Archivio Autore: Silvano Sonnecchia - Pagina 2

La scelta del naming per un salone di parrucchiera

Avviare una nuova attività da parrucchiera è sempre un’esperienza eccitante, sia che si tratti di un imprenditore che per la prima volta si trova dinanzi l’apertura di un’attività commerciale, che per uno che ha già avviato diverse attività nel passato e si presta ad iniziare questa nuova avventura.

Certamente ci sono tantissime cose a cui pensare prima di poter inaugurare i locali, e tutte vanno fatte con grande anticipo per far sì che ogni pratica possa essere effettuata come merita.

Avviare un salone da parrucchiera: le cose più importanti da fare

Quando si decide di avviare un nuovo salone da parrucchiera, ci sono certamente determinate cose che è bene fare pianificandole sin dall’inizio. Sicuramente tra queste c’è la scelta della zona in cui avviare l’attività, così come quella relativa ai mobili ed alle forniture per parrucchieri.

Da non trascurare sono certamente le autorizzazioni amministrative e le abilitazioni professionali per l’attività di parrucchiere.

Volendo sintetizzare le più importanti possiamo elencare:

–  Zona in cui avviare l’attività
–  Individuare i locali giusti
–  Effettuare eventuali lavori di ristrutturazione
–  Manutenzione degli impianti elettrici e idrici
–  Ottenere le autorizzazioni del Comune di competenza
–  Essere in possesso della abilitazione alla professione di parrucchiere
–  Scegliere gli arredi più adatti
–  Acquistare le migliori forniture per parrucchieri
–  Provvedere ad una prima campagna pubblicitaria
–  Aprire un sito internet o gli account social

Possiamo dunque sintetizzare in questa maniera quelle che sono le cose più importanti da fare per riuscire ad avviare con successo una nuova attività da parrucchiere.

L’importanza del naming

Eppure, a pensarci bene, c’è una ulteriore analisi da effettuare che ha un peso specifico notevole sul successo di un’attività commerciale. Si tratta del naming, ovvero una attività di marketing il cui scopo è quello di individuare il nome più adatto per una attività commerciale in base al tipo di pubblico cui si rivolge e più in generale al mercato di riferimento.

Il nome giusto per una attività è infatti in grado di esprimere la sua identità e comunicare in maniera efficace al cliente cosa essa può offrire, ma non solo.

Il nome adatto consente infatti agli utenti di memorizzare la tipologia di attività con maggiore facilità e la fa tornare alla mente tutte le volte in cui egli è chiamato a prendere una decisione di acquisto.

Quando avrà dunque nuovamente necessità di un taglio o di un acconciatura, il nome della tua attività potrebbe facilmente tornargli alla mente se è stato scelto bene.

Il brainstorming


Per riuscire ad arrivare al nome giusto per una nuova attività, è bene effettuare prima una serie di brainstorming per andare alla ricerca di quelle parole (o suoni) che meglio possano esprimere il concetto da comunicare al cliente.

È Importante sottolineare che la parola cui si giungerà non per forza deve essere una parola esistente nel vocabolario italiano, ma semplicemente può essere una parola di fantasia e dunque inventata.

Lo scopo del brainstorming è proprio questo, quello di fare in modo da individuare un nome d’effetto e facile da ricordare.

In ultima analisi va comunque ricordato che l’eventuale nome individuato non deve essere già stato registrato da qualcun altro come proprietà intellettuale.

Ciò significa che se qualcun altro ha già registrato la proprietà intellettuale di un marchio, proprio quello che hai individuato a seguito del brainstorming, per legge non puoi utilizzarlo e sei dunque costretto a scegliere un altro nome.

Questo tipo di verifica può essere fatta in maniera molto rapida anche online direttamente consultando il registro dei Marchi e Brevetti online.

Tieni a mente queste piccole (e grandi) cose per avviare la tua attività di parrucchiera senza intoppi, così da partire subito con il piede giusto.

Prodotti per dormire: in un anno +26% di ricerche online

A quanto riporta una ricerca condotta da Bva Doxa, quasi un italiano su tre dorme un numero insufficiente di ore, e uno su sette riporta una qualità insoddisfacente del proprio sonno. Per indagare ulteriormente il fenomeno, idealo, il portale internazionale di comparazione prezzi, ha testato l’interesse degli italiani sul mondo del sonno, verificando che le categorie legate al settore hanno registrato nel corso dell’ultimo anno un balzo del +26% rispetto all’anno precedente. Non è un caso se al sonno venga dedicata addirittura una giornata a livello globale: il 18 marzo in tutto il mondo viene celebrato infatti il World Sleep Day, una giornata dedicata alla promozione della cultura e della consapevolezza sull’importanza del sonno.

I prodotti più cercati? Cuscini, piumini e farmaci contro insonnia e stress

Secondo gli analisti di idealo la crescita delle ricerche online relative ai prodotti per dormire “è sintomo che si coglie sempre di più l’importanza di un sonno ristoratore, anche per godere di una migliore salute”.  Di fatto, secondo idealo, le tipologie di prodotto che hanno destato più interesse agli internauti nel 2021 sono stati i cuscini, i piumini e i farmaci contro l’insonnia e lo stress, le cui ricerche online hanno interessato oltre il +200% dell’utenza rispetto ai 12 mesi precedenti.
Il portale rileva però dati di un certo impatto anche per gli scaldasonno (+90%), ma soprattutto per i materassi, la cui ricerca cresce del +164%.

Cresce l’interesse per i divani letto: +200%

A calare è invece l’interesse per i materassi a molle, che si posizionano solo all’ottavo posto della classifica dei più cliccati secondo idealo, superati anche dai materassi ad acqua, piazzati al sesto posto.
Al contrario, cresce l’interesse per i divani letto (oltre +200%), perfetti per offrire comfort notturno anche ai propri ospiti, per le poltrone relax (+18%), ideali per i pomeriggi più sonnolenti, e i tappi di protezione dell’udito (+5%), perché un sonno rigenerante dipende anche dal non sentire russare la propria dolce metà, oppure, da eventuali rumori esterni.

Dormire bene oggi costa meno 

Insomma, al di là dei prodotti per il sonno e il risposo, “L’e-commerce si rivela, dunque, degno alleato di chi vuole dormire bene”, commentano gli esperti del portale. Per gli analisti di idealo, riporta Adnkronos, è interessante notare come nel corso dell’ultimo anno i prezzi online dei prodotti legati al sonno siano nettamente diminuiti per molte categorie. Tanto che in media le reti a doghe hanno registrato decrementi di costi del -42%, i letti del -35%, e i farmaci per insonnia e stress del -13%.
E per chi vive alle giuste latitudini, idealo segnala anche un decremento dei costi per i letti da giardino, scesi del -8% in un anno.

La crescita di un paese? Oggi si basa sull’accesso a Internet

Tre lavoratori italiani su quattro pensano che avere un accesso internet veloce e affidabile sia essenziale per la crescita economica futura e per fare sì che la popolazione sia ben informata e formata e il 40% della forza lavoro italiana fa affidamento sulla connessione internet domestica per lavorare da casa o gestire la propria attività. Sono solo due delle evidenze emerse dall’edizione 2022 del Broadband Index di Cisco, uno studio condotto ogni anno su quasi 60.000 lavoratori di trenta Paesi (fra cui l’Italia) chiamati a rispondere sulla qualità della banda larga domestica. In sintesi, secondo l’analisi la crescita sociale ed economica di un Paese è legata a doppio filo con un accesso universale, affidabile e veloce a internet.

Qualità e affidabilità 

Secondo l’indagine Cisco, il 71% dei lavoratori italiani (75% a livello globale) ritiene che i servizi in banda larga debbano essere migliorati per supportare un modello di lavoro ibrido di qualità, mentre il 73% pensa che sia importante la qualità e l’affidabilità della connessione internet. Per comprendere quanto una connessione ad alte prestazioni sia rilevante, basti pensare che il 79,5% del campione italiano ha dichiarato di fare un utilizzo casalingo di internet in banda larga per più di 4 ore al giorno, e il 49% addirittura per 7 ore o più. Percentuali che sono di poco inferiori a quelle registrate a livello globale, dove otto utenti su 10 (l’84%) usano la connessione in banda larga domestica per più di quattro ore, e il 54,6% per più di 7 ore. Il Broadband Index 2022 di Cisco ha fatto emergere anche altri elementi interessanti. Come ad esempio il fatto che nel 56% dei nuclei familiari di cui fanno parte gli interpellati, tre o più persone usano internet contemporaneamente (il 60% a livello globale). Per far fronte a queste necessità di connessione il 42% afferma di usare qualche tipo di tecnologia mobile, compreso l’uso dei propri smartphone come hub verso la rete 4G o 5G, mentre il 28% usa la banda larga su fibra ottica. Non solo: il 34% degli interpellati italiani (e il 43% a livello globale) prevede di fare nei prossimi 12 mesi un “upgrade” dei servizi internet di cui dispone, per poter così disporre di un livello di connessione più avanzato.

Connettività in sicurezza

La connettività è sempre più importante anche per quelle piccole realtà che non hanno a disposizione le stesse risorse delle grandi aziende, dato che secondo lo studio il 40% della forza lavoro italiana (e il 48% a livello globale) si affida alla connessione internet domestica quando deve lavorare da casa o per gestire la propria attività. Ed anche la sicurezza è vitale per il lavoro ibrido, dal momento che questo modello professionale richiede di accedere a applicazioni, servizi e dati da più luoghi e device, su reti pubbliche o private. Le persone ne sono consapevoli, al punto che oltre la metà a livello globale dichiara che sarebbe disposta a pagare di più per una connessione internet in banda larga “più sicura”.

Università, quanto mi costi

Il percorso universitario rischia di essere un vero e proprio salasso, impossibile da seguire per moltissime persone, tra rette universitarie salatissime, costi per singolo studente ingestibili e un sistema di tutoraggio farraginoso. Sono queste le principali criticità emerse all’indomani dall’approvazione del decreto direttoriale 2711/2021 del Ministero dell’Università che, stabilendo un aumento del personale docente, danneggia di fatto il sistema degli atenei telematici. Si tratta di un’ulteriore problematica che si va ad aggiungere, a pochi giorni di distanza, dalla loro esclusione ai fondi stanziati con il protocollo d’intesa “PA 100 e lode” firmato dai ministeri della Pubblica Amministrazione e dell’Università a vantaggio delle sole università iscritte alla CRUI. Lo dice una nota dell’Università Cusano, secondo cui la necessaria assunzione di altri professori per singolo corso di laurea porterebbe le rette universitarie dagli attuali 3.000 euro circa agli oltre 16.000 con punte fino a 20.000 euro. 

Costo eccessivo per gli studenti-lavoratori

Un esborso enorme richiesto agli studenti, molti dei quali iscritti a una telematica in cerca di una laurea perché già lavoratore – e quindi con tempi difficili da gestire in presenza – o di un master per crearsi solide basi e un’ottima preparazione specialistica. Questi importi sarebbero problematici da sostenere, il che si tradurrebbe inevitabilmente nell’impossibilità per loro di accedere al mondo accademico.

Il prezzo per l’aumento dei docenti  

Un’ulteriore criticità è dovuta all’aumento dei docenti, che come conseguenza farebbe lievitare il costo studente fra gli 8.500 e gli 11.000 euro con pesanti ricadute: alle telematiche non è garantito la stessa modalità di accesso ai fondi statali delle università tradizionali. E questo nonostante siano riconosciute a tutti gli effetti dal ministero dell’Università e della Ricerca. A loro viene riconosciuto un contributo di un centinaio di migliaia di euro contro i circa 10 miliardi di euro che lo Stato, invece, elargisce agli atenei in presenza, statali e privati, facenti parte della CRUI. Secondo poi i dati in possesso dell’Unicusano, i costi medi espressi dal Mur a pagina 15 del Direttoriale in verità non combaciano con i veri costi sostenuti per i professori ordinari e associati: il costo medio per un professore ordinario non è di 115.000 euro ma circa 158.000 e per un professore associato non è 80.000 ma circa 109.000. E tutto ciò, ribadiscono gli atenei telematici, anche se i corsi a distanza non necessitano dello stesso numero di docenti di quelli in presenza.

Le aziende assicurative sono a caccia di 7mila professionisti tech e digital

Il mercato assicurativo è alla ricerca di profili professionali tech e digital. Secondo le previsioni entro il 2024 saranno inseriti all’interno della filiera 7mila nuovi profili con competenze tecnologiche avanzate, tra ingegneri robotici, esperti di analisi dei dati e cybersecurity, e cloud architect. Ma per superare il forte gap ancora esistente si punterà anche sulla formazione di top manager, intermediari e dipendenti in ambito tecnologico e digitale. È quanto emerge dal Report competenze 2022 realizzato da Iia-Italian insurtech association, volto ad analizzare il livello di competenze dei professionisti all’interno della filiera assicurativa in rapporto all’evoluzione del mercato.

Il 50% dei profili ricercati oggi non è mai stato impiegato in azienda 

L’indagine, condotta su oltre 150 soggetti del settore assicurativo relativi a 85 aziende, evidenzia come il 50% dei profili ricercati oggi non è mai stato impiegato in azienda, ma nei prossimi 3 anni avrà un ruolo strategico nella transizione digitale del settore. Allo stesso tempo, per allineare il mercato assicurativo ai nuovi trend e al ruolo sempre più strategico dell’insurtech, il settore dovrà investire in formazione. Nei prossimi 3 anni infatti saranno formati circa 50 mila profili professionali. Il rapporto evidenzia però un forte gap di competenze tecnologiche, soprattutto tra gli intermediari, che rivestono un ruolo centrale all’interno della catena del settore, ma anche tra i dipendenti delle compagnie assicurative.

Intermediari e dipendenti chiedono più formazione digitale

Tra gli intermediari l’85% ritiene che la propria organizzazione non abbia competenze tech e digital adeguate al mercato (percentuale che scende al 65% presso i dipendenti) e la metà, il 54% degli intermediari e il 45% dei dipendenti, è molto preoccupato del divario in relazione ai cambiamenti in atto nel settore. Per questo motivo, per rimanere al passo con l’evoluzione del mercato, circa 7 intermediari e dipendenti su 10 nei prossimi 12 mesi auspicano di ricevere una formazione digitale. Il 57% degli intermediari è infatti convinto che sotto la spinta dell’insurtech il settore cambierà molto nei prossimi 2-3 anni e il 52% teme di non essere preparato per stare al passo con i nuovi trend.

Creare le giuste competenze è una priorità per il settore

Uno scenario differente viene fornito dalle risposte ottenute dal top management, riferisce Adnkronos, secondo il quale le competenze tech e digital della propria organizzazione sono in linea con l’evoluzione del mercato (45%), ma concordano (73%) sul fatto che la creazione di queste competenze sia una priorità elevata.
Insomma, la ricerca mostra una forte consapevolezza da parte del settore assicurativo sull’importanza di aumentare le competenze tecnologiche e digitali. Anche perché in Italia nei prossimi dieci anni le polizze digitali aumenteranno in maniera esponenziale, soprattutto in settori oggi poco sensibili all’utilizzo di prodotti assicurativi.

Aeroporti italiani, persi 113 milioni di viaggiatori sul 2019

Il settore del traffico aereo, unitamente a quello del turismo, è stato uno dei comparti maggiormente colpiti dai due anni di pandemia. Non ci si può stupire, pertanto, che gli aeroporti italiani abbiano chiuso il 2021 con 80,7 milioni di passeggeri e una contrazione del 58,2% sul 2019, ultimo anno non interessato dalla pandemia, quando il numero dei viaggiatori ha superato quota 193 milioni. Un consuntivo in crescita del 52,4% sul 2020, ma pur sempre segnato da una profonda crisi con 113 milioni di passeggeri persi rispetto al 2019. I gravi effetti della crisi pandemica si sono manifestati almeno fino a maggio 2021. Nei primi 5 mesi dello scorso anno, il traffico negli scali nazionali ha segnato una contrazione dell’86% rispetto al 2019, attestandosi a valori prossimi a quelli osservati nella primavera 2020, durante i mesi di lockdown generalizzato.  I primi deboli segnali di ripresa si sono registrati solo a giugno 2021, -65% sui livelli pre-Covid, per poi rafforzarsi nella seconda metà dell’anno, con -38% rispetto al secondo semestre 2019.

Meglio il traffico nazionale di quello internazionale 

La nota diffusa da Assoaeroporti, che riunisce le società di gestione degli scali del nostro paese, evidenzia però un parziale recupero del segmento nazionale che nel 2021 mostra un -35,1% sui volumi pre-pandemia. Situazione più difficile invece per il traffico internazionale, che si attesta ad un -70,4%, evidenziando così una ripartenza del comparto a due velocità.

Come è cambiata la distribuzione del traffico

Il fenomeno descritto ha inoltre modificato la distribuzione del traffico negli aeroporti italiani, con gli scali delle Isole che, beneficiando del turismo nazionale, registrano segnali di ripresa maggiormente evidenti rispetto alla media di sistema. Recuperano infatti più velocemente, soprattutto nella seconda parte dell’anno, i livelli del 2019. Stentano invece a ripartire gli aeroporti a forte vocazione internazionale e intercontinentale, a causa del mantenimento delle restrizioni per i viaggi Extra UE. I movimenti aerei registrano una contrazione meno marcata rispetto al traffico passeggeri: nel 2021 sono stati circa 950 mila, con un calo del 42,4% sul 2019 (+34,7% sul 2020) a conferma dell’utilizzo da parte dei vettori aerei di aeromobili di minore capienza.

Incoraggianti i risultati per il traffico merci

C’è più ottimismo per quanto riguarda il traffico merci. I volumi movimentati per via aerea raggiungono i livelli del 2019, +0,2%, e l’intero segmento cargo, incluso l’avio camionato, che si attesta a 1 milione di tonnellate, pari al -1,9% rispetto ai livelli pre-Covid (+28,6% sul 2020), con quasi il 70% delle merci transitate per lo scalo di Malpensa.

Shopping online: a Natale 2021 spesi più di 1 trilione di dollari

A livello globale per lo shopping natalizio online sono stati spesi 1,14 trilioni di dollari, di poco superiori ai 1,1 trilioni di dollari spesi nel 2020. Nel 2021 la corsa allo shopping natalizio è cominciata con largo anticipo, con il 30% delle vendite globali registrate già nelle prime tre settimane di novembre. E se nel 2021 la Cyber Week ha visto una crescita digitale debole, i picchi di inizio novembre e fine dicembre hanno aiutato i retailer a battere nuovi record di vendita.
Si tratta di alcuni dati emersi dal 2021 Holiday Shopping Report, l’analisi degli acquisti nel periodo delle festività su oltre un miliardo di consumatori condotta da Salesforce, azienda globale nel CRM. 

Il 30% delle vendite globali è avvenuto entro il 22 novembre

A causa dell’ansia di assicurarsi i regali desiderati, ed evitare problemi di ritardo di spedizione e prodotti esauriti, il 30% delle vendite globali è stato completato entro il 22 novembre. Gli acquisti effettuati nel corso della Cyber Week hanno rappresentato il 23% delle vendite globali, in lieve calo rispetto al 24% del 2020. Poiché i consumatori hanno perso le date limite per la spedizione online e sono aumentate le preoccupazioni per le nuove varianti di Covid-19, il 23% delle vendite digitali globali è stato effettuato tra il 18 e il 31 dicembre.
Nello stesso periodo di tempo, i negozi che hanno offerto opzioni di ritiro in negozio, o tramite punti di raccolta, hanno registrato il 62% di queste vendite globali.

Le borse di lusso i prodotti più acquistati

Dalla ricerca emerge che durante le festività natalizie del 2021 le spese si sono orientate maggiormente ai desideri piuttosto che ai bisogni essenziali.
Le borse di lusso hanno registrato infatti la crescita globale più alta su base annua, con un aumento del 45% delle vendite online, mentre l’arredo per la casa e le calzature hanno registrato una crescita rispettivamente del 34% e del 32%.
Inoltre, il 4% delle vendite digitali globali su dispositivi mobili è stato effettuato tramite un’app di social media, e il 10% del traffico mobile ha avuto origine attraverso i social network. Man mano che i retailer iniziano a costruire spazi virtuali nel Metaverso anche i consumatori, quindi, si dimostrano pronti ad acquistare attraverso nuovi canali.

Durante le ultime festività i negozi fisici hanno svolto un ruolo fondamentale

Un sondaggio condotto su 1.600 consumatori in tutto il mondo per la quarta edizione del Report Connected Shopper di Salesforce, ha rilevato che entro il 2023 il 25% degli acquisti avverrà al di fuori di store online, app proprietarie o negozi fisici dei brand.
Ma durante le ultime festività i negozi fisici hanno svolto un ruolo fondamentale. Sebbene i consumatori abbiano continuato ad abbracciare il digitale per lo shopping natalizio, il 60% delle vendite digitali globali è stato influenzato dai punti vendita fisici, dalla proposta al soddisfacimento della domanda.
Il nuovo ruolo in continua evoluzione del negozio, almeno durante lo shopping natalizio dell’ultimo anno, ha perciò contribuito a ridurre l’attrito tra i punti di contatto digitali e fisici.

Vendere casa nel 2021. I cambiamenti del mercato immobiliare italiano

La pandemia ha sicuramente introdotto o accelerato molti cambiamenti nelle scelte e nelle abitudini degli individui, e ha avuto, e sta tuttora avendo, effetti e conseguenze anche sul settore immobiliare.
Nell’ultimo anno sono molti gli italiani che hanno deciso di vendere la propria casa, in particolare nelle grandi città. Per comprendere i cambiamenti che hanno interessato il processo di vendita di una casa nel 2021, BVA Doxa ha condotto una ricerca per Casavo, la piattaforma che ha digitalizzato le fasi del processo di compravendita immobiliare. 

Le motivazioni che spingono alla vendita

Fra chi ha venduto una casa dopo la pandemia, la maggioranza l’ha fatto perché ha scelto di cambiare abitazione. Tra le motivazioni più frequenti, la scelta di spostarsi in un’abitazione più consona alle nuove esigenze emerse nel corso della pandemia è al primo posto, con il 36% delle risposte, seguita dalla ricerca di liquidità (29%), la messa in vendita delle case ereditate (24%), e dal desiderio di cambiare città o quartiere (21%). In generale, l’esigenza di cambiare la propria abitazione per rispondere alle nuove necessità è comunque la motivazione più diffusa, se si considera che il 62% di chi ha venduto una casa ne ha contestualmente acquistata un’altra. 

Tipologie di abitazione

Le tipologie di casa più vendute o messe in vendita sono il trilocale (37%) e il bilocale (30%), ma si registrano anche eccezioni, come a Torino, Bologna e Firenze, dove la vendita di bilocali rimane sotto la media (23%). La vendita riguarda per tre abitazioni su quattro appartamenti condominiali, seguiti da case indipendenti, monofamiliari o villette singole.    

I canali di vendita

La mediazione di un operatore immobiliare per la vendita della propria abitazione rimane la scelta preferita dalla maggioranza degli italiani. Chi vende casa sceglie l’operatore immobiliare soprattutto per la visibilità che può garantire nel processo di vendita (40%), per la professionalità (36%) e per le attività di assistenza e consulenza (33%). 
“L’esperienza vissuta negli ultimi 14 mesi ha modificato profondamente il modo in cui gli italiani vivono e percepiscono la casa, ed è infatti in forte crescita il numero di persone che vorrebbe cambiarla perché la considera non più adatta alle proprie necessità – afferma Andrea Tozzi, Senior Research Manager in BVA Doxa -. Non a caso, al primo posto fra le motivazioni di vendita abbiamo il desiderio di vivere in una casa maggiormente in linea con le proprie nuove esigenze abitative”.

Il Video Entertainment decolla e supera 1,3 miliardi

Il mercato italiano del Video Entertainment negli ultimi 12 mesi ha oltrepassato quota 1,3 miliardi di euro, e la sua componente principale è rappresentata dalla spesa dei consumatori (61%). A differenza di qualche anno fa, in cui la raccolta pubblicitaria era la prima fonte di remunerazione, la fruizione di contenuti in abbonamento o in acquisto singolo sfiora i 3 miliardi di euro, +21% sul 2020.  A fruire digitalmente di contenuti video sono 4 internet user italiani su 5 (+7%) e 1 su 2 dichiara di farlo anche a pagamento. E’ questo uno sviluppo che ha mutato profondamente la filiera produttiva e distributiva, aprendo a nuovi scenari competitivi. Si tratta di alcune evidenze emerse dall’Osservatorio Digital Content della School of Management del Politecnico di Milano.

Più di 800 milioni di euro spesi per fruire di contenuti premium

Nel 2021 gli italiani hanno speso poco più di 800 milioni di euro per fruire di contenuti premium, +39% rispetto al 2020, quando il tasso di crescita era stato addirittura del +62%. La quasi totalità della spesa del consumatore italiano proviene dalla sottoscrizione di abbonamenti a piattaforme distributive (SVOD), mentre il modello TVOD, basato su acquisto o noleggio di singoli contenuti, seppur in crescita, genera una piccola percentuale della spesa complessiva.
Torna poi a crescere anche la raccolta pubblicitaria (ADV) associata alla distribuzione dei video d’intrattenimento. Dopo un 2020 di sostanziale stasi nel 2021 si registra infatti un incremento del +11% dell’advertising, per un valore complessivo di circa 510 milioni di euro. 

Le sfide per i player del settore

Si tratta di un mercato ancora in forte espansione che non ha terminato il suo percorso evolutivo, e lo scenario continuerà a mutare in virtù delle sfide che i player dovranno affrontare nel prossimo futuro. Alcune sono di carattere endogeno, legate all’evoluzione dell’offerta, dei modelli di business, e allo sviluppo tecnologico. Un esempio, è il continuo ingresso sul mercato di nuovi player OTT generalisti, con un’offerta verticalizzata, o l’ampliamento dell’offerta di player esistenti su determinati contenuti. Inoltre, si assiste a un rafforzamento nel paniere di consumo dei video d’intrattenimento condivisi sui social, in particolare dei contenuti User Generated Content (UGC).

Un mercato in mutamento

Nascono poi nuovi modelli di business volti a riproporre la logica di programmazione lineare applicata alla distribuzione in streaming, e cresce l’attenzione alla User Experience (UX), con investimenti in contenuti interattivi, esperienze personalizzate e funzionalità di visualizzazione sociale e condivisa (co-viewing o social-viewing). Tra le variabili esogene, il passaggio al nuovo digitale terrestre per la trasmissione dei canali TV consentirà un cambiamento delle abitudini di consumo degli italiani verso un approccio di fruizione on-demand sulle piattaforme OTT. Inoltre, il lancio del 5G, migliorando le performance di rete, contribuirà sia a rafforzare la fruizione digitale di contenuti video su dispositivi mobili sia a rafforzare le potenzialità e la diffusione del live streaming.

Arriva la certificazione della parità di genere

I dati statistici in Italia mostrano un tasso di partecipazione delle donne al mondo del lavoro inferiore rispetto alla media europea, in cui persiste e si amplifica ulteriormente la ‘child penalty’. Inoltre, da quanto emerge dal Rapporto annuale dell’Osservatorio mercato del lavoro e competenze manageriali di 4.Manager, a oggi le posizioni manageriali femminili sono solo il 28% del totale. Uno scenario aggravato dalla pandemia, che ha avuto l’effetto di rallentare il processo di superamento del gender gap nel mercato del lavoro. Dal 1° gennaio 2022 però entra in vigore la nuova legge sulla parità retributiva, che istituisce per le aziende la ‘certificazione della parità di genere’ e lo sgravio contributivo per chi ne è in possesso.

I numeri delle posizioni manageriali femminili

Nel 2020, il tasso di partecipazione delle donne al mondo del lavoro è stato del 53,1 %, con un divario di genere del 19%.  Nelle posizioni manageriali femminili i numeri mostrano uno scenario altrettanto difficile: su 605mila posizioni solo il 28% è affidato a figure femminili (fonte Inps), quota che si riduce al 18% per le posizioni regolate da un contratto da dirigente, ferme allo 0,3% da 10 anni. L’analisi condotta dall’Osservatorio su un campione di circa 17mila imprese indica che l’83,5% è a conduzione maschile, il 12,2% a conduzione femminile e il restante 4,3% a conduzione paritaria. Le imprese dove la conduzione femminile è più diffusa sono Pmi e microimprese, e si concentrano soprattutto al Sud e nelle Isole. Quanto ai settori, Manifatturiere (52,9%), Sanità e Assistenza Sociale (29,8%).

Contrastare la disparità significa soprattutto affrontare gli stereotipi di genere

Degli oltre 44mila consiglieri aziendali solo il 19% è donna, e la carica di Presidente e AD è affidata a una donna solo nel 12% dei casi. Per l’Amministratore unico, la percentuale femminile sale al 22,5% ed è legata a una più ridotta dimensione aziendale. Per gli intervistati contrastare la disparità di genere significa soprattutto affrontare ‘Gli stereotipi di genere’ (69,6%), ‘Il gap retributivo’ (58,9%) e ‘Il basso numero di donne nelle posizioni di potere’ (57,4%). Le leve aziendali da manovrare per mitigare il gap di genere sono lo stile di leadership, il modello organizzativo, il people management, il welfare aziendale.

Stanziati 10 milioni di euro per il Fondo impresa Donna

Il Pnrr però, riporta Adnkronos, favorirà l’ingresso al lavoro e percorsi di carriera delle donne finalizzati all’assunzione di ruoli di responsabilità. La valutazione di alcuni strumenti contenuti nel Piano ha restituito la seguente graduatoria: promozione e sostegno all’avvio di attività imprenditoriali femminili, sostegno alla realizzazione di progetti aziendali innovativi per le imprese a conduzione femminile o prevalente partecipazione femminile, creazione del Fondo impresa Donna, il sistema nazionale di certificazione della parità di genere, per il quale il Pnrr ha già stanziato 10 milioni di euro.