Archivio Autore: Silvano Sonnecchia - Pagina 2

Brand reputation, Ferrero, Pirelli, Armani, Barilla e Lavazza al top

Quali sono i cinque ambasciatori della reputazione dell’Italia nel mondo? Ferrero, Pirelli, Giorgio Armani, Barilla e Lavazza. In particolare, Ferrero, con il 19° posto, si conferma l’azienda italiana più reputata al mondo, e la prima, a livello globale, nel settore alimentare. Nel settore del Food and Beverage ottimi risultati anche per Barilla, al 31° posto, e per Lavazza, 38°, un balzo di 11 posizioni rispetto all’anno passato. In pratica, nella categoria delle imprese alimentari, tre delle prime quattro al mondo sono aziende italiane.

La Global RepTrak 100, una fotografia mondiale sulla reputazione

Completano la squadra italiana Pirelli e Armani, rispettivamente al 23° e 24°posto della Global RepTrak 100 del 2019, la classifica annuale delle aziende più reputate al mondo, stilata da Reputation Institute, società per la misurazione e gestione della reputazione aziendale.

Basata su oltre 230mila valutazioni individuali raccolte a gennaio 2019, la Global RepTrak 100 rappresenta la fotografia più aggiornata al mondo sulla reputazione di circa 10mila aziende. La classifica viene misurata in 15 mercati, e include valutazioni comparative, tendenze per target, e approfondimenti sui trend di mercato.

La top ten del 2019

Per quanto riguarda la top ten internazionale del Reputation Institute Global RepTrak 100 del 2019 sul podio, al 1° posto si piazza Rolex, al 2° LEGO Group e al 3° The Walt Disney Company. Alle tre aziende con la miglior brand repution, seguono al 4° Adidas, al 5° Microsoft, al 6° Sony, al 7° Canon. all’8° Michelin, al 9° Netflix e al 10° Bosch.

La Global RepTrak 100, riferisce Askanews, mette in evidenza non solo il legame delle aziende con i loro stakeholder, ma l’impatto che il valore reputazionale ha sul business, poiché si tratta di uno dei valori principali al quale i consumatori fanno riferimento quando scelgono di comprare un prodotto, raccomandare un brand, investire o lavorare per un’azienda.

“Il 52% degli utenti nutre dubbi sulle buone intenzioni delle società”

Sapere cosa alimenta la fiducia dei consumatori identificandone i comportamenti che guidano le intenzioni di acquisto è un’attività strettamente legata al business di un’azienda. E i risultati di quest’anno, si legge su Il Giornale, mostrano un miglioramento rispetto al 2018, anno in cui è esplosa la bolla della reputazione. “Il 52% degli utenti nutre dubbi sulle buone intenzioni di tutte le società – spiega Michele Tesoro-Tess, executive vice president di Reputation Institute per l’Italia e la Svizzera -. Questo gap offre però la grande opportunità di creare e fornire garanzie sulla propria reputazione che, nel tempo, può convertire gli indecisi, sempre meno propensi a dare il beneficio del dubbio alle aziende”.

Il prossimo appuntamento è per lunedì 15 aprile, in Borsa Italiana, con i Reputation Awards, per conoscere gli ultimi trend in ambito reputazione, e scoprire le aziende più reputate in Italia nel 2019.

Spreco alimentare, i prodotti “sottozero” si gettano meno

Sprecare significa non solo non poter garantire cibo sufficiente per tutti, ma anche perdere risorse preziose utilizzate nella produzione, come terreno fertile, acqua, energia, concimazioni. Gli sprechi alimentari a livello domestico si verificano quotidianamente, e in Italia nell’ultimo anno hanno pesato per oltre 8,5 miliardi di euro, pari allo 0,6% del nostro Pil. Fra ciò che rimane nel piatto e ciò che finisce direttamente dal frigo alla pattumiera ogni italiano getta poco meno di 1 etto di cibo al giorno. Consumare prodotti surgelati potrebbe però contribuire ad abbattere lo spreco del 47%. E i vantaggi che derivano dall’uso di questi prodotti in cucina li rende alleati dei comportamenti sostenibili.

“Non solo una perdita economica per il consumatore, ma anche un tema sociale”

“Lo spreco alimentare – commenta Vittorio Gagliardi, Presidente IIAS, Istituto Italiano Alimenti Surgelati – non è soltanto una perdita economica per il consumatore, ma anche un tema sociale, visto che con quanto si spreca si potrebbe sfamare un terzo della popolazione mondiale”. Tanto che il 92% degli italiani dichiara di sentirsi in colpa buttando il cibo ancora buono, e 4 consumatori su 10 affermano di aver ridotto negli ultimi due anni lo spreco domestico. Eppure, è proprio nelle nostre case che la maggior parte del cibo acquistato finisce direttamente dalla tavola al cassonetto (oltre il 50% dello spreco totale), perché cucinato in quantità eccessiva o non consumato entro la data di scadenza nel 46% dei casi.

A cena si getta più cibo

Il momento in cui si getta più cibo è la cena, tra verdure (19,4 grammi pro-capite/giorno, 7,1 kg/anno), latte e latticini (13,16 grammi/giorno, 4,8 kg/anno), frutta (12,24 grammi/giorno, 4,5 kg/anno) e prodotti da forno (8,8 grammi/giorno, 3,2 kg/anno).

In nostro aiuto possono però arrivare i prodotti surgelati, che rendono utilizzabili i cibi nella quantità realmente necessaria. I dati diffusi da IIAS sul consumo di surgelati in Italia confermano che quasi 1 italiano su 2 li porta in tavola almeno una volta a settimana, con un consumo pro-capite di quasi 14 Kg annui.

Usare solo quello che mangiamo davvero senza buttare nulla

Tra i cibi meno sprecati risultano infatti proprio i surgelati, solo il 2,5%, mentre fra quelli più gettati i prodotti a breve scadenza, che arrivano fino al 63%. Un dato positivo, quello dei surgelati, che conferma una delle loro principali caratteristiche: permettono di usare solo quello che mangiamo davvero, senza buttare nulla.

Ma il sostegno che i prodotti surgelati offrono alla lotta allo spreco inizia ancor prima di arrivare a tavola, utilizzando in maniera ottimale le materie prime pronte per l’uso in cucina. Attraverso la surgelazione inoltre è possibile massimizzare la resa produttiva, contenere gli sprechi che avvengono durante tutta la filiera e ridurre le emissioni di inquinanti nell’atmosfera.

Nel 2018 prezzi più alti per le famiglie meno abbienti

Nel 2018 i rincari dei prezzi al consumo hanno colpito soprattutto le famiglie meno abbienti. Secondo un’analisi dell’Istat sull’indice Ipca, per il 20% delle famiglie con una minore capacità di spesa l’inflazione, nella media dell’anno, ha segnato un’accelerazione dell’1,5% rispetto al 2017 (1,4%). Per il 20% delle famiglie più abbienti invece l’inflazione è scesa all’1,1%, rispetto all’1,3% del 2017, ampliando quindi di 3 decimi di punto percentuale il differenziale inflazionistico tra i due gruppi.

L’Istat ha confermato poi le stime preliminari sull’inflazione: durante il 2018 i prezzi al consumo sono cresciuti dell’1,2%, replicando la dinamica annua del 2017.

L’inflazione a dicembre 2018 scende all’1,1% 

Sempre secondo l’Istat l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, è stabile a +0,7%. Il tasso di inflazione a dicembre 2018 è sceso invece all’1,1%, in rallentamento rispetto all’1,6% di novembre. Nel mese di dicembre inoltre l’istituto stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, diminuisca dello 0,1% rispetto al mese precedente.

L’Istat ha inoltre rivisto al ribasso le stime sull’andamento dei prezzi del cosiddetto carrello della spesa. Per i prodotti di largo consumo la crescita dei prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona da +0,9% di novembre è stata portata a +0,7%, mentre la stima preliminare era +0,8%.

Per l’Unione consumatori “la recessione è dietro l’angolo”

Dai dati Istat risulta che nell’intero anno i rincari medi per i prodotti di largo consumo sono dell’1,2%, in linea con il tasso di inflazione generale del 2018, e in frenata rispetto al +1,5% del 2017. Ma per l’Unione consumatori, riporta Ansa, dal 2007 a oggi si è perso il 37,1% di fatturato. L’Unione nazionale consumatori boccia infatti come “negativi” i dati Istat sul fatturato e gli ordinativi dell’industria a novembre 2018, e parla di “recessione ormai dietro l’angolo”.

“Per tornare ai valori pre-crisi serviranno secoli”

Secondo uno studio dell’associazione, se si confrontano i dati dei primi 11 mesi del 2018 con quelli medi del periodo pre-crisi del 2007, il fatturato totale è sceso appunto del 37,1%, e quello interno è crollato del 43,6%. Gli ordinativi totali sono calati in 11 anni del 31,6% e quelli interni del 40,6%.

“Il campanello d’allarme suona per il mercato interno: rispetto a un anno fa, il fatturato scende dello 0,4% e gli ordinativi precipitano del 4,4%”, afferma il presidente dell’Unc, Massimiliano Dona, commentando i dati di novembre. Secondo Dona “Per tornare ai valori pre-crisi serviranno secoli, visto che il Paese peggiora invece di migliorare”.

Mangiare fuori, i trend del 2019

Spostamento dell’attenzione dal gusto all’estetica, superfood, ricette Free-from, ristoranti From the farm to the table, o a tema: come sarà andare a mangiare fuori nel 2019?

Il report Mangiare fuori nel 2019, condotto da TheFork, la piattaforma per la prenotazione di ristoranti in Europa, e Doxa, evidenzia le 7 tendenze per il 2019 nel settore della ristorazione a livello globale. E la prima non poteva non riguardare il mondo dei social.

L’uso massivo di piattaforme come Instagram e Facebook, e il crescente interesse per i piatti fotogenici, porta infatti i ristoranti a creare piatti e bevande per sorprendere i clienti, soprattutto i Millennial, e fa comparire glitter eduli in cocktail e pizze, o dessert in cui si possono iniettare direttamente aromi, gli Injectable Flavors.

La tecnologia migliora l’efficienza dei ristoranti e la conoscenza dei clienti

Dai droni nel delivery ai menu AR iperrealistici fino al check-out basato su app, i ristoranti integrano sempre più soluzioni tecnologiche al servizio. In alcuni casi la tecnologia diventa parte dell’esperienza, come Robot.He, il ristorante di pesce fresco “robotico”, con nastri trasportatori, un braccio robotico e carrelli mobili guidati dal sistema software che utilizza codici QR inviati dal cliente.

E nascono anche app che aiutano a identificare gli ingredienti con cui non si ha familiarità, o a creare menu personalizzati. Come Vita Mojo, una catena di ristoranti con sede a Londra, che propone pasti adatti al codice genetico dei clienti.

From the farm to the table e Free-from extreme

I consumatori richiedono sempre più trasparenza in termini di approvvigionamento, origini alimentari, metodi di coltivazione e trasformazione. E più enfasi sul commercio equo, la diversità, e l’impatto ambientale. Da questa tendenza emergono nuovi concept di ristorazione, come le imprese con la propria produzione (from the farm to the table) o ristoranti che creano menu con gli avanzi.

I regimi alimentari basati sui soli vegetali poi influenzano le politiche dei ristoranti nella direzione di una strategia a rifiuti zero e una maggiore sostenibilità. Alcuni già espandono l’offerta per esigenze alimentari specifiche, e con la crescita del veganesimo si iniziano a introdurre nei menu più offerte free-from (lactose free, gluten free ecc.).

Superfood ed esperienze gastronomiche coinvolgenti

Dalla semplice introduzione di ingredienti sani nelle ricette nel 2019 si passerà all’introduzione di veri e propri ingredienti funzionali, i superfood, che dimostrano cioè di avere effetti positivi su una o più funzioni dell’organismo.

I nuovi formati che già seguono questa tendenza sono i ristoranti olistici, i caffè specifici per dieta e i ristoranti sani e chic.

Quando si mangia fuori però, oltre a un buon pasto, si cerca un’esperienza gastronomica coinvolgente. Da qui nascono diversi format, dall’esperienza culinaria multisensoriale ai ristoranti pop-up permanenti (spazi che consentono la rotazione di brand e/o chef). E il marketing esperienziale porta alla nascita di formati originali, come i ristoranti a tema.

Meno 30% per assegno con quota 100

Le polemiche in Italia non si fermano mai, anche e soprattuto sulla possibile rivoluzione in ambito pensionistico. La cosiddetta pensione quota 100 rischierebbe infatti di costare cara. “Il quadro della finanza pubblica non sconta incrementi della spesa per il personale che se attuati dovranno essere ricoperti o con altre spese o con aumenti di tassazione “, spiega Giuseppe Pisauro, presidente dell’ufficio parlamentare di bilancio. “Inoltre, il quadro economico peggiora e altri elementi contribuiscono a rendere estremamente difficile capire quale sarà il deficit del prossimo anno”, che il governo programma al 2,4% del Pil e la Commissione Ue al 2,9% mentre l’Upb stima al 2,6%. “Nelle valutazioni più recenti dell’Upb, Ufficio Parlamentare di Bilancio che incorporano la manovra al suo valore facciale, l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche si posizionerebbe nel 2019 al 2,6% del Pil” dice il presidente.

Tante incertezze sul futuro

“In particolare, le divergenze rispetto alla stima della Nadef, nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza e a quella recentemente diffusa dalla Commissione europea sono imputabili alla diversa previsione sulla crescita economica e all’impatto dell’aumento dello spread sulla spesa per interessi”, afferma Pisauro. Le grandezze della finanza pubblica programmate dal governo appaiono soggette a rischi: indebolimento del quadro macroeconomico, impatto dell’evoluzione recente dei tassi di interesse, incertezze sull’efficacia delle misure di razionalizzazione della spesa.

La quota 100, caratteristiche di questo canale di uscita

“L’introduzione della quota 100 per l’anticipo pensionistico – afferma l’Upb, – potrebbe potenzialmente riguardare nel 2019 fino a 437.000 contribuenti attivi. Qualora l’intera platea utilizzasse il canale di uscita appena soddisfatti i requisiti potrebbe comportare un aumento della spesa pensionistica lorda stimabile in quasi 13 miliardi nel 2019 e sostanzialmente stabile negli anni successivi”. “Questa stima – chiarisce l’Upb – non è ovviamente direttamente confrontabile con le risorse stanziate nel Fondo per la revisione del sistema pensionistico per vari fattori: dal tasso di sostituzione dei potenziali pensionati con nuovi lavoratori attivi a valutazioni di carattere soggettivo (condizione di salute o penosità del lavoro) o oggettivo (tasso di sostituzione tra reddito e pensione, divieto di cumulo tra pensione e altri redditi, altre forme di penalizzazione)”. Resta il fatto che, secondo stime Upb, chi optasse per quota 100 subirebbe una riduzione della pensione lorda rispetto a quella corrispondente alla prima uscita utile con il regime attuale da circa il 5% in caso di anticipo solo di un anno a oltre il 30% se l’anticipo è di oltre 4 anni

Ict e Turismo: ciò che i giovani desiderano

Si sente spesso dire che per le nuove generazioni le occasioni lavorative siano troppo poche. Eppure, non è sempre o per tutti esattamente così, anche nella bistrattata Italia. Infatti nuove opportunità di lavoro si registrano soprattutto nell’Ict, Information and Communication Technologies (con una percentuale del 77% di manager che ritiene che ci sia spazio per nuove forze in questo ambito), nella consulenza alle imprese (64%) e nel turismo (63%). Qualche segnale positivo anche per le retribuzioni future che, secondo il 27,9% dei manager italiani, cresceranno nei prossimi 5 anni. Sono i dati che emergono dalla ricerca commissionata da Manageritalia ad AstraRicerche e che ha coinvolto dirigenti di primarie aziende del Belpaese.

In crescita consulenza alle imprese, Ict e turismo

Il primo dato che salta subito agli occhi e sul quale i professionisti interpellati hanno fornito numeri e giudizi concordi, è l’affermarsi di una “terna vincente”: Consulenza alle imprese, information communication tecnology e turismo. Sono questi i settori che offrono, a detta dei dirigenti, maggiori opportunità ai giovani tra 18 e 29 anni per maturare esperienza, crescita e carriera professionale. Infatti, la risposta alla domanda “ai giovani che dopo gli studi vogliono entrare nel mondo del lavoro quale settore consiglieresti come prima scelta?” vede prevalere nell’ordine Ict (24,9%), consulenza alle imprese (24,5%) e turismo (16,3%). A metà classifica la sanità e assistenza sociale (30,2%), i servizi assicurativi, bancari e finanziari (25,4%), trasporti e logistica (22,8%). Chiudono la classifica le attività legate al mondo del commercio, spettacolo, formazione e editoria.

Un quadro occupazionale sfidante e positivo

In un mercato del lavoro comunque difficile, prevale una maggiore selezione naturale – con la domanda di lavoratori inferiore all’offerta – per cui solo i migliori ce la faranno (61,4%). Seguono opportunità crescenti come numero di posti di lavoro (48,6%), soprattutto nell’Ict 77%, nella consulenza alle imprese (64%) e nel turismo (63%). L’attesa dei dirigenti verso i giovani è positiva e altissima, ma sono concordi nel ritenere insufficiente il bagaglio formativo delle nuove leve.

Ragazzi, attenzione alla qualità del bagaglio formativo

Solo un terzo degli intervistati giudica i giovani che si propongono oggi nel mondo del lavoro nel loro settore ben formati e preparati. Determinante – suggerisce la classe manageriale intervistata per l’indagine – è avere un buon “bagaglio di viaggio”: capacità relazionali, proattività, competenze digitali, flessibilità, etica personale e professionale, orientamento all’innovazione, spirito di sacrificio e spinta a migliorare le proprie competenze. Ragazzi, siete avvisati.

Irpef: i ceti medi sempre più penalizzati dal fisco

Davvero insostenibile la pressione fiscale sui ceti medi: il 12% dei contribuenti con redditi fra i 35 mila e i 300 mila euro versa il 57% di Irpef mentre il 45% paga il 2,8%. Sono le cifre che emergono dall’indagine conoscitiva ‘Dichiarazione dei redditi ai fini Irpef 2016 per importi, tipologia di contribuenti e territori e analisi Irap, realizzata da Itinerari Previdenziali e sostenuta da Cida, Confederazione dei manager e delle alte professionalità e presentata al Cnel, Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro.

Pochi pagano le tasse, in aumento l’evasione fiscale

“Sul piatto della bilancia – ha affermato all’AdnKronos Giorgio Ambrogioni, presidente della Cida – c’è l’eccessiva pressione fiscale sui redditi medio-alti, l’evasione fiscale, il proliferare di detrazioni e agevolazioni fiscali”. Dai dati emerge che troppo pochi pagano le tasse. E’ evidente che, stando così le cose, le risorse per il welfare ‘allargato’ – spiega il leader Cida – diminuiscono e finiscono con l’essere prelevate dove è più facile reperirle cioè nel lavoro dipendente e nelle pensioni in cui i redditi dichiarati sono certificati dal sostituto d’imposta”.

Un sistema “perverso”

“Un meccanismo che ‘incentiva’ a dichiarare il meno possibile per versare meno tasse – aggiunge Ambrogioni – e godere di una più vasta offerta di servizi sociali legati al reddito, ma che colpisce in modo progressivo, con l’attuale curva degli scaglioni, stipendi e pensioni medio-alte impoverendo il ceto medio e livellando verso il basso il tenore di vita”. Le contraddizioni sono sempre più evidenti. “Come è possibile, infatti, che i circa 300 mila dirigenti (pubblici e privati) che rappresentiamo, e che percepiscono una retribuzione netta compresa tra i 3 mila e i 5 mila euro al mese, siano la maggioranza dei contribuenti appartenenti alle classi di reddito più elevate, quando consultando i documenti dell’Aci, dell’Agenzia delle Entrate e del Registro navale si evince che: le autovetture di grossa cilindrata, cioè oltre i 2.500 cv, sono quasi 1,5 mln; almeno 1 mln italiani soggiorna ogni anno negli alberghi a 5 stelle e di lusso; le abitazioni di pregio (ville, villini) iscritte nei registri catastali superano i 2 milioni; nelle capitanerie di Porto risultano iscritte 80mila imbarcazioni di almeno 10 metri di lunghezza”, ha fatto notare.

Per mantenere il welfare

“Se si vuole mantenere un welfare che possa garantire anche in futuro la coesione sociale e la copertura dei più deboli – ha chiosato Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali – è fondamentale affiancare a un serrato controllo della spesa assistenziale anche un accorto monitoraggio delle entrate fiscali e segnatamente dell’Irpef. E, investire le poche risorse disponibili in ricerca, sviluppo e sostegno all’occupazione”, ha concluso.

A Madrid il primo corso per laurearsi in “influencer”

Nasce a Madrid, presso l’Università autonoma della capitale spagnola, il primo corso al mondo per laurearsi in una singolare materia, “influencer”. Il percorso di studi, attivo da ottobre 2018, si chiama Intelligence Influencers: Fashion and Beauty.

Il lavoro del futuro?

Molti ritengono che quello di influencer sui social network sia il lavoro del futuro. Così i tanti giovani – e meno – che sognano di diventare la nuova Chiara Ferragni possono trovare a Madrid materia per i loro studi e solide basi per la loro professione.

L’intelligenza nel campo digitale

Come riporta l’agenzia Agi, che ha dato notizia dell’attivazione del nuovo percorso universitario, il corso “parla dello sviluppo di quella che in Spagna chiamano ‘inteligencia económica’, un genere di intelligenza che in questo momento risulta ancora più fondamentale saper maneggiare considerati i ritmi, sempre come spiega la presentazione del corso, con i quali si corre nel campo del mercato digitale. Un mercato che necessita inevitabilmente di mediatori (influencer appunto) che, canalizzino il messaggio, che rendano chiare e accessibili le sempre più innovative tecnologie in vari campi del mercato, dalle automobili al settore farmaceutico, dal turismo a, naturalmente, moda e bellezza. Secondo un rapporto appena pubblicato infatti, gli influencer sono stati definiti ‘la nuova narrativa di marchi e aziende’, talmente importanti da sostituirne ormai di fatto le voci sul mercato”. E scusate se è poco.

Cosa serve per iscriversi

Per accedere ai corsi – che sono 18 in tutto e con iscrizioni aperte sino al 18 ottobre – non serve molto: essere maggiorenni, essere in possesso di un account Instagram o Youtube e soprattutto non abbandonare mai, nemmeno in aula, il proprio tablet o smartphone. Le lezioni si potranno seguire anche via web, ma solo da uditori, perché la presenza è obbligatoria. Tra le materie di studio ci sono Fashion & Beauty Intelligence o Economic Intelligence applicata alla moda, Opinion leader: qualità di leadership, etica personale e responsabilità sociale, La struttura di Fashion Influencer – Moda, styling e tendenze a Personal Branding – Creazione del marchio personale sulla rete, e poi Psicologia della moda, Il lato oscuro della comunicazione: stress, troll e hater, Laboratorio di creatività e un corso denominato Monetizzare il tuo marchio.

Obiettivo, diventare star del web

Il corso di laurea spagnolo, di cui è direttore onorario la stilista Ágatha Ruiz de la Prada, vede come professori alcuni esperti di fama internazionale. L’obiettivo è dichiarato: formare professionalmente delle star come Huda Kattan, super influencer del settore beauty che guadagna 18mila euro a post.

Leon Louis: valorizza il tuo aspetto

Le creazioni Leon Louis  rappresentano tutto lo stile e l’eleganza di una ricerca che non si è mai discostata dal mondo sartoriale, ma che nel tempo si è arricchita di forme e soluzioni moderne, le quali hanno dato vita ad uno stile inconfondibile che oggi caratterizza ciascuno dei prodotti di questa giovane linea affacciatasi nel mercato nel 2010 e da allora divenuta fonte di ispirazione  per molti. Parte del segreto del successo di Leon Luis infatti, è dovuto al suo stile lineare e frugale di chiara ispirazione sartoriale, che lo rendono unico grazie anche alla continua ricerca di materiali e tecniche di lavorazione ideate per ottenere risultati inarrivabili sia a livello estetico che di vestibilità. Ad influire sul risultato finale sono probabilmente anche le sue origini danesi, che hanno apportato quel bagaglio di raffinatezza minimale grazie alla quale tutti possono vestire in maniera elegante e ricercata senza per questo dover rinunciare alla qualità dei tessuti.

La magia delle creazioni Leon Louis è tale grazie anche al contributo dei sapienti artigiani, i quali sono in grado di regalare il classico valore aggiunto ad ogni capo apportando finiture e lavorazioni di sartoria che esaltano ogni tipo di lavorazione. Se non conosci ancora le creazioni Leon Louis, è arrivato il momento di dare un’occhiata su www.revolutionconceptstore.it, l’e-Commerce che ti consente di visionare in dettaglio alcuni tra i tantissimi capi di questo prestigioso stilista. Individuato quello di tuo gradimento, potrai aggiungerlo con pochi clic al carrello e procedere al pagamento via Paypal, così da ricevere la merce direttamente a casa entro un paio di giorni lavorativi. Se desideri rendere il tuo abbigliamento un po’ più ricco e personalizzato, è arrivato il momento di dare un’occhiata alle creazioni Leon Louis e scegliere i capi di abbigliamento che pensi possano dare una nuova immagine di te e valorizzare il tuo aspetto fisico.

Mondo del lavoro, la carica dei robot

Più tecnologia, più intelligenza artificiale, più robot. Il mondo del lavoro cambia e cambierà ancora di più e più rapidamente in futuro. Le “macchine” ruberanno il lavoro agli uomini? Risponde alla domanda la ricerca che Michael Page, brand di PageGroup specializzato nella selezione di professionisti qualificati di middle e top management, ha realizzato in partnership con Foresight Factory.  Obiettivo dell’indagine, individuare i trend che determineranno il posto di lavoro di domani. Eccoli.

Uomo curioso batte macchina

Curiosità e capacità di valutare e decidere in situazioni complesse sono competenze che non saranno replicate dalle macchine. Ecco perché si riveleranno fondamentali, secondo i recruiter di Michael Page, per il professionista del futuro. Completamente trasversali, queste caratteristiche permetteranno di sviluppare da 4 a 6 carriere nell’arco della propria vita, cosa che sarà la norma.

Inutile dire, cambierà anche la ricerca di lavoro. Il curriculum sarà uno spazio interattivo gestito dall’Intelligenza Artificiale che gestirà i dati personali e i collegamenti come un assistente personale. Le informazioni saranno conservate al sicuro su base cloud, ma accessibili all’AI che potrà scannerizzarle per valutare l’adeguatezza di un profilo per una descrizione di lavoro, e viceversa.

Lavoratori umani “potenziati”

I microchip che consentono ai lavoratori di aprire porte, accedere a terminali e pagare per merci sono già realtà. Ma è solo l’inizio dei bio-potenziamenti (il cosiddetto bio-hacking, ovvero andare oltre l’umano) che consentiranno ai dipendenti di eseguire compiti più facilmente, più rapidamente e con risultati migliori. Nel futuro ci saranno impianti smart, protesi ad alta performance e componenti potenziatori della memoria: oltre a dispositivi “indossabili” saranno supporti utili per tenere il passo con la tecnologia.

Accanto a questi lavoratori umani “potenziati” sempre di più ci saranno i robot. A loro toccherà svolgere le funzioni basate sui dati e sul riconoscimento dei pattern, ma esseri viventi e macchine lavoreranno sempre più gomito a gomito, per raggiungere la massima efficienza. Arriveranno così i “cobot”, i colleghi robot, che si integreranno nella forza lavoro tradizionale, imponendo una radicale revisione della differenza tra uomini e macchine.

Blockchain, dati duplicati e sicuri

La tecnologia Blockchain consiste in una lunga catena di registrazione di dati, duplicati attraverso milioni di macchine, che provvedono giorno e notte alla loro manutenzione. Con la proliferazione della blockchain, verificare le informazioni ed essere un intermediario di fiducia diventerà sempre più obsoleto. Le relazioni peer-to-peer non saranno più così rischiose come possono esserlo attualmente su internet. La capacità dei contratti smart di consentire una rivoluzione pay-as-you-go potenzierà ulteriormente la cosiddetta “gig economy”, dove i liberi professionisti stabiliscono le ore di lavoro a seconda della domanda dei consumatori.