 6% degli intervistati dichiara poi che la sua società ha cambiato il proprio modello di business per fronteggiare le criticità proposte dalla pandemia, mentre nei prossimi mesi il 13% prevede questo intervento, e gli intervistati che dichiarano di voler implementare soluzioni di robotizzazione e automazione salgono all’8,5% (+850%). Valori in aumento che però non bastano a consentire una reale ondata di cambiamento. Nel 24% dei casi l’attenzione sull’outsourcing continuerà infatti a essere focalizzata anche nei prossimi mesi.
In ogni caso, il 23,7% pensa che anche per il futuro resilienza, flessibilità e tolleranza allo stress saranno qualità cruciali per il successo, mentre creatività, originalità e iniziativa risultano al secondo posto (16.3%).

Ancora attenzione a distanziamento sociale e riorganizzazione delle attività

L’attenzione è ancora su distanziamento sociale e necessaria riorganizzazione delle attività, riporta Italpress, e pone Team work e time management (10%) in terza posizione, seguiti poi a pari merito da formazione e apprendimento continuo (9%) e Critical thinking e predictive analytics (9%).  In fondo alla classica si trovano proprio quelle competenze tecniche che le aziende faticano a trovare sul nostro mercato, come data analysis e innovazione (8,7%), technology use/design, computational thinking & programming (2,7%). L’ultimo aspetto rilevato dalla ricerca sullo smart working è il fatto che skill come leadership e social influence (8%), problem solving (7,6%) e Intelligenza emotiva (4,8%) risultano in fondo alle competenze desiderate dai C-level per affrontare i prossimi mesi.

Le nuove prospettive dei Millennials dopo un anno di Covid

La pandemia ha cambiato radicalmente le esigenze di lavoratori e studenti: più di un anno passato fra lockdown alterni, smart-working e DAD ha costretto i Millennials a rivoluzionare gran parte delle abitudini. E cercare un nuovo inizio provando a cambiare lavoro, casa, ambiente, città, pianificare un viaggio, breve o lungo che sia, li aiuta a concentrarsi sempre più sulla qualità della vita, mettendo in secondo piano vecchie abitudini e sicurezze. Housing Anywhere, la piattaforma globale di affitto di alloggi per studenti e giovani professionisti, ha condotto un sondaggio online per evidenziare l’impatto che la pandemia ha avuto sulle abitudini dei Millennials, i nati tra il 1981 e il 1996.

Cambiare città o adattare l’abitazione a nuove esigenze?

I dati mostrano che circa il 71,5% degli intervistati non è più interessato a vivere nella stessa città in cui lavora o studia, preferendo di gran lunga pensare alla qualità della vita e ai servizi che altri luoghi, magari meno metropolitani, possono offrire. La vita tra le mura di casa poi si è completamente trasformata, tanto che il 43% degli intervistati a causa del lockdown ha avvertito per la prima volta la necessità di avere a disposizione spazi open-air magari circondati dalla natura, rivalutando quindi la presenza di balconi, giardini e parchi nelle vicinanze. Parallelamente, la stessa percentuale ha dichiarato di aver provato a rendere più vivibile la propria abitazione, adattandola alle nuove esigenze. Solo una piccola parte degli intervistati (14%), sembra non aver avvertito alcun bisogno di cambiamento.

Le priorità della new-normality

La dimensione casalinga è quindi diventata una priorità, tanto da portare molte persone a decidere di stravolgere i propri spazi abitativi e tante altre a cambiare radicalmente casa, spostandosi in altri quartieri o città più adatte alla new-normality. I dati raccolti da Housing Anywhere riflettono proprio questo desiderio di cambiamento, con il 71% degli intervistati che dichiara di aver cambiato casa poiché aveva bisogno di spazi più grandi. Ma, nonostante la flessibilità data dallo smart working e della didattica a distanza, e nonostante il forte desiderio di spostarsi altrove, il 72% degli intervistati non ha avuto la possibilità di spostarsi dalla città di domicilio per brevi periodi di tempo. Questo, a causa dei termini di affitto imposti dai proprietari di casa o da clausole contrattuali di disdetta troppo restrittive. D’altronde, è raro per la maggior parte degli italiani potersi permettere il costo di due affitti contemporaneamente.

Pianificare un cambio di direzione per riguadagnare il tempo perduto

I cambiamenti e le incertezze a cui siamo tutti stati sottoposti nell’ultimo anno e mezzo hanno avuto un impatto forte anche sulle prospettive di vita dei Millennials. Se da un lato il 43% ha dichiarato di sentirsi diverso da prima senza sapere bene come affrontare la vita con la nuova normalità, dall’altro, il 72% ha mostrato impegno e volontà nel cambiare la propria situazione provando a trovare un nuovo lavoro o pianificando un cambio di direzione per riguadagnare il tempo perduto in un anno di pandemia. Bisognerà quindi darsi da fare per riacquisire l’ottimismo perso e ricominciare la vita. Il 29 % dei Millennials è già sulla buona strada, dichiarando la propria propensione a grandi e piccoli progetti di viaggio, incuranti del budget o delle limitazioni lavorative o di studio. 

Su Instagram e Facebook sarà possibile oscurare il numero dei like

Pesto si potrà scegliere se oscurare o lasciare visibile il numero di like su un post di Instagram e di Facebook. È questa la novità introdotta dai due social network di Mark Zuckerberg al termine di un periodo di test su Instagram. Obiettivo del test, capire se l’opzione potesse aiutare a ridurre la pressione sentita da alcune persone nel pubblicare i propri post. L’iniziativa rientra nel tentativo di filtrare i contenuti ritenuti offensivi nei messaggi diretti, e dare così agli utenti la possibilità di controllare cosa visualizzare e cosa condividere anche nella sezione Notizie di Facebook. Come ad esempio i filtri per il feed, la gestione dei preferiti e le impostazioni relative a chi può commentare.

Se per alcuni non vedere il numero di like è positivo per altri non lo è

La novità arriverà prima su Instagram e poi su Facebook.
“Quello che è emerso, confrontandoci con le persone e con gli esperti è che se per alcuni non vedere il numero di like era positivo ad altri la cosa non piaceva, anche perché questi parametri vengono usati dalle persone per avere un’idea dei contenuti più trendy e di successo – si legge in una nota rilasciata dalla società -. Per questo abbiamo deciso di dare a tutti la possibilità di scegliere”.

Un’opzione attivabile o disattivabile prima o dopo la pubblicazione di un post

Su Instagram si potrà quindi scegliere se nascondere il numero dei like su tutti i post del feed e sui propri, che si tratti di una foto, un video o un messaggio di testo. Accedendo alla nuova sezione ‘Post’ nel menu ‘Impostazioni’, sarà quindi possibile nascondere il conteggio dei ‘mi piace’ sui post pubblicati dagli altri, e allo stesso tempo, si potrà decidere se nascondere o meno il numero dei like prima di condividere un post. In ogni caso, l’opzione è attivabile o disattivabile anche dopo la pubblicazione del contenuto.

Contribuire a creare un’esperienza più positiva per gli utenti

In questi mesi il gruppo ha lavorato con esperti indipendenti proprio per capire “come dare maggior controllo e consapevolezza alle persone, e contribuire così a creare un’esperienza più positiva – si legge ancora nella nota -.Abbiamo pensato che fosse importante dare a tutti la possibilità di scegliere”.
Al contempo, riporta l’Agi, il gruppo ha finanziato ricerche indipendenti sul tema dell’esperienza degli utenti nell’utilizzo di Instagram, nonché su come migliorare le policy e i prodotti. Nelle prossime settimane queste opzioni saranno attive anche su Facebook.

Estate 2021, attese 22 milioni di presenze in più

Sarà un’estate positiva, almeno stando alle previsioni. I numeri, rispetto all’analoga stagione del 2020, sono tutti in crescita: si stimano infatti oltre 23 milioni di presenze in più rispetto al periodo giugno-settembre 2020. È quanto emerge da un’indagine realizzata da Demoskopika in collaborazione con l’Università del Sannio. In particolare, l’analisi rivela che oltre la metà degli italiani (53,4%) ha deciso di andare in vacanza nei prossimi mesi anche se solo il 4,1% ha già prenotato. Tuttavia, esiste una larga fetta di nostri connazionali, il 46,6%, che ha deciso di non partire: di questi, circa 4 milioni, dovranno restare a casa per problemi economici (8,2%).

Puglia, Toscana, Sicilia, Emilia-Romagna e Sardegna le regioni preferite

Per quanto riguarda i flussi turistici, si attendono in Italia 39 milioni di arrivi (tra nostri connazionali e stranieri) che generano quasi 166 milioni di presenze, con un incremento rispettivamente pari all’11,9% e al 16,2% sullo stesso periodo del 2020. Ad incidere positivamente sulla tendenza in crescita dei flussi turistici, anche l’introduzione del pass vaccinale annunciato dal Governo. Il green pass, accolto con favore da ben 10 milioni di italiani quale azione prioritaria per una vacanza in sicurezza, alimenterebbe la spesa turistica per oltre 1,7 miliardi di euro. Cinque le regioni più gettonate per l’estate 2021: Puglia, Toscana, Sicilia, Emilia-Romagna e Sardegna. Prevale la tradizione con poco meno di 6 italiani su 10 che opta per il mare, ma va bene anche il prodotto “Città d’arte, cultura e borghi” (12,7%) e “Montagna e naturalistico” (9,1%).

Stimate quasi 166 milioni di presenze per i mesi estivi, +16,2%

Da giugno a settembre dell’anno in corso, Demoskopika stima oltre 4,1 milioni di arrivi in più rispetto allo stesso periodo del 2020 con una crescita pari all’11,9%: 38,8 milioni di arrivi nel 2021 a fronte dei 34,7 milioni di arrivi dello scorso anno. L’aumento dei turisti si ripercuote positivamente anche sull’andamento dei pernottamenti. L’Istituto di ricerca stima in 165,7 milioni le presenze per l’estate alle porte rispetto ai 142,6 pernottamenti del 2020: poco più di 23 milioni di presenze turistiche in più con una crescita pari al 16,2%. 

Vacanze nel segno della tradizione

Poco meno di 9 italiani su 10 concentreranno la loro vacanza nel mese di luglio (32,3%) e, soprattutto, in agosto (54,2%).   Quasi 7 italiani su 10 sceglieranno la tradizione, scegliendo di passare le ferie al mare (68,9%), preceduta dalla scelta delle “città d’arte e dei borghi” (13,2%) e dalla linea di prodotto turistico “montagna, campagna e agriturismo” (12,4%). Le ferie saranno, inoltre, preferibilmente “familiari”. Ben il 66,7% del campione interpellato, infatti, non ha dubbi: andrà in vacanza con il partner (31,4%) o con altri componenti del nucleo familiare (35,3%).  

Mal di meteo per la metà degli italiani

Che tempo farà domani? E nel weekend? Se in generale a tutti è capitato di controllare le previsioni – magari per sapere in anticipo se è meglio munirsi di ombrello o meno – adesso si scopre che italiani sono un popolo di appassionati di meteo. Anzi, di più: sono metodipendenti. Per 2 nostri connazionali su 3 – il 66% della popolazione, più o meno – leggere o ascoltare le previsioni del tempo non è un semplice passatempo, ma una vera e propria attività quotidiana. Se il 96% si informa sul tempo almeno una volta a settimana, per un altro 20% questa è un’autentica ossessione, quasi un “tic”, che porta a controllare le previsioni più volte durante la giornata. Si tratta di un’inedita fotografia del nostro Paese che emerge dall’indagine ”Gli italiani e la meteorologia”, realizzata da Bva-Doxa su un campione di 1.000 persone tra 18 e 64 anni su tutto il territorio italiano.

Che tempo farà?

In base alle risposte degli intervistati, si scopre che il sistema preferito per scoprire se ci sarà il sole o la pioggia è rappresentato dalle app, seguite dai siti Internet, dai programmi tv e dalla radio. Nel dettaglio l’app sul proprio smartphone è preferita nel 56% dei casi, seguita dai siti Internet dedicati (34%), dalla tv (8%) e dalla radio (2%).Tra le app e i siti il più utilizzato è iLMeteo.it, che totalizza quasi 5 milioni di utenti medi per giorno e quasi 10 milioni di utenti sulla sua app. L’interesse alle previsioni degli italiani diventa ancora più forte in vista di weekend, ponti o vacanze: “non esiste nessun caso in cui non siano stati messi al vaglio del controllo del meteo. Il 42%, infatti, le controlla sempre in queste circostanze e solo il 3% non si preoccupa”. E, in tempi di smartworking, il 25% guarda il meteo per scegliere quale giorno lavorare da casa, dato che al Sud e nelle Isole, precisa la ricerca, “è doppio (29%) rispetto al Nordovest con il 14%, forse per il tempo meno soleggiato e l’assenza di mare”.

Malati di meteo

I “malati di meteo”, ovvero le persone che controllano continuamente le previsioni, sono circa la metà degli italiani. Si tratta di soggetti che non si muovono mai senza verificare le previsioni. Però è vero che le condizioni meteorologiche possano avere un riverbero sull’umore: a oltre il 60% dei nostri connazionali generano disturbi come stress, ansia, mal di testa, apatia e sbalzi d’umore. Colpiti sono soprattutto i giovani under 34 e le donne.

B2B digitale: 12mila miliardi di transazioni. In Italia è ancora solo il 14%

L’Italia è pronta per l’interazione digitale business-to-business? Il B2B Digital Commerce di Netcomm chiarisce che si tratta di un mercato che a livello mondiale vale 12mila miliardi di dollari. In pratica, il valore lordo delle merci scambiate online vale sei volte quello del B2C. L’80% di questo mercato online si sviluppa in Cina, Giappone, Sud Korea e in Usa. In Europa il suo valore è di 355 milioni di dollari, di cui solo una parte ridotta viene generata in Italia: il 14%. In ogni caso, secondo DHL Express, entro il 2025 l’80% della quota delle interazioni fra acquirenti e fornitori passerà su strumenti digitali. Se già prima dell’inizio della pandemia le aziende stavano già lavorando per digitalizzare i processi di pagamento B2B, il periodo di distanziamento fisico ne ha fatto salire la priorità, tanto che la questione è passata da utile a necessaria.

I Millennial spingono sull’acceleratore della transizione

Insomma, il modo in cui le aziende effettuano o ricevono pagamenti, o conducono operazioni di fatturazione, in questi ultimi mesi ha percorso una strada senza ritorno. Un fattore che produrrà ulteriore accelerazione a questo processo risiede nell’età raggiunta dai Millennial per poter ricoprire ruoli decisionali all’interno delle aziende. Tanto che il 73% delle decisioni di acquisto B2B sono già prese da membri di questa generazione, considerata la prima nativa digitale, e quindi già abituata a effettuare transazioni B2C pienamente digitali.

Agevolare i meccanismi di relazione commerciale

Un altro fattore è quello connesso alla globalizzazione: i pagamenti transfrontalieri rappresentano circa il 26% delle vendite annuali delle imprese del Regno Unito e degli USA, ma portare a termine questi pagamenti è spesso un processo lungo e complesso. Sfruttare la digitalizzazione potrebbe agevolare i meccanismi di relazione commerciale e aiutare a rimuovere alcuni ostacoli connessi ai pagamenti fisici. Ma la digitalizzazione dei processi di pagamento B2B richiede qualcosa di più del semplice passaggio dagli assegni cartacei ai metodi elettronici di pagamento.

La difficoltà di abbinare infrastrutture aziendali obsolete a strumenti emergenti

Il problema infatti può essere rappresentato dalle difficoltà di abbinare infrastrutture aziendali obsolete a strumenti emergenti, come le carte virtuali. In Italia ciò avviene a causa di problemi ormai largamente conosciuti, come i tempi di pagamento lenti, un credito bancario scarso e complesso, servizi finanziari digitali ancora non pienamente sviluppati.

Rispetto al fatturato totale delle imprese italiane, di oltre 3.600 miliardi di euro, riporta Adnkronos, il B2B pesa quasi il 75%, ma di questi solo il 14% è digitale.

Gli effetti della pandemia sul mercato del lavoro

La media 2020 è la sintesi delle dinamiche trimestrali del mercato del lavoro, fortemente e diversamente influenzate dalla pandemia. Alla crescita tendenziale dell’occupazione nel primo trimestre segue il consistente calo del secondo trimestre, proseguito, seppur a ritmi meno sostenuti, anche nel terzo e nel quarto trimestre 2020. Secondo gli ultimi dati rilasciati dall’Istat in media annua si osserva un calo dell’occupazione senza precedenti (-456 mila, -2,0%), associato alla diminuzione della disoccupazione e alla forte crescita del numero di inattivi. Inoltre, la diminuzione delle posizioni dipendenti (-1,7%) e del monte ore lavorate (-13,6%), così come l’aumento del ricorso alla Cig (+139,4 ore ogni mille lavorate), sono più marcati nel comparto dei servizi rispetto a quello dell’industria.

Nel quarto trimestre 2020 contrazione del Pil del -6,6% rispetto al 2019

Nel quarto trimestre 2020 le dinamiche del mercato del lavoro sono ancora influenzate dalle misure di contenimento dell’emergenza sanitaria. Secondo l’Istat l’input di lavoro, misurato dalle ore lavorate, registra una diminuzione di -1,5% rispetto al trimestre precedente e di -7,5% rispetto al quarto trimestre 2019, mentre il Pil subisce una contrazione rispettivamente del -1,9% e del -6,6%. E se il numero di occupati cresce dello +0,2% rispetto al trimestre precedente contestualmente si registra una riduzione del numero di disoccupati (-122 mila) più consistente di quella degli inattivi di 15-64 anni (-10 mila).

In termini tendenziali l’occupazione è ancora in calo

In termini tendenziali, però, l’occupazione è ancora in calo (-414 mila unità, -1,8% rispetto al quarto trimestre 2019), nonostante i dipendenti a tempo indeterminato aumentino di 98 mila unità (+0,7%). A diminuire sono soprattutto i dipendenti a termine (-383 mila, -12,3%), ma continuano a calare anche gli indipendenti (-129 mila, -2,4%). La riduzione interessa sia gli occupati a tempo pieno sia quelli a tempo parziale, tra i quali l’incidenza del part time involontario raggiunge il 65,2% (+1,3 punti). Il tasso di occupazione (58,2%), cresce in termini congiunturali (+0,3% rispetto al terzo trimestre 2020), ma è ancora inferiore di -0,8 punti a quello del quarto trimestre 2019.

Dal lato delle imprese rallenta il recupero dell’input di lavoro

Dal lato delle imprese, l’adozione di nuove misure di restrizione dell’attività economica nel quarto trimestre 2020 ha rallentato il recupero dell’input di lavoro che aveva caratterizzato il trimestre precedente: la crescita congiunturale per le posizioni lavorative dipendenti si ferma a +0,3%, sia per la componente a tempo pieno, sia per quella a tempo parziale. Aumenta il ricorso alla cassa integrazione, che si attesta su 92,5 ore di Cig ogni mille ore lavorate, mentre il costo del lavoro per unità di lavoro diminuisce dello 0,6% in termini congiunturali, ma cresce in termini tendenziali (+0,5%), dovuta a un aumento dell’1,5% della componente.

Etichette più dettagliate spingono l’acquisto di cibi più sani

I prodotti che compriamo al supermercato cambiano e diventano sempre più sani, e la nostra scelta è dettata da ciò che viene segnalato sull’etichetta. Caramelle, biscotti, e acque aromatizzate arricchiti di zinco, carni bianche con iodio, würstel, salumi e formaggi senza polifosfati, oppure senza latte o senza uova. Come orientarsi verso i prodotti considerati più sani? Ci pensano i produttori, che appongono etichette sempre più dettagliate segnalando la presenza o l’assenza di alcuni minerali o alimenti. Lo sostiene un’analisi dell’Osservatorio Immagino GS1 Italy, che ha “scannerizzato” le etichette di oltre 115 mila prodotti venduti in Italia rilevando non solo le indicazioni più diffuse e consolidate, ma anche i claim emergenti che si stanno affermando sugli scaffali dei supermercati.

Due panieri e stili alimentari, il free from e il rich-in

A crescere maggiormente, nei 12 mesi analizzati, sono stati soprattutto i claim relativi a due panieri e stili alimentari, il free from e il rich-in. Nel mondo del free from la tendenza è quella di un aumento dei prodotti che si presentano come privi di polifosfati, oppure di latte o di uova. Invece nell’area del rich-in a emergere sono soprattutto i prodotti che segnalano di apportare iodio, zinco oppure magnesio. In particolare, le vendite dei prodotti senza polifosfati sono cresciute del +8,9% su base annua, soprattutto in affettati, würstel, salumi a cubetti e formaggi fusi a fette.

Crescono i prodotti senza latte, uova, o arricchiti di iodio

Incremento consistente del sell-out anche per i prodotti che segnalano sull’etichetta di essere privi di latte (+11,9%), in particolare insaccati, gelati vegetali multipack e panini per hamburger o hot dog. Quanto alla categoria “senza uova” (+2,0%), coinvolge soprattutto pasta senza glutine, biscotti salutistici e maionese. Sul versante del rich-in, le referenze che sottolineano in etichetta la presenza di iodio hanno registrato un balzo annuo delle vendite di +9,5%, grazie soprattutto a carni bianche elaborate (come cotolette e cordon bleu), passate di pomodoro e fette biscottate.

Le performance di zinco e magnesio

Buone performance anche per i prodotti che segnalano il contenuto di zinco (+5,1%), in particolare per integratori, caramelle, biscotti, acque aromatizzate e frutta secca. Andamento a due velocità per i prodotti che segnalano la presenza di magnesio, riporta Ansa: il calo del fatturato annuo (-1,7%) si deve alla flessione degli integratori solo in parte compensata dalla interessante crescita degli alimenti con il claim “fonte di magnesio”, come biscotti integrali o multicereali, e semi.

Aziende islandesi sul podio per migliore reputazione. Italia, 32esima

Il Paese in cui le imprese possono vantare la migliore reputazione è l’Islanda. Sul secondo gradino del podio la Norvegia, seguita da Svezia, Nuova Zelanda e Svizzera. Dei 35 Paesi analizzati da Zwan, azienda specializzata in corporate reputation, l’Italia occupa il quart’ultimo posto della classifica. Almeno, durante il triennio 2017-2020. Per stabilire il ranking Zwan ha utilizzato l’algoritmo del Reputation Rating, che certifica una serie di parametri attraverso la tecnologia blockchain. Di fatto lo studio ha preso in esame i diversi aspetti che compongono la reputazione, intesa quindi non solo come immagine del brand percepita dagli stakeholder, incrociando tra loro caratteristiche quali work-life balance, qualità dell’ambiente di lavoro, gender gap, culture & diversity, sicurezza sul lavoro & cyber-security, qualità percepita dei prodotti Made-in, reputazione (più strettamente connessa all’immagine), gestione delle carriere, innovazione e stipendi medi.

Italia fanalino di coda per gestione delle carriere e della diversità, e stipendi medi

Dopo la Svizzera (5°) dal 6° posto in avanti la classifica di Zwan prosegue con le nazioni già note per l’alta innovazione e qualità della vita, ovvero, Finlandia, Danimarca, Germania, Olanda, e Canada. L’analisi di Zwan sembra provare quindi una relazione tra qualità della vita, digitalizzazione e reputazione delle Imprese. E se dallo studio non emergono risultati positivi per le imprese del nostro Paese va un po’ meglio per la Gran Bretagna, posizionata al 12° posto, ma non benissimo per gli Stati Uniti, fermi al 21° posto della classifica.

Al 7° posto per la percezione della qualità dei prodotti Made-in Italy

“L’Italia, purtroppo, è risultata essere quasi fanalino di coda al 32° posto, registrando performance negative in gestione delle carriere, stipendi medi e gestione delle diversità”, spiega Joe Casini, cofondatore di Reputation Rating.

L’Italia però registra anche qualche parametro positivo: il nostro Paese si piazza infatti al 7° posto per la percezione della qualità dei prodotti Made-in Italy.

“C’è molto da lavorare anche per quanto concerne la qualità dell’ambiente di lavoro, dove l’Italia ricopre il 28° posto – aggiunge Casini -. A stupire, però, è la posizione degli Stati Uniti, solo 21°, principalmente a causa del Gender Gap e del Work-life balance, asset che hanno controbilanciato di molto in negativo le performance positive riscontrate per le altre caratteristiche”.

Le imprese devono adeguarsi: la reputazione è ormai un capitale imprescindibile

Secondo Davide Ippolito, ceo di Zwan, cofondatore di Reputation Rating, e autore del libro Reputazione Capitale del Terzo Millennio, “le imprese devono adeguarsi ai nuovi criteri di sviluppo, che vedono la reputazione come capitale imprescindibile del Terzo Millennio. Per un profitto a lungo termine bisogna guardare oltre il profitto e avere comportamenti sostenibili e accettabili. Servono perciò regole più severe affinché anche il nostro Paese si adegui agli standard delle altre potenze mondiali”. Reputation Rating è un progetto indipendente, superpartes e brevettato, che si basa sulla comparazione di certificati pubblici e ricerche statistiche ufficiali (Bloomberg, Ocse, Oecd, ILO, e tanti altri enti e istituzioni mondiali).