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Internet da rete fissa, cambiando provider si risparmia? Pare di sì

L’infedeltà paga? Nel mercato dei provider per la connessione domestica, Adsl o fibra, parrebbe proprio di sì. O meglio, nei primi mesi del 2019 è tornata a crescere la convenienza per chi decide di cambiare la propria tariffa per internet fisso vecchia di almeno 2 anni. A decretarlo è un recente studio condotto da SosTariffe.it che ha comparato le migliori offerte Adsl e fibra ottica.

Un buon momento per cambiare provider

L’osservatorio rivela che passare a un’altra compagnia, rispetto a quella che si ha, e attivare un nuovo contratto per navigare da casa, può comportare a un risparmio fino a 100 euro nel corso del primo anno di attivazione. Sia per l’Adsl sia per la fibra, le cui disparità di prezzo sono davvero minime. L’evoluzione della convenienza messa in luce dalla ricerca è particolarmente favorevole a inizio 2019.

L’evoluzione dei prezzi

Ad aprile 2018 una famiglia con un contratto internet da rete fissa sottoscritto 48 mesi prima spendeva almeno 30,74 euro al mese. Questo costo base nei mesi successivi è rimasto più o meno stabile, viceversa hanno subito variazioni i prezzi promozionali, riservate a chi cambia provider. Ad aprile 2018 infatti, volendo passare a un’offerta, tra quelle proposte dei principali provider, la famiglia presa in considerazione avrebbe speso 22,57 euro, con un risparmio nel primo anno di attivazione pari a 81,70 euro. A maggio del 2018, il passaggio a un’altra compagnia è diventato ancora più conveniente. Si passava infatti da un costo medio di 30,20 euro a promozioni che in media si aggiravano intorno ai 21,38 euro. Questo significa che chi ha cambiato operatore a maggio 2018 il primo anno successivo all’attivazione ha risparmiato 85,20 euro. A giugno il costo standard di internet da rete fissa era in media 29,21 euro, mentre approfittando delle offerte proposte al momento, si poteva spenderne 21,61 (mettendo da parte circa 80,56 euro durante il primo anno). Durante la scorsa estate la convenienza del passaggio è cresciuta in modo significativo. Gli utenti che a luglio spendevano in media 30,21 euro al mese con il proprio provider storico, hanno goduto di offerte estive che si aggiravano intorno ai 21,72 euro (risparmiando 89,15 euro il primo anno). Il vero boom dei prezzi si è registrato ad agosto: chi era già cliente di una compagnia da quattro anni spendeva ogni mese circa 29,91 euro. I costi promozionali ad agosto 2018 sono scesi in media a 20,20 euro, consentendo ai clienti di risparmiare 96,32 euro il primo anno.

Le ragioni della convenienza

Tra le ragioni che hanno portato a queste oscillazioni, e ai relativi vantaggi per gli utenti, in primo luogo c’è la tariffazione. Le bollette, che prima erano emesse ogni quattro settimane, sono tornate a essere mensili. Nel frattempo, il primo dicembre 2018, è venuto meno l’obbligo del modem imposto dagli operatori. Il modem libero, per Adsl e fibra ottica, è diventato un diritto per tutti gli utenti, grazie a una delibera Agcom. Inoltre si sono moltiplicate le promozioni che ora prevedono sconti fissi “per sempre”.

Stop in autunno, ripresa dei vantaggi in inverno

Sempre nel 2018, nei mesi autunnali e all’inizio dell’inverno la convenienza del cambio di compagnia ha subito una battuta d’arresto. Il nuovo anno, invece, si è aperto all’insegna di ottime promozioni. Tra dicembre 2018 e gennaio 2019 infatti, il risparmio è quasi raddoppiato. E a distanza di alcuni mesi lo stato dei prezzi continua a mantenersi molto favorevole per chi cambia compagnia. Il picco massimo della convenienza si è registrato a febbraio 2019 con un costo standard di internet da rete fissa di 34,88 euro, e promozioni proposte dai principali provider al costo medio di 26,67 euro per un totale di 99,42 euro risparmiato il primo anno. A marzo, poi, il costo standard fuori promozione è sceso a 33,94 euro. Ma le offerte in media offrivano canoni a 26,84 euro, con la possibilità di accantonare 79,73 euro in un anno. Un trend positivo che si è confermato ad aprile, con il passaggio da un costo standard di 31,94 euro a un costo medio proporzionale di 25,81 euro e 78,46 euro di risparmio.

Brand reputation, Ferrero, Pirelli, Armani, Barilla e Lavazza al top

Quali sono i cinque ambasciatori della reputazione dell’Italia nel mondo? Ferrero, Pirelli, Giorgio Armani, Barilla e Lavazza. In particolare, Ferrero, con il 19° posto, si conferma l’azienda italiana più reputata al mondo, e la prima, a livello globale, nel settore alimentare. Nel settore del Food and Beverage ottimi risultati anche per Barilla, al 31° posto, e per Lavazza, 38°, un balzo di 11 posizioni rispetto all’anno passato. In pratica, nella categoria delle imprese alimentari, tre delle prime quattro al mondo sono aziende italiane.

La Global RepTrak 100, una fotografia mondiale sulla reputazione

Completano la squadra italiana Pirelli e Armani, rispettivamente al 23° e 24°posto della Global RepTrak 100 del 2019, la classifica annuale delle aziende più reputate al mondo, stilata da Reputation Institute, società per la misurazione e gestione della reputazione aziendale.

Basata su oltre 230mila valutazioni individuali raccolte a gennaio 2019, la Global RepTrak 100 rappresenta la fotografia più aggiornata al mondo sulla reputazione di circa 10mila aziende. La classifica viene misurata in 15 mercati, e include valutazioni comparative, tendenze per target, e approfondimenti sui trend di mercato.

La top ten del 2019

Per quanto riguarda la top ten internazionale del Reputation Institute Global RepTrak 100 del 2019 sul podio, al 1° posto si piazza Rolex, al 2° LEGO Group e al 3° The Walt Disney Company. Alle tre aziende con la miglior brand repution, seguono al 4° Adidas, al 5° Microsoft, al 6° Sony, al 7° Canon. all’8° Michelin, al 9° Netflix e al 10° Bosch.

La Global RepTrak 100, riferisce Askanews, mette in evidenza non solo il legame delle aziende con i loro stakeholder, ma l’impatto che il valore reputazionale ha sul business, poiché si tratta di uno dei valori principali al quale i consumatori fanno riferimento quando scelgono di comprare un prodotto, raccomandare un brand, investire o lavorare per un’azienda.

“Il 52% degli utenti nutre dubbi sulle buone intenzioni delle società”

Sapere cosa alimenta la fiducia dei consumatori identificandone i comportamenti che guidano le intenzioni di acquisto è un’attività strettamente legata al business di un’azienda. E i risultati di quest’anno, si legge su Il Giornale, mostrano un miglioramento rispetto al 2018, anno in cui è esplosa la bolla della reputazione. “Il 52% degli utenti nutre dubbi sulle buone intenzioni di tutte le società – spiega Michele Tesoro-Tess, executive vice president di Reputation Institute per l’Italia e la Svizzera -. Questo gap offre però la grande opportunità di creare e fornire garanzie sulla propria reputazione che, nel tempo, può convertire gli indecisi, sempre meno propensi a dare il beneficio del dubbio alle aziende”.

Il prossimo appuntamento è per lunedì 15 aprile, in Borsa Italiana, con i Reputation Awards, per conoscere gli ultimi trend in ambito reputazione, e scoprire le aziende più reputate in Italia nel 2019.

Ict e Turismo: ciò che i giovani desiderano

Si sente spesso dire che per le nuove generazioni le occasioni lavorative siano troppo poche. Eppure, non è sempre o per tutti esattamente così, anche nella bistrattata Italia. Infatti nuove opportunità di lavoro si registrano soprattutto nell’Ict, Information and Communication Technologies (con una percentuale del 77% di manager che ritiene che ci sia spazio per nuove forze in questo ambito), nella consulenza alle imprese (64%) e nel turismo (63%). Qualche segnale positivo anche per le retribuzioni future che, secondo il 27,9% dei manager italiani, cresceranno nei prossimi 5 anni. Sono i dati che emergono dalla ricerca commissionata da Manageritalia ad AstraRicerche e che ha coinvolto dirigenti di primarie aziende del Belpaese.

In crescita consulenza alle imprese, Ict e turismo

Il primo dato che salta subito agli occhi e sul quale i professionisti interpellati hanno fornito numeri e giudizi concordi, è l’affermarsi di una “terna vincente”: Consulenza alle imprese, information communication tecnology e turismo. Sono questi i settori che offrono, a detta dei dirigenti, maggiori opportunità ai giovani tra 18 e 29 anni per maturare esperienza, crescita e carriera professionale. Infatti, la risposta alla domanda “ai giovani che dopo gli studi vogliono entrare nel mondo del lavoro quale settore consiglieresti come prima scelta?” vede prevalere nell’ordine Ict (24,9%), consulenza alle imprese (24,5%) e turismo (16,3%). A metà classifica la sanità e assistenza sociale (30,2%), i servizi assicurativi, bancari e finanziari (25,4%), trasporti e logistica (22,8%). Chiudono la classifica le attività legate al mondo del commercio, spettacolo, formazione e editoria.

Un quadro occupazionale sfidante e positivo

In un mercato del lavoro comunque difficile, prevale una maggiore selezione naturale – con la domanda di lavoratori inferiore all’offerta – per cui solo i migliori ce la faranno (61,4%). Seguono opportunità crescenti come numero di posti di lavoro (48,6%), soprattutto nell’Ict 77%, nella consulenza alle imprese (64%) e nel turismo (63%). L’attesa dei dirigenti verso i giovani è positiva e altissima, ma sono concordi nel ritenere insufficiente il bagaglio formativo delle nuove leve.

Ragazzi, attenzione alla qualità del bagaglio formativo

Solo un terzo degli intervistati giudica i giovani che si propongono oggi nel mondo del lavoro nel loro settore ben formati e preparati. Determinante – suggerisce la classe manageriale intervistata per l’indagine – è avere un buon “bagaglio di viaggio”: capacità relazionali, proattività, competenze digitali, flessibilità, etica personale e professionale, orientamento all’innovazione, spirito di sacrificio e spinta a migliorare le proprie competenze. Ragazzi, siete avvisati.

Internet, esperienze negative per il 13% dei ragazzi

La rete è utilizzata dalla maggior parte dei ragazzi, ma a molti di loro fa paura. Addirittura, cresce il numero degli adolescenti che vivono o hanno vissuto emozioni negative navigando on line. Se nel 2010 erano il 6% i giovanissimi ad aver percepito sensazioni spiacevoli, oggi la percentuale è salita al 13%. I numeri sono il frutto della ricerca “EU Kids Online per Miur e Parole O_Stili”, condotta dal centro di ricerca dell’Università Cattolica e presentata  in occasione dell’evento “Crea, connetti e condividi il rispetto: un’Internet migliore comincia con te”, organizzato dal Ministero dell’Istruzione.

Gli effetti dell’hate speech

La ricerca rivela dati impressionanti. Il 31% degli 11-17enni dichiara infatti di aver visto online messaggi d’odio o commenti offensivi contro un individuo o un gruppo. Di fronte a questo tipo di messaggi, chiamati hate speech, i ragazzi provano in maggior parte tristezza (52% dei casi). I sentimenti vissuti sono poi nell’ordine disprezzo (36%), rabbia (35%) e vergogna (20%). Tuttavia, il 58% del campione dice di non aver fatto nulla.

La rete passa dallo smartphone

I ragazzi e le ragazze utilizzano principalmente lo smartphone per andare su Internet. Lo usa tutti i giorni il 97% dei 15-17enni e il 51% dei bambini di 9-10 anni. L’88% dei ragazzi italiani usa Internet a casa quotidianamente, il 44% lo usa quando è fuori per recarsi da qualche parte (per strada, sui mezzi pubblici, etc.) e il 42% mentre è fuori per conto proprio. Alta la percentuale dei 9-17enni che si collega alla rete anche durante le ore scolastiche: il 26%, tutti i giorni. Ma cosa fanno i giovanissimi quando si connettono? I 77% delle ragazze e dei ragazzi di 9 -17 anni comunica con amici e familiari, poco più della metà guarda video online e visita quotidianamente il proprio profilo sui social media. Internet serve per fare i compiti a casa nel 37% dei casi.

Aumentano i rischi e i disagi

Come detto sopra, l’evidenza più grave è che è in aumento il numero dei giovanissimi che ha avuto esperienze negative in Internet, ne il 13% dei  9-17enni. La sensazione di disagio è più alta fra i piccoli, i bambini di 9-10 anni. Fra i rischi continuano a crescere i contenuti inappropriati (soprattutto quelli legati all’ostilità e al razzismo), l’hate speech, l’esposizione a contenuti pornografici e il sexting. Se c’è una buona notizia, è quella che gli episodi di bullismo online non crescono e si fermano al 10% degli “incidenti”. Però questo fenomeno resta quello che fa più soffrire (tre quarti delle vittime ne è rimasta molto o abbastanza turbata). Il 19% degli intervistati è stato testimone di episodi di cyberbullismo nell’ultimo anno, quelli che in gergo si chiamano i ‘by-standers’.

Il pericolo dei contenuti NUCG

Il rischio più diffuso si conferma l’esposizione a contenuti user generated negativi (NUGC). Ne sono incappati il 51% dei ragazzi di 11-17 anni. I ragazzi hanno visto: immagini violente o cruente (come persone che fanno del male a altre persone o a animali) (36%); siti o discussioni che promuovono il razzismo e la discriminazione di certi gruppi perché hanno un colore della pelle diverso o una diversa nazionalità, religione, o orientamento sessuale (33%); siti dove si discute di auto-lesionismo (22%) o di anoressia e bulimia (21%).

Come rispondere ai pericoli

Di fronte a brutte esperienze o a contenuti ritenuti negativi, il 35% dei ragazzi intervistati adotta risposte passive, o ignorando il problema o sperando che si risolva da solo. Nel 25% dei casi non parlano con nessuno delle esperienze su Internet che li hanno turbati o fatti sentire a disagio, nel 27% dei casi risolvono il problema chiudendo semplicemente la pagina web o l’app che stanno leggendo/utilizzando. Il 22% ha risposto bloccando un contatto sui social network. Solo il 2% ha segnalato contenuti o contatti inappropriati ai gestori delle piattaforme. Ma con chi si affrontano i problemi riscontrati in Rete? I teenager si rivolgono agli amici (47%) e in percentuale minore ai loro genitori (38%).

Cosa succede alle caselle mail dopo la nostra morte? Il caso americano

L’argomento è macabro, siamo d’accordo. Ma è di stretta attualità in un’epoca in cui tutto scorre velocemente, non abbiamo tempo di pensare quasi a nulla che non sia l’immediato e soprattutto molto di quello che riguarda la nostra vita è anche nel mondo virtuale. Ecco perché la domanda “cosa succede alle nostre mail dopo la morte?” non è poi così balzana o inopportuna come potrebbe sembrare. Se lo è chiesta anche la scrittrice-avvocato Ephrat Livni in un articolo pubblicato da Quartz, testata specializzata in new economy, riporta Askanews. Le nostre mail, si interroga l’autrice, potranno essere lette dai familiari? Saranno accessibili a una persona scelta da noi quando eravamo in vita?

Il caso che ha fatto nascere il quesito

Negli Stati Uniti c’è un caso che ha fatto molto discutere e che ancora sta tenendo banco. Si tratta di una vicenda risalente all’ormai lontano 2009, dopo la morte improvvisa di Robert Ajemian, scomparso a 43 anni in un incidente in bicicletta. Siccome il defunto non aveva lasciato un testamento, i fratelli erano stati nominati per legge amministratori del patrimonio.

Le chiavi per accedere ai conti nascoste nelle mail

Per la gestione e la divisione delle proprietà del fratello morto, gli eredi avevano la necessità di accedere alle mail di un account Yahoo. La società ha però negato l’accesso, sostenendo che si sarebbe trattato di una doppia violazione: quella delle misure per proteggere la privacy contenute nello ‘Stored Communications Act’ (SCA, 21 ottobre 1986) e anche quella dei termini di servizio dell’azienda.

La sentenza dei giudici

Il caso è arrivato davanti al tribunale. I giudici si sono espressi: pur ribadendo che la riservatezza vada sempre mantenuta come principio, esiste però anche un interesse pubblico che può giustificare l’accesso alle mail. E’ appunto il caso di un defunto che non lascia testamento o volontà espresse in merito ai suoi averi. La Corte d’Appello del Massachusetts dello scorso 16 ottobre ha quindi deciso che l’esecutore testamentario può entrare nella posta elettronica del defunto per cercare di capire le sue volontà.

Violazione dei termini di servizio?

La questione, decisamente delicata, non si è però esaurita con questa sentenza. Resta ancora sul tavolo la violazione dei termini di servizio: Yahoo avrebbe il diritto di respingere una richiesta di accesso. In questo caso, servirà l’intervento di un tribunale ordinario per decidere come muoversi. Quello che accadrà potrebbe fare giurisprudenza anche per il futuro e diventare la “strada” per casi analoghi.

Chilogrammo, ampere & Co: le “vecchie” misure vanno in pensione

Dimenticate quello che abbiamo imparato sui libri di scuola, a cominciare dall’Abc delle misure. Perché anche quelle classiche che più classiche non si può, come il chilogrammo usato normalmente nella vita quotidiana a partire dalla cucina, invecchiano. E quindi vanno sostituite. La notizia, così come è, sembra incredibile, ma per gli addetti ai lavori era nell’aria già da tempo. E ora c’è anche una data: il sistema delle unità di misura che abbiamo utilizzato fino a oggi dovrebbe andare in pensione a maggio 2019.

Misure revolution

La rivoluzione in atto riguarda diverse misure fondamentali, e non riguarda solo il “solito” chilogrammo, comunque destinato a un totale restyling. Sono obbligati ad evolversi anche l’ampere, che misura la corrente elettrica, il kelvin che definisce la temperatura, e la mole che conta le molecole e gli atomi presenti in una sostanza. Il loro pensionamento, almeno nella forma in cui li abbiamo conosciuti finora, viene deciso nella conferenza dell’Istituto Internazionale Pesi e Misure.

Addio definizione astratte

Obiettivo di questo cambiamento epocale è avviarne la ridefinizione sulla base di costanti della fisica, anziché di definizioni astratte. Occorre “rimpiazzare gli attuali sistemi che definiscono le quattro unità con costanti fisiche universali e riproducibili da tutti, in modo da rendere accessibile la misurazione precisa ai laboratori di tutto il mondo, con ricadute non solo per la ricerca, ma anche per l’industria” spiegano gli esperti. Alla riunione partecipa anche il direttore scientifico Maria Luisa Rastello, dell’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica (Inrim). Questo è l’incontro preliminare prima della Conferenza generale sui pesi e le misure prevista nel corso di novembre 2018. Le nuove definizioni, invece, saranno rese note a maggio 2018.

La più grande ridefinizione degli ultimi 60 anni

Il sistema internazionale delle unità di misura risale a circa 60 anni fa, e da allora questa sarà la più grande ridefinizione mai effettuata. ”E’ importante perché alcune definizioni, in particolare quella del chilogrammo, sono basate su artefatti materiali, anziché su costanti fisiche, e questi non sono affidabili su scale di tempo molto lunghe” ha dichiarato all’Ansa Giovanni Mana, dell’Inrim, che ha contribuito alla ridefinizione del chilogrammo. Per esempio, ha precisato lo scienziato, ”è stato visto che le copie del cilindro di platino iridio conservato nell’Ufficio Internazionale dei Pesi e delle Misure di Parigi (considerato lo standard per impostare le misure che indicano il peso), non pesano più un chilogrammo ma un po’ di più, e questo non permette di replicare misure fatte 100 anni fa”.

Le regole per superare lo stress da rientro: insegna il brain trainer

Che siano le tradizionali vacanze estive o uno “stop” che ci si concede durante l’attività lavorativa, ritornare al solito tran tran può essere durissimo: secondo le stime, almeno un italiano su 10 manifesterebbe la “sindrome da rientro”, con sintomi come inappetenza, nervosismo e affaticamento. Tornare a casa e al lavoro può infatti provocare diversi disturbi, anche alla nostra mente.  Per contrastarli, e affrontare la realtà con una buona dose di serenità, arrivano i consigli del Brain Trainer che insegna come sconfiggere il problema e favorire la ripresa degli impegni quotidiani.

Oltre al corpo c’è la mente

Oltre ai classici disturbi fisici, che vedono il senso di affaticamento che tutti – o quasi – abbiamo provato a fine ferie, non è da sottovalutare lo stress della mente, coinvolta per prima nel disagio del ritorno a casa. “In vacanza, si annullano i vincoli, gli orari, i tempi stretti, o almeno si riducono drasticamente. Così il tempo perde la sua struttura e i ritmi fisiologici, psicologici e cognitivi si adagiano; concentrazione e rapidità non sono più attivi e vigorosi come prima, perdono di efficienza a vantaggio di uno stato psicologico di calma e rilassamento. E’ come se si attivasse una sorta di ‘pilota automatico’ mentale, tecnicamente chiamato ‘network di default’, una rete di neuroni che prende il controllo quando non siamo concentrati a fare qualcosa e induce quella condizione che ci permette di stare sdraiati un’intera giornata sotto l’ombrellone, lasciando che la nostra mente vada per conto suo” spiega il professor Giuseppe Alfredo Iannoccari, presidente di Assomensana.

Dare tempo al tempo

Per riprendere i soliti ritmi, “E’ necessario ripristinare la ‘griglia’ del tempo psicologico, ovvero ridare al cervello quella capacità di riorganizzare e gestire gli impegni in base al tempo disponibile. Allo scopo, occorre scrivere su carta tutte le attività da fare nelle prossime due settimane, iniziando dalle più importanti e urgenti fino ad arrivare a quelle che possono aspettare. Poi occorre pianificare tre attività da fare ogni giorno, al fine di ridare una struttura al tempo. In contemporanea, serve riattivare le funzioni mentali necessarie per ripartire alla grande: concentrazione, pianificazione e velocità di elaborazione delle informazioni sono le funzioni cognitive essenziali per ‘riavviare’ il sistema” spiega il brain trainer.

Esercizi in tre mosse

Ecco gli esercizi studiati dal brain trainer, da ripetere tre volte al giorno:

  1. effettuare 3 calcoli a mente: un’addizione, una sottrazione e una moltiplicazione. Unico avvertimento: i numeri devono essere a due cifre, tranne per la moltiplicazione dove il moltiplicatore può essere  ad una cifra
  2. scegliere 3 parole di 5-6 lettere e fare lo spelling al contrario
  3. prendere una parola qualsiasi e trovare 3 sinonimi e 2 contrari

Italia, 68 mila le imprese del benessere e del fitness. Roma, Milano e Napoli le prime

Italiani popolo di santi, poeti, navigatori e amanti del benessere e dello sport. Una tendenza dimostrata dai numeri: nel  nostro Paese sono infatti attive ben 68 mila imprese nel comparto fitness e bellezza in senso lato. E un sesto di queste si concentra in Lombardia.

Che business lo star bene

Sono 67.917 le imprese del settore, +1,8% in un anno trainate dalla crescita dei servizi di pedi-manicure, +11,4%. Prima è Roma dove si concentra il 7,8% delle attività italiane legate al fitness e benessere (5.294), specializzata per lo più in istituti di bellezza (2.591). Al secondo posto Milano (3.693), prima per centri benessere (462) e palestre (292), al terzo Napoli (3.001) che tallona Roma nelle attività del commercio specializzato (cosmetica, profumerie ed erboristerie) con 1.241.

Lombardia in ottima salute

In Lombardia, in base ai dati diffusi dalla Camera di Commercio di Milano, sono oltre 11 mila le imprese attive nel settore del benessere e fitness nel 2017. Un numero in aumento del 3,3% in un anno. Quelle lombarde rappresentano circa un sesto di tutte le imprese attive in Italia nel comparto, grazie anche alla presenza tra le prime dieci province italiane di tre lombarde: Milano con 3.693 imprese, il 5,4% nazionale, al secondo posto per attività dopo Roma (7,8%), Brescia sesta con 1.485 imprese e Bergamo settima con 1.304. La Lombardia pesa soprattutto nel settore delle palestre, raccogliendo il 21% delle attività italiane, nei centri benessere (30%) e nei servizi di manicure e pedicure (22,7%) e di bellezza (18%). Forte anche la presenza di imprese lombarde nel settore del commercio di prodotti macrobiotici e dietetici (183 sedi di impresa su 1.054 in Italia, il 17,4% del totale).

Il fitness provincia per provincia

A livello provinciale, analizzando il numero di aziende del settore, Milano è prima in regione con 3.693 imprese, il 32,8% lombardo e una crescita del 4,4% in un anno. Poi, per numero di attività, vengono Brescia (1.485 imprese e +1,8% tra 2016 e 2017), Bergamo (1.304, +3,2%) e Varese (1.004, +2,9%). Monza è quinta (861 imprese, +2,5%). Le crescite maggiori in un anno si registrano a Mantova (+5%) e Sondrio (+4,6%).

Crescono anche le imprese straniere

Le imprese straniere, sempre del comparto benessere e fitness, sono 1.226 nel 2017 in Lombardia, 5.316 in Italia. Crescono rispettivamente del +16,9% e +7,8%  rispetto al 2016.  Le imprese straniere pesano soprattutto a Milano dove sono ormai il 17,2% del settore, a Brescia (10,9%) e Como (9,4%) mentre crescono di più a Lecco (+53,8%), Pavia (+32,3%) e Bergamo (+24,7%).

Videocitofoni, l’Italia risponde presente

Il comparto dei videocitofoni è ampio e variegato, ma i prodotti più innovativi e interfacciati con altri servizi di un’abitazione ricadono senza dubbio nell’area della domotica, scienza che studia come migliorare la casa dal punto di vista tecnologico, della sicurezza e dell’efficienza energetica. Sinonimo di Domotica è casa intelligente, in cui sono implementate tecnologie per convertire i vecchi impianti, migliorare la sicurezza e la qualità della vita.

Stando ad alcuni dati forniti da Delta Dore, nel 2014 gli acquisti che hanno riguardato la domotica, quindi l’installazione di sistemi intelligenti di comunicazione, sicurezza, climatizzazione e impiantistica ha coinvolto circa 100mila abitazioni, generando un fatturato di 440 milioni di euro. L’incremento sul 2013 è stato del 28%. Ricadono nella domotica un nuovo sistema di gestione della piscina, o un impianto che generi acqua calda sanitaria e o uno che governi l’irrigazione del giardino. Ad ogni modo, il 60% di interventi di domotica nelle abitazioni italiane è connessa al miglioramento degli impianti elettrici, mentre i sistemi integrati conservano una quota del 32%.

I videocitofoni vanno compresi a buon diritto nell’area di automazione dedicata alla sicurezza. Rappresentano l’evoluzione del vecchio citofono, assolvendo a un’esigenza di sicurezza abitativa degli italiani. Fin dalla sua comparsa sul mercato, il videocitofono ha avuto nella videocamera la principale innovazione tecnica, che permette di vedere in tempo reale con chi si sta parlando, amplificando la sensazione di controllo. Oggi il videocitofono cessa di essere un impianto; con internet e il wi-fi diventa un sistema in dialogo con altri elettrodomestici di una casa intelligente, a partire dalla televisione su cui proiettare le immagini. Immagini che possono essere riprodotte da videocitofoni installati anche lontano da essa.

E ci sono anche le aziende italiane a giocare la partita dei videocitofoni, impegnandosi nell’innovazione e nella qualità del prodotto. Si studiano pulsantiere esterne antivandali, una migliore nitidezza dei monitor display, un nuovo design complessivo con livree personalizzabili ein sintonia con il resto dell’arredo. Parte dell’innovazione sta anche nel ridurre al minimo la complessità delle installazioni, tanto che alcune aziende del made in Italy usano la promise dell’installazione senza opere murarie.

Attualmente, sul mercato, esistono modalità di acquisto dell’impianto di videocitofono capaci di far risparmiare l’utente. Il primo è legato alla detrazione fiscale Irpef del 50% della spesa. Il videocitofono, in questo senso, viene equiparato a una spesa di ristrutturazione. Il rimborso si verifica nel corso di dieci anni e tramite compensazioni Irpef (quindi l’abbassamento o cancellazione di altri importi dovuti). Inoltre, sull’acquisto dei videocitofoni vige il regime di iva agevolata al 10%, anziché al canonico 22% di aliquota

Advertising, la pasta italiana si affida all’endorser ludico

Le campagne pubblicitarie si affidano ancora all’endorsement dei personaggi famosi per veicolare i loro messaggi. L’endorser, che per una serie di errate traduzioni in Italia si identifica con la figura del testimonial (nella tradizione anglosassone non è una celebrità ma una persona qualunque, la signora che rifiuta di scambiare il suo detersivo con un altro), rimane funzionale soprattutto nello spot televisivo e nei video pensati per il web. Un personaggio famoso, popolare e amato può far rimanere nella mente del consumatore un determinato prodotto, può consigliare usi nuovi di quel prodotto, trasmettere fiducia al consumatore o trasferire alcuni valori che lo caratterizzano al prodotto o all’azienda pubblicizzati.

In un settore importante come quello della pasta, che nel 2016 ha raggiunto un fatturato di quasi 4,5 miliardi di euro in Italia, la figura dell’endorser assume un ruolo particolare. Analizzando alcune campagne pubblicitarie dei principali brand operanti in Italia, si nota l’ampio ricorso all’ironia, agli aspetti ludici del messaggio e alla simpatia. La credibilità della persona famosa, che un tempo certificava il prodotto pubblicizzato, oggi è messa al servizio del sorriso, di quel sentimento positivo che può attivare associazioni favorevoli durante l’acquisto.

Tutto è iniziato nel 2002, quindi un po’ di tempo fa. Divella, azienda pugliese che detiene una quota di mercato dell’8,1% in Italia (Fonte Iri –Sole 24 Ore, dati riferiti al 2014), selezionò come endorser per la sua campagna pubblicitaria una figura celebre, mitica e senza tempo come quella di Totò. Gli spot ebbero molto successo sia in Italia che nei circuiti internazionali, sdoganando i temi dell’allegria e della risata connessi a questa tipologia di bene. Da allora il binomio pasta – ironia si è ripetuto più volte, fino ad alcune campagne attualmente on air.

Viene in mente, ad esempio, la scelta di De Cecco, azienda con sede a Pescara e una quota di mercato del 12,3% in Italia. Nel 2013 De Cecco ha mandato on air in tv e web lo spot “I segreti della buona pasta”, interpretato dal’attore e regista Michele La Ginestra. Il grande pubblico ricorderà La Ginestra soprattutto per la partecipazione alla popolare serie tv I Cesaroni. Nello spot, focalizzato sull’atto del preparare un piatto di pasta, domina l’ironia, il sorriso e la simpatia dell’endorser, mentre tutto il resto, dagli arredi, al condimento, risulta evanescente e piatto.

Leggermente diversa appare la scelta di Voiello, che sempre secondo i dati Iri – Sole 24 Ore deteneva nel 2014 una quota di mercato del 2,9% in Italia. In questo 2017 l’azienda partenopea si è affidata all’endorsement di Antonino Cannavacciuolo, noto chef che imperversa nelle più importanti trasmissioni di cucina. In questo caso l’endorser mantiene la originaria funzione di esperto che genera fiducia e rafforza l’indicazione geografica della marca. Vale la pena notare, tuttavia, che Voiello ha scelto uno dei più simpatici chef sulla scena, quindi il riferimento agli aspetti ludici dello stare a tavola (e in cucina) è esplicito. E anche Barilla, leader del mercato italiano con una quota del 32,1% (sempre riferendoci al 2014), sta declinando sempre più l’endorsement dell’attore Nicola Favino in chiave divertente e allegra.