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Acquisti online: nel 2022 spesa stimata a 46 miliardi

Nell’ultimo trimestre 2022 sono 33,3 milioni gli italiani che hanno acquistato online, +9,6 milioni rispetto al periodo pre-pandemia, con un trend che proietta per il 2022 una crescita del +14%, per un valore di 45,9 miliardi di euro. Con questi risultati la penetrazione dell’online sul totale acquisti Retail di prodotti e servizi nel corso dell’anno dovrebbe superare l’11%. Lo indica l’ultima indagine dell’Osservatorio eCommerce B2C Netcomm – School of Management del Politecnico di Milano, che evidenzia come grazie ai segnali di ripresa già evidenziati lo scorso anno gli acquisti di prodotto hanno segnano un +10% rispetto al 2021, arrivando a 40 miliardi, mentre i servizi valgono 11,9 miliardi, +28% rispetto al 2021.

Il Food&Grocery si conferma il comparto più dinamico 

Fra i prodotti, i settori più maturi rallentano il proprio percorso di crescita, come l’Abbigliamento (+10% rispetto al 2021) e l’Informatica & Elettronica di consumo (+7%), mentre il Food&Grocery si conferma il comparto più dinamico anche nel 2022, con una crescita del +17% anno su anno. Quanto al mercato dei servizi, seppur ancora lontano dal valore 2019, cresce in seguito ai risultati incoraggianti del Turismo e trasporti (+33%) e degli Altri servizi (+35%), soprattutto grazie alle performance molto positive del Ticketing per eventi.

Lo smartphone è il device preferito per lo shopping online 

Secondo l’Osservatorio eCommerce B2C a prevalere sono gli acquisti con sistemi di pagamento digitale al momento dell’ordine, che rappresentano quasi il 90% del totale, mentre scende l’uso di contante o bonifico, sia online sia nei negozi fisici.
Lo smartphone si conferma come il device preferito per fare acquisti online: nel 2022 il 55% del valore e-commerce, un dato in linea con l’anno passato, passa attraverso questo canale.
“Siamo ormai andati ben oltre l’accezione dell’e-commerce inteso come ‘shopping online‘ – ha commentato Roberto Liscia, Presidente di Netcomm -. Stiamo vedendo come questo settore abbia un impatto decisivo, non tanto in termini di penetrazione sul totale retail, bensì in quanto volano indispensabile per lo sviluppo dell’economia italiana”.

Oggi l’e-commerce è un vero e proprio ecosistema

“Per questo l’e-commerce rappresenta oggi un vero e proprio ecosistema, e come tale va trattato e regolamentato, secondo un approccio che tenga conto sia del contesto globale nel quale le imprese italiane operano, sia delle peculiarità che caratterizzano lo scenario digitale globale – ha aggiunto Roberto Liscia -.
Siamo di fronte a un momento storico decisivo per la trasformazione dei modelli di business delle aziende, che devono rispondere con prontezza alle esigenze dei consumatori italiani, sempre più digitali, che non sono disposti a tornare indietro, ma che, anzi, chiedono un’esperienza di acquisto sempre più su misura”.

La crescita di un paese? Oggi si basa sull’accesso a Internet

Tre lavoratori italiani su quattro pensano che avere un accesso internet veloce e affidabile sia essenziale per la crescita economica futura e per fare sì che la popolazione sia ben informata e formata e il 40% della forza lavoro italiana fa affidamento sulla connessione internet domestica per lavorare da casa o gestire la propria attività. Sono solo due delle evidenze emerse dall’edizione 2022 del Broadband Index di Cisco, uno studio condotto ogni anno su quasi 60.000 lavoratori di trenta Paesi (fra cui l’Italia) chiamati a rispondere sulla qualità della banda larga domestica. In sintesi, secondo l’analisi la crescita sociale ed economica di un Paese è legata a doppio filo con un accesso universale, affidabile e veloce a internet.

Qualità e affidabilità 

Secondo l’indagine Cisco, il 71% dei lavoratori italiani (75% a livello globale) ritiene che i servizi in banda larga debbano essere migliorati per supportare un modello di lavoro ibrido di qualità, mentre il 73% pensa che sia importante la qualità e l’affidabilità della connessione internet. Per comprendere quanto una connessione ad alte prestazioni sia rilevante, basti pensare che il 79,5% del campione italiano ha dichiarato di fare un utilizzo casalingo di internet in banda larga per più di 4 ore al giorno, e il 49% addirittura per 7 ore o più. Percentuali che sono di poco inferiori a quelle registrate a livello globale, dove otto utenti su 10 (l’84%) usano la connessione in banda larga domestica per più di quattro ore, e il 54,6% per più di 7 ore. Il Broadband Index 2022 di Cisco ha fatto emergere anche altri elementi interessanti. Come ad esempio il fatto che nel 56% dei nuclei familiari di cui fanno parte gli interpellati, tre o più persone usano internet contemporaneamente (il 60% a livello globale). Per far fronte a queste necessità di connessione il 42% afferma di usare qualche tipo di tecnologia mobile, compreso l’uso dei propri smartphone come hub verso la rete 4G o 5G, mentre il 28% usa la banda larga su fibra ottica. Non solo: il 34% degli interpellati italiani (e il 43% a livello globale) prevede di fare nei prossimi 12 mesi un “upgrade” dei servizi internet di cui dispone, per poter così disporre di un livello di connessione più avanzato.

Connettività in sicurezza

La connettività è sempre più importante anche per quelle piccole realtà che non hanno a disposizione le stesse risorse delle grandi aziende, dato che secondo lo studio il 40% della forza lavoro italiana (e il 48% a livello globale) si affida alla connessione internet domestica quando deve lavorare da casa o per gestire la propria attività. Ed anche la sicurezza è vitale per il lavoro ibrido, dal momento che questo modello professionale richiede di accedere a applicazioni, servizi e dati da più luoghi e device, su reti pubbliche o private. Le persone ne sono consapevoli, al punto che oltre la metà a livello globale dichiara che sarebbe disposta a pagare di più per una connessione internet in banda larga “più sicura”.

Aeroporti italiani, persi 113 milioni di viaggiatori sul 2019

Il settore del traffico aereo, unitamente a quello del turismo, è stato uno dei comparti maggiormente colpiti dai due anni di pandemia. Non ci si può stupire, pertanto, che gli aeroporti italiani abbiano chiuso il 2021 con 80,7 milioni di passeggeri e una contrazione del 58,2% sul 2019, ultimo anno non interessato dalla pandemia, quando il numero dei viaggiatori ha superato quota 193 milioni. Un consuntivo in crescita del 52,4% sul 2020, ma pur sempre segnato da una profonda crisi con 113 milioni di passeggeri persi rispetto al 2019. I gravi effetti della crisi pandemica si sono manifestati almeno fino a maggio 2021. Nei primi 5 mesi dello scorso anno, il traffico negli scali nazionali ha segnato una contrazione dell’86% rispetto al 2019, attestandosi a valori prossimi a quelli osservati nella primavera 2020, durante i mesi di lockdown generalizzato.  I primi deboli segnali di ripresa si sono registrati solo a giugno 2021, -65% sui livelli pre-Covid, per poi rafforzarsi nella seconda metà dell’anno, con -38% rispetto al secondo semestre 2019.

Meglio il traffico nazionale di quello internazionale 

La nota diffusa da Assoaeroporti, che riunisce le società di gestione degli scali del nostro paese, evidenzia però un parziale recupero del segmento nazionale che nel 2021 mostra un -35,1% sui volumi pre-pandemia. Situazione più difficile invece per il traffico internazionale, che si attesta ad un -70,4%, evidenziando così una ripartenza del comparto a due velocità.

Come è cambiata la distribuzione del traffico

Il fenomeno descritto ha inoltre modificato la distribuzione del traffico negli aeroporti italiani, con gli scali delle Isole che, beneficiando del turismo nazionale, registrano segnali di ripresa maggiormente evidenti rispetto alla media di sistema. Recuperano infatti più velocemente, soprattutto nella seconda parte dell’anno, i livelli del 2019. Stentano invece a ripartire gli aeroporti a forte vocazione internazionale e intercontinentale, a causa del mantenimento delle restrizioni per i viaggi Extra UE. I movimenti aerei registrano una contrazione meno marcata rispetto al traffico passeggeri: nel 2021 sono stati circa 950 mila, con un calo del 42,4% sul 2019 (+34,7% sul 2020) a conferma dell’utilizzo da parte dei vettori aerei di aeromobili di minore capienza.

Incoraggianti i risultati per il traffico merci

C’è più ottimismo per quanto riguarda il traffico merci. I volumi movimentati per via aerea raggiungono i livelli del 2019, +0,2%, e l’intero segmento cargo, incluso l’avio camionato, che si attesta a 1 milione di tonnellate, pari al -1,9% rispetto ai livelli pre-Covid (+28,6% sul 2020), con quasi il 70% delle merci transitate per lo scalo di Malpensa.

Vendere casa nel 2021. I cambiamenti del mercato immobiliare italiano

La pandemia ha sicuramente introdotto o accelerato molti cambiamenti nelle scelte e nelle abitudini degli individui, e ha avuto, e sta tuttora avendo, effetti e conseguenze anche sul settore immobiliare.
Nell’ultimo anno sono molti gli italiani che hanno deciso di vendere la propria casa, in particolare nelle grandi città. Per comprendere i cambiamenti che hanno interessato il processo di vendita di una casa nel 2021, BVA Doxa ha condotto una ricerca per Casavo, la piattaforma che ha digitalizzato le fasi del processo di compravendita immobiliare. 

Le motivazioni che spingono alla vendita

Fra chi ha venduto una casa dopo la pandemia, la maggioranza l’ha fatto perché ha scelto di cambiare abitazione. Tra le motivazioni più frequenti, la scelta di spostarsi in un’abitazione più consona alle nuove esigenze emerse nel corso della pandemia è al primo posto, con il 36% delle risposte, seguita dalla ricerca di liquidità (29%), la messa in vendita delle case ereditate (24%), e dal desiderio di cambiare città o quartiere (21%). In generale, l’esigenza di cambiare la propria abitazione per rispondere alle nuove necessità è comunque la motivazione più diffusa, se si considera che il 62% di chi ha venduto una casa ne ha contestualmente acquistata un’altra. 

Tipologie di abitazione

Le tipologie di casa più vendute o messe in vendita sono il trilocale (37%) e il bilocale (30%), ma si registrano anche eccezioni, come a Torino, Bologna e Firenze, dove la vendita di bilocali rimane sotto la media (23%). La vendita riguarda per tre abitazioni su quattro appartamenti condominiali, seguiti da case indipendenti, monofamiliari o villette singole.    

I canali di vendita

La mediazione di un operatore immobiliare per la vendita della propria abitazione rimane la scelta preferita dalla maggioranza degli italiani. Chi vende casa sceglie l’operatore immobiliare soprattutto per la visibilità che può garantire nel processo di vendita (40%), per la professionalità (36%) e per le attività di assistenza e consulenza (33%). 
“L’esperienza vissuta negli ultimi 14 mesi ha modificato profondamente il modo in cui gli italiani vivono e percepiscono la casa, ed è infatti in forte crescita il numero di persone che vorrebbe cambiarla perché la considera non più adatta alle proprie necessità – afferma Andrea Tozzi, Senior Research Manager in BVA Doxa -. Non a caso, al primo posto fra le motivazioni di vendita abbiamo il desiderio di vivere in una casa maggiormente in linea con le proprie nuove esigenze abitative”.

Il Video Entertainment decolla e supera 1,3 miliardi

Il mercato italiano del Video Entertainment negli ultimi 12 mesi ha oltrepassato quota 1,3 miliardi di euro, e la sua componente principale è rappresentata dalla spesa dei consumatori (61%). A differenza di qualche anno fa, in cui la raccolta pubblicitaria era la prima fonte di remunerazione, la fruizione di contenuti in abbonamento o in acquisto singolo sfiora i 3 miliardi di euro, +21% sul 2020.  A fruire digitalmente di contenuti video sono 4 internet user italiani su 5 (+7%) e 1 su 2 dichiara di farlo anche a pagamento. E’ questo uno sviluppo che ha mutato profondamente la filiera produttiva e distributiva, aprendo a nuovi scenari competitivi. Si tratta di alcune evidenze emerse dall’Osservatorio Digital Content della School of Management del Politecnico di Milano.

Più di 800 milioni di euro spesi per fruire di contenuti premium

Nel 2021 gli italiani hanno speso poco più di 800 milioni di euro per fruire di contenuti premium, +39% rispetto al 2020, quando il tasso di crescita era stato addirittura del +62%. La quasi totalità della spesa del consumatore italiano proviene dalla sottoscrizione di abbonamenti a piattaforme distributive (SVOD), mentre il modello TVOD, basato su acquisto o noleggio di singoli contenuti, seppur in crescita, genera una piccola percentuale della spesa complessiva.
Torna poi a crescere anche la raccolta pubblicitaria (ADV) associata alla distribuzione dei video d’intrattenimento. Dopo un 2020 di sostanziale stasi nel 2021 si registra infatti un incremento del +11% dell’advertising, per un valore complessivo di circa 510 milioni di euro. 

Le sfide per i player del settore

Si tratta di un mercato ancora in forte espansione che non ha terminato il suo percorso evolutivo, e lo scenario continuerà a mutare in virtù delle sfide che i player dovranno affrontare nel prossimo futuro. Alcune sono di carattere endogeno, legate all’evoluzione dell’offerta, dei modelli di business, e allo sviluppo tecnologico. Un esempio, è il continuo ingresso sul mercato di nuovi player OTT generalisti, con un’offerta verticalizzata, o l’ampliamento dell’offerta di player esistenti su determinati contenuti. Inoltre, si assiste a un rafforzamento nel paniere di consumo dei video d’intrattenimento condivisi sui social, in particolare dei contenuti User Generated Content (UGC).

Un mercato in mutamento

Nascono poi nuovi modelli di business volti a riproporre la logica di programmazione lineare applicata alla distribuzione in streaming, e cresce l’attenzione alla User Experience (UX), con investimenti in contenuti interattivi, esperienze personalizzate e funzionalità di visualizzazione sociale e condivisa (co-viewing o social-viewing). Tra le variabili esogene, il passaggio al nuovo digitale terrestre per la trasmissione dei canali TV consentirà un cambiamento delle abitudini di consumo degli italiani verso un approccio di fruizione on-demand sulle piattaforme OTT. Inoltre, il lancio del 5G, migliorando le performance di rete, contribuirà sia a rafforzare la fruizione digitale di contenuti video su dispositivi mobili sia a rafforzare le potenzialità e la diffusione del live streaming.

Arriva la certificazione della parità di genere

I dati statistici in Italia mostrano un tasso di partecipazione delle donne al mondo del lavoro inferiore rispetto alla media europea, in cui persiste e si amplifica ulteriormente la ‘child penalty’. Inoltre, da quanto emerge dal Rapporto annuale dell’Osservatorio mercato del lavoro e competenze manageriali di 4.Manager, a oggi le posizioni manageriali femminili sono solo il 28% del totale. Uno scenario aggravato dalla pandemia, che ha avuto l’effetto di rallentare il processo di superamento del gender gap nel mercato del lavoro. Dal 1° gennaio 2022 però entra in vigore la nuova legge sulla parità retributiva, che istituisce per le aziende la ‘certificazione della parità di genere’ e lo sgravio contributivo per chi ne è in possesso.

I numeri delle posizioni manageriali femminili

Nel 2020, il tasso di partecipazione delle donne al mondo del lavoro è stato del 53,1 %, con un divario di genere del 19%.  Nelle posizioni manageriali femminili i numeri mostrano uno scenario altrettanto difficile: su 605mila posizioni solo il 28% è affidato a figure femminili (fonte Inps), quota che si riduce al 18% per le posizioni regolate da un contratto da dirigente, ferme allo 0,3% da 10 anni. L’analisi condotta dall’Osservatorio su un campione di circa 17mila imprese indica che l’83,5% è a conduzione maschile, il 12,2% a conduzione femminile e il restante 4,3% a conduzione paritaria. Le imprese dove la conduzione femminile è più diffusa sono Pmi e microimprese, e si concentrano soprattutto al Sud e nelle Isole. Quanto ai settori, Manifatturiere (52,9%), Sanità e Assistenza Sociale (29,8%).

Contrastare la disparità significa soprattutto affrontare gli stereotipi di genere

Degli oltre 44mila consiglieri aziendali solo il 19% è donna, e la carica di Presidente e AD è affidata a una donna solo nel 12% dei casi. Per l’Amministratore unico, la percentuale femminile sale al 22,5% ed è legata a una più ridotta dimensione aziendale. Per gli intervistati contrastare la disparità di genere significa soprattutto affrontare ‘Gli stereotipi di genere’ (69,6%), ‘Il gap retributivo’ (58,9%) e ‘Il basso numero di donne nelle posizioni di potere’ (57,4%). Le leve aziendali da manovrare per mitigare il gap di genere sono lo stile di leadership, il modello organizzativo, il people management, il welfare aziendale.

Stanziati 10 milioni di euro per il Fondo impresa Donna

Il Pnrr però, riporta Adnkronos, favorirà l’ingresso al lavoro e percorsi di carriera delle donne finalizzati all’assunzione di ruoli di responsabilità. La valutazione di alcuni strumenti contenuti nel Piano ha restituito la seguente graduatoria: promozione e sostegno all’avvio di attività imprenditoriali femminili, sostegno alla realizzazione di progetti aziendali innovativi per le imprese a conduzione femminile o prevalente partecipazione femminile, creazione del Fondo impresa Donna, il sistema nazionale di certificazione della parità di genere, per il quale il Pnrr ha già stanziato 10 milioni di euro.

A fine 2021 i consumi aumenteranno di 60 miliardi di euro

Fuori a fare shopping. Sembra essere questo i desiderio degli italiani che, lasciati alle spalle i lunghi mesi di limitazioni imposti dal Covid-19, hanno ritrovato la voglia di spendere per fare acquisti, soprattutto nei punti vendita fisici. Non solo: le finanze ci sono, eccome. Sono 4,5 milioni gli italiani che, forti di redditi rimasti intatti e di risparmi forzosi dovuti all’impossibilità di poterli utilizzare durante la pandemia, ora sono pronti a spendere per i consumi più di quanto facessero nel periodo pre-Covid. Usciti dall’emergenza, il 57,2% degli italiani tornerà a spostare soldi dal risparmio ai consumi, per andare oltre le scarsità imposte dal periodo recente. Più la paura allenta la presa, più crescono le tigri del consumo.

Il rimbalzo dei consumi

In base ai dati presentati dal 2° Rapporto Censis-Confimprese, l’associazione che raggruppa gli operatori del retail, si scopre che alla fine dell’anno la spesa per consumi delle famiglie supererà la cifra record di 1.000 miliardi di euro. Nel secondo trimestre del 2021 i consumi degli italiani si sono già ripresi del 14,2% rispetto allo stesso periodo del 2020 (33 miliardi in più), con una netta inversione di tendenza rispetto al -5,4% registrato nel primo trimestre dell’anno. L’incremento a consuntivo d’anno ammonterà a 60 miliardi in più rispetto all’anno scorso, un tesoretto prezioso per rivitalizzare l’economia reale. Complessivamente la pandemia ha bruciato dieci anni di crescita dei consumi. Ma, se non ci saranno nuovi stop sanitari, a Natale si prevedono almeno 9 miliardi di spesa in più rispetto alle festività dell’anno scorso.

Il ritorno nei negozi “veri”

Sempre il report evidenzia che gli italiani sono pronti a tornare a fare acquisti nei negozi, forse perchè saturi di una sovrabbondanza di interazioni digitali nelle loro vite. Il 51,9% non sopporta più gli incontri da remoto per il lavoro, lo studio o le relazioni interpersonali. Il 52,8% ritiene che il digitale sia eccessivamente presente nelle proprie vite e che ora c’è bisogno di un riequilibrio con il mondo fisico. Il 65% (il 77,4% tra i giovani) vuole tornare a trascorrere tempo fuori casa per incontrare gli amici, mangiare insieme, divertirsi, fare shopping. Probabilmente per tutte queste ragioni il 64% degli italiani ha nostalgia degli acquisti nei negozi fisici, nei centri commerciali, nelle piazze dello shopping, anche riducendo il ricorso all’e-commerce. Lo dicono di più le donne (67,6%) e le persone benestanti (69,8%). La normalità per gli italiani è fatta anche di shopping fisico, da cui traggono emozioni e benessere. 

Caffè e sport, abbinata vincente

Dopo il successo della delegazione azzurra alle Olimpiadi di Tokyo, che ha fatto incetta di medaglie battendo ogni record, si accende ancora di più la voglia di dedicarsi allo sport. In questo contesto, c’è una buona notizia per tutti gli atleti che amano oltre all’attività fisica anche l’aroma del caffè: secondo i risultati di una meta-analisi di 21 studi, la caffeina può avere un effetto benefico sulla resistenza muscolare, soprattutto nell’esercizio aerobico. 

Mai senza caffè

Uno studio recentemente riportato dall’ISIC (Institute of Coffee Scientific Information) ha confermato i superpoteri del caffè. Lo studio mostra che, sulla base delle ultime prove scientifiche, la caffeina ha proprietà bioattive e proprio in virtù di queste caratteristiche vanta effetti positivi sulle prestazioni sportive. La conclusione è il frutto di un’ampia meta-analisi di 21 studi pubblicati sul British Journal of Sports Medicine, secondo cui la caffeina può apportare molteplici benefici alla performance atletica. Migliora la resistenza muscolare e sembra avere un maggiore effetto positivo sull’attività aerobica piuttosto che su quella anaerobica. ISIC inoltre, evidenzia come la letteratura scientifica abbia già dato ampio riscontro sui molteplici benefici del caffè e della caffeina nell’attività agonistica, sia in relazione agli effetti positivi sull’organismo, sia allo sport praticato. Dato confermato anche dal dottor J.W. Langer, esperto in nutrizione e docente di farmacologia medica presso l’Università di Copenaghen: “Quando si parla di caffè e della caffeina, i risultati sono chiari in relazione agli sportivi: la caffeina può contribuire a migliorare le prestazioni. Molti studi dimostrano che gli atleti che consumano caffeina prima di una gara o di un evento sportivo sono in grado di andare più veloci, durare più a lungo e recuperare più rapidamente rispetto a chi non ha questa spinta in più. Ciò vale soprattutto nelle attività di resistenza, come la corsa a lunga distanza”.

Sport e prestazioni dopo… un caffè

Sono tanti i superpoteri del caffè, diversi anche a seconda dello sport praticato. In generale, rivela lo studio, un’assunzione bassa o moderata di caffeina (ovvero 3-5 tazze al giorno) prima o durante l’esercizio può aiutare a migliorare alcune funzioni cognitive fondamentali nello sport, in particolare i livelli di energia, l’umore, i tempi di reazione e la memoria. Ancora, migliora le prestazioni dei corridori maschi fino al 2% e potenzia le performance nel mezzofondo: secondo uno studio su un gruppo di corridori dilettanti, l’assunzione di integratori a base di caffeina in una corsa di 5 km produce maggiori benefici rispetto a un placebo. C’è anche una buona notizia per i calciatori:  la caffeina, assunta dai 5 ai 60 minuti prima dell’allenamento, potrebbe produrre importanti benefici nei giocatori, in particolare nel salto, nello sprint e nella distanza, così come migliorare il tempo di esaurimento, l’altezza del salto in contro movimento e la percezione dello sforzo. Queste evidenze dimostrano come sia fondamentale continuare a indagare sulla relazione tra sport e caffè.

Una ricerca di Fiera Milano Media sullo smart working

Lo smart working rimane un caposaldo delle strategie di business anche per il futuro, anche se l’impresa del nostro Paese sembra rimanere molto più propensa all’outsourcing anziché all’investimento di risorse per lo sviluppo e l’innovazione e l’automazione della propria attività. È questa la fotografia che emerge dal report Business Leaders Survey, realizzato da Business International-Fiera Milano Media tra aprile e maggio 2021 su un campione di oltre 200 direttori finance, HR, procurement, sales, marketing e del risk management attivi in alcune delle più importanti società di medie e grandi dimensioni operanti in Italia.

Il 48% lo vuole mantenere stabilmente anche per il futuro

Secondo il 40% degli intervistati lo smart working è stata la principale misura di contrasto adottata contro gli impatti del Covid-19, e su cui un ulteriore 25% dichiara di voler puntare nei prossimi mesi, mentre il 48% ammette di volerlo mantenere stabilmente come modello lavorativo anche per il futuro. Ovviamente la cassa integrazione straordinaria ha avuto un ruolo importante nel superamento delle difficoltà, come conferma il 17,5% degli intervistati. Quello che però stona è il fatto che sebbene solo il 5,5% delle aziende ha bloccato gli investimenti nel 10% dei casi le società hanno preferito esternalizzare l’ottimizzazione dei propri processi operativi piuttosto che provare a puntare sull’innovazione, l’automazione e la robotizzazione dei propri servizi, su cui si è impegnato solo l’1%.

Resilienza, flessibilità e tolleranza allo stress le qualità cruciali per il successo

Il 6% degli intervistati dichiara poi che la sua società ha cambiato il proprio modello di business per fronteggiare le criticità proposte dalla pandemia, mentre nei prossimi mesi il 13% prevede questo intervento, e gli intervistati che dichiarano di voler implementare soluzioni di robotizzazione e automazione salgono all’8,5% (+850%). Valori in aumento che però non bastano a consentire una reale ondata di cambiamento. Nel 24% dei casi l’attenzione sull’outsourcing continuerà infatti a essere focalizzata anche nei prossimi mesi.
In ogni caso, il 23,7% pensa che anche per il futuro resilienza, flessibilità e tolleranza allo stress saranno qualità cruciali per il successo, mentre creatività, originalità e iniziativa risultano al secondo posto (16.3%).

Ancora attenzione a distanziamento sociale e riorganizzazione delle attività

L’attenzione è ancora su distanziamento sociale e necessaria riorganizzazione delle attività, riporta Italpress, e pone Team work e time management (10%) in terza posizione, seguiti poi a pari merito da formazione e apprendimento continuo (9%) e Critical thinking e predictive analytics (9%).  In fondo alla classica si trovano proprio quelle competenze tecniche che le aziende faticano a trovare sul nostro mercato, come data analysis e innovazione (8,7%), technology use/design, computational thinking & programming (2,7%). L’ultimo aspetto rilevato dalla ricerca sullo smart working è il fatto che skill come leadership e social influence (8%), problem solving (7,6%) e Intelligenza emotiva (4,8%) risultano in fondo alle competenze desiderate dai C-level per affrontare i prossimi mesi.

Le nuove prospettive dei Millennials dopo un anno di Covid

La pandemia ha cambiato radicalmente le esigenze di lavoratori e studenti: più di un anno passato fra lockdown alterni, smart-working e DAD ha costretto i Millennials a rivoluzionare gran parte delle abitudini. E cercare un nuovo inizio provando a cambiare lavoro, casa, ambiente, città, pianificare un viaggio, breve o lungo che sia, li aiuta a concentrarsi sempre più sulla qualità della vita, mettendo in secondo piano vecchie abitudini e sicurezze. Housing Anywhere, la piattaforma globale di affitto di alloggi per studenti e giovani professionisti, ha condotto un sondaggio online per evidenziare l’impatto che la pandemia ha avuto sulle abitudini dei Millennials, i nati tra il 1981 e il 1996.

Cambiare città o adattare l’abitazione a nuove esigenze?

I dati mostrano che circa il 71,5% degli intervistati non è più interessato a vivere nella stessa città in cui lavora o studia, preferendo di gran lunga pensare alla qualità della vita e ai servizi che altri luoghi, magari meno metropolitani, possono offrire. La vita tra le mura di casa poi si è completamente trasformata, tanto che il 43% degli intervistati a causa del lockdown ha avvertito per la prima volta la necessità di avere a disposizione spazi open-air magari circondati dalla natura, rivalutando quindi la presenza di balconi, giardini e parchi nelle vicinanze. Parallelamente, la stessa percentuale ha dichiarato di aver provato a rendere più vivibile la propria abitazione, adattandola alle nuove esigenze. Solo una piccola parte degli intervistati (14%), sembra non aver avvertito alcun bisogno di cambiamento.

Le priorità della new-normality

La dimensione casalinga è quindi diventata una priorità, tanto da portare molte persone a decidere di stravolgere i propri spazi abitativi e tante altre a cambiare radicalmente casa, spostandosi in altri quartieri o città più adatte alla new-normality. I dati raccolti da Housing Anywhere riflettono proprio questo desiderio di cambiamento, con il 71% degli intervistati che dichiara di aver cambiato casa poiché aveva bisogno di spazi più grandi. Ma, nonostante la flessibilità data dallo smart working e della didattica a distanza, e nonostante il forte desiderio di spostarsi altrove, il 72% degli intervistati non ha avuto la possibilità di spostarsi dalla città di domicilio per brevi periodi di tempo. Questo, a causa dei termini di affitto imposti dai proprietari di casa o da clausole contrattuali di disdetta troppo restrittive. D’altronde, è raro per la maggior parte degli italiani potersi permettere il costo di due affitti contemporaneamente.

Pianificare un cambio di direzione per riguadagnare il tempo perduto

I cambiamenti e le incertezze a cui siamo tutti stati sottoposti nell’ultimo anno e mezzo hanno avuto un impatto forte anche sulle prospettive di vita dei Millennials. Se da un lato il 43% ha dichiarato di sentirsi diverso da prima senza sapere bene come affrontare la vita con la nuova normalità, dall’altro, il 72% ha mostrato impegno e volontà nel cambiare la propria situazione provando a trovare un nuovo lavoro o pianificando un cambio di direzione per riguadagnare il tempo perduto in un anno di pandemia. Bisognerà quindi darsi da fare per riacquisire l’ottimismo perso e ricominciare la vita. Il 29 % dei Millennials è già sulla buona strada, dichiarando la propria propensione a grandi e piccoli progetti di viaggio, incuranti del budget o delle limitazioni lavorative o di studio.